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Hammo Shero

il capo del Sindjar che difese gli armeni durante il genocidio

All’epoca del genocidio degli armeni ad opera del governo dei Giovani Turchi tra il 1915 e il 1918, molte tribù curde si schierarono dalla parte dei carnefici rendendosi responsabili dello sterminio, eccezion fatta per il piccolo popolo degli yazidi,fieri montanari, difensori della propria autonomia, che abitavano il Sindjār, una catena montuosa dell’Iraq settentrionale che si eleva al di sopra della vasta pianura della Jazīra, tra i fiumi Tigri ed Eufrate. E’ stato il solo luogo in tutto l’Impero Ottomano dove gli armeni fuggiaschi sono stati accolti e protetti.

L’ agha Hammo Shero, capo incontrastato del Sindjār, fu un giusto cheaccolse e protesse migliaia di fuggiaschi cristiani, nella quasi totalità armeni. Diede loro case e campi, e la speranza di un futuro. Il flusso dei rifugiati non si arrestò mai.Hammo Shero era una “figura patriarcale”, con una lunga barba bianca e soleva passare fra gli accampamenti degli armeni rifugiati nel suo territorio per consolarli. Aveva una rete di informatori che percorrevano i dintorni del massiccio montagnoso per avere notizie sull’andamento della guerra e per salvare i sopravvissuti armeni. Quando il kaimakam turco di Balad chiese ad Hammo Shero di consegnargli i fuggitivi, l’agharispose che per lui sarebbe stata una vergogna consegnare un ospite della montagna, poiché l’ospite è sacro.Nel 1918, quando un corpo d’armata ottomano cercò di distruggere questo luogo di ribelli, Hammo Shero convocò gli sceicchi e attaccò gli Ottomani che abbandonarono il Sindjār.Gli armeni non hanno dimenticato il bene ricevuto.

L’Armenia nel corso del Novecento ha dato ospitalità agli yazidi, vittime di reiterate persecuzioni in Turchia e in Iraq, respinti sia dai sunniti e dagli sciiti perché, non appartenendo ai popoli del libro ai quali l’islam concede lo statuto di dimmi (minoranza sottomessa che paga i tributi), vengono “disumanizzati” e quindi destinati allo sterminio. Impropriamente chiamati “adoratori del diavolo”, in realtà portatori di una antica religione sincretica con elementi di paganesimo, zoroastrismo, ebraismo, nestorianesimo e sufismo. Prevalentemente agricoltori e allevatori, parlano il kurmanji, un dialetto curdo; hanno un movimento nazionale, l’Unione degli Yazidi d’Armenia; stampano un loro giornale, loYazdi Khana,hanno una radio pubblica e scuole dove si insegna la lingua che usa caratteri cirillici e latini. Gli yazidi insediati stabilmente in Armenia sono circa 40.000 e costituiscono una minoranza accettata e integrata.

In seguito ai tragici fatti dell’agosto del 2014 quando l’Isis ha circondato la montagna del Sindjar , assalendo case e interi villaggi, e commettendo ogni sorta di violenza, gli Yazidi d’Armenia sono entrati in agitazione, preoccupati per i loro fratelli di Siria e di Iraq perseguitati dall’auto-proclamato califfato islamico jihadista. In migliaia hanno manifestato a Dzizernagapert, la Collina delle Rondini di Yerevan, che custodisce il Memoriale e il Museo del genocidio. Su centinaia di cartelli la scritta: “La Turchia non ha riconosciuto il genocidio armeno, ora dobbiamo subire il genocidio yazida”. Il governo armeno ha inviato agli yazidi aiuti tramite l’Alto Commissariato dell’ ONU per i rifugiati e ha aperto le frontiere per ospitarli sia in Armenia che nel Karabagh. Sono stati raccolti aiuti dalla popolazione locale che ha cercato di trovare delle sistemazioni alle famiglie che erano sfuggite ai massacri e di soccorrere le donne e le bambine vittime di stupri e torture, fuggite o liberate da alcune organizzazioni umanitarie che operano sul confine tra Iraq e Siria, portatrici di livelli di sofferenza indicibili.

Un piccolo fiero popolo quello degli yazidi che ieri ha salvato gli armeni fuggiaschi sui monti del Sindjar, e oggi è accolto nell’Armenia indipendente dopo i tragici fatti del 2014.

Dal 23 ottobre del 2014 è stato aperto all’ONU il capitolo dei crimini dell’Isis contro gli yazidi. Il vice segretario generale dell'Agenzia Onu per i diritti umani ha denunciato che veri e propri crimini di guerra e crimini contro l’umanità sono stati compiuti contro il popolo yazida e il 20 marzo del 2015 l'indagine condotta dal Consiglio ONU per i diritti umani è giunta alla conclusione di poter definire "genocidio" il crimine commesso dall'Isis contro gli yazidi in Iraq e ha chiesto di portare il caso davanti alla Corte Penale Internazionale. Infine, il 4 febbraio del 2016, il Parlamento Europeo - con la risoluzione intitolata “Sterminio sistematico delle minoranze religiose da parte dell’ISIS”- , ha dichiarato che il Daesh/Isis, ha perpetrato atti di genocidio e altri gravi crimini punibili ai sensi del diritto internazionale. Circa 3800 tra donne, bambine e bambini sono ancora nelle mani dell’Isis che ha avviato un vero e proprio commercio di schiavi. Non rari i casi di suicidio di donne e bambine, anche dopo la liberazione per la difficoltà che comporta il rientro e l’accettazione nella comunità di appartenenza.

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Figure di verità

contro il negazionismo nel genocidio degli armeni

Personaggi che non hanno ricevuto la targa nel Muro della Memoria di Yerevan, né il riconoscimento del Comitato "La Memoria è il Futuro", ma che si sono distinti per la loro opposizione alle teorie negazioniste tuttora prevalenti in Turchia. Tra di essi alcuni intellettuali turchi che non hanno accettato di abdicare al dovere della verità e per questo sono stati perseguitati e minacciati in patria. Il giornalista Hrant Dink, di origine armena, ha pagato con la vita la sua battaglia per il riconoscimento del genocidio in Turchia.