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Mehmet Gelal Bey 1863 - 1926

il vali di Aleppo che si oppose al genocidio armeno

Gelal Bey fu governatore di Aleppo dall’11 agosto 1914 al 4 giugno 1915. Si oppose alla deportazione delle carovane di donne, vecchi e bambini nel deserto di Der-es-Zor, organizzò campi di raccolta per i profughi armeni, predispose una rete di soccorso dei malati e di distribuzione del cibo e aiutò molti a fuggire o a ricongiungersi con i familiari. Cercò inoltre di organizzare un reinsediamento dei deportati che giungevano da tutte le parti dell’Impero, opponendosi al progetto di sterminio.

Armin T. Wegner, l’ufficiale tedesco arruolato nel servizio sanitario in Mesopotamia, testimone oculare dello sterminio degli armeni sulla via della deportazione da Costantinopoli a Baghdad, racconta che Gelal Bey, quando era vali di Aleppo, inviò un telegramma a Talaat Pascià, il Ministro degli Interni del governo dei Giovani Turchi responsabile delle deportazioni, chiedendo cosa dovesse fare delle centinaia di migliaia di armeni che arrivavano ad Aleppo, e quale fosse la loro destinazione. Il ministro rispose: “La loro destinazione è il nulla”[1]. Gelal Bey, funzionario “disobbediente”, fu rimosso dall’incarico e trasferito a Konya, dove tuttavia continuò a opporsi agli ordini di deportazione.

Quando arrivavano le carovane dei deportati, procurava loro i mezzi di sostentamento e cercava di inviare le famiglie nei piccoli villaggi del distretto per salvarle. Finchè Gelal Bey rimase al suo posto, gli armeni di Konya restarono in città e aiutarono, insieme ai missionari americani, migliaia di deportati che transitavano dalla stazione ferroviaria. Per questo, nell’ottobre del 1915, fu rimosso dall’incarico. Dopo avere salvato tante vite umane, non gli fu più concesso di avere incarichi statali e soffrì anni di povertà, carico di rimpianto per non essere riuscito a impedire lo sterminio, prigioniero della sua impotenza.

Autore di memorie che costituiscono una prova della verità del genocidio, Gelal Bey ha affermatocon convinzione che molti musulmani e turchi non approvarono i crimini efferati commessi dai funzionari obbedienti. Nelle sue memorie, Gelal Bey richiama l’immagine di una persona seduta sulla riva di un fiume, con “nessun mezzo per salvare nessuno. Il sangue scorreva lungo il fiume con migliaia di bambini innocenti, vecchi inavvicinabili, donne senza speranza, giovani forti, che galleggiavano sull’acqua, verso il nulla. Ho salvato chi potevo con le mie mani nude, il resto scorreva lungo il fiume senza ritorno”.

Gelal Bey ha continuato a opporsi in maniera decisa al CUP(Comitato Unione e Progresso) e ha pubblicato nel 1919 una serie di articoli sul giornale Vakit, nei quali dichiarava di non avere mai creduto alle motivazioni addotte per giustificare lo sterminio degli armeni.

È stato un “ testimone di verità”. Affermava che l’argomento della conflittualità fra curdi, turchi e armeni e della ribellione degli armeni era stato utilizzato in modo pretestuoso; ammetteva che all’inizio aveva creduto che le deportazioni fossero delle misure interne temporanee necessarie nel corso della guerra, e non poteva nemmeno immaginare che il governo avesse preso quelle misure per distruggere i propri sudditi. Turchi e musulmani furono usati come strumenti dal governo, e non mancavano molti islamici che si recavano da lui perché volevano ospitare gli armeni nelle loro proprietà. Ricordava inoltre che molti ulema, i dotti musulmani,gli furono grati per il trattamento umano riservato agli armeni, poiché la protezione degli inermi era richiesta dalla Sharia e che fra i turchi e gli islamici che aveva incontrato, nessuno approvava quei crimini, di cui provavano vergogna.

Nel 1919 i giornali di Costantinopoli, finalmente liberi dalla cappa di terrore imposta dal CUP, esplosero in critiche, accuse, confessioni, e anche Gelal Bey si unì al coro delle rivelazioni, svelò gli ordini di Costantinopoli, il suo tentativo di opporsi ai massacri e come fosse stato punito con il trasferimento. Seguirono altri racconti e testimonianze, in un crescendo di orrore, finché il quadro dello sterminio del popolo armeno non fu chiaramente delineato.

Il 6 Marzo 2015, un albero e un cippo sono stati dedicati a Mehmet Gelal Bey al Giardino dei Giusti del Monte Stella di Milano.

Note
[1] Armin T. Wegner e gli armeni in Anatolia, 1915. Immagini e testimonianze, Guerini&Ass. Milano 1996, da un’intervista rilasciata da Wegner a Martin Rooney neldicembre del 1972,a Roma, pag.52

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Figure di verità

contro il negazionismo nel genocidio degli armeni

Personaggi che non hanno ricevuto la targa nel Muro della Memoria di Yerevan, né il riconoscimento del Comitato "La Memoria è il Futuro", ma che si sono distinti per la loro opposizione alle teorie negazioniste tuttora prevalenti in Turchia. Tra di essi alcuni intellettuali turchi che non hanno accettato di abdicare al dovere della verità e per questo sono stati perseguitati e minacciati in patria. Il giornalista Hrant Dink, di origine armena, ha pagato con la vita la sua battaglia per il riconoscimento del genocidio in Turchia.