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Don Pino Puglisi 1937 - 1993

il prete con i pantaloni, che denunciò la mafia

Don Pino Puglisi, “U parrinu chi cavusi” - il prete con i pantaloni, chiamato così per la sua abitudine di non indossare l’abito talare per le strade di Brancaccio.
E proprio Brancaccio, quel quartiere della città di Palermo in mano alla mafia dove “si fa prima a dire quello che c’è, tutto il resto manca”, diventa il centro dell’impegno di don Puglisi. Don Pino si impegna su più fronti, partendo dall’educazione dei bambini del quartiere: bisogna promuovere l’alfabetizzazione e creare campi scuola, in un territorio dove, all’indomani della strage di Capaci, i ragazzini gridavano per le strade “Abbiamo vinto! Viva la mafia!”. Nasce così il Centro Padre Nostro, un luogo dove accogliere i giovani per toglierli dalla strada e strapparli alla criminalità.

Don Puglisi si impegna anche come cittadino, per la riqualificazione del quartiere Brancaccio, promuovendo la creazione di un centro sanitario, la sistemazione delle fogne, la costruzione di una scuola media. Ma la sua lotta non si esaurisce in questo. Don Pino sarà un profondo innovatore della sua chiesa, in un percorso mirato all’apertura e non alla chiusura, alla libertà e non alla paura. Per la prima volta decide di non accettare le donazioni dei privati per le feste patronali - soldi provenienti dai clan mafiosi -, organizza incontri per discutere del rapporto tra Chiesa e mafia, rifiuta come padrini di battesimo uomini legati alle cosche, apre la chiesa ai non battezzati e inizia a dire messa all’aperto.

Durante le sue omelie non rinuncia a denunciare la mafia, senza tuttavia dimenticare il perdono: se infatti la mafia come struttura è peccato ed è da condannare, il mafioso come singolo è un peccatore, e per lui è necessario il perdono. Le parole e i gesti di don Pino sono pericolosi per la mafia, che si vede sottrarre bambini e ragazzi. Le intimidazioni però non lo fermano: don Puglisi è ormai un ostacolo da eliminare. Il 15 settembre 1993, giorno del suo compleanno, un uomo lo aspetta davanti al portone di casa. Al suo assassino, prima di morire, don Pino rivolge tre semplici parole: ”Me lo aspettavo”.

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I Giusti contro la mafia

esempi edificanti per spezzare l'oppressione criminale

Come per fermare un genocidio o incrinare la forza di un regime totalitario occorre un intervento forte, sia per via statale che con la società civile, così per disinnescare la potenza della mafia occorre la sinergia tra lo Stato democratico e i cittadini, con la creazione di un polo di attrazione alternativo, che solo l’iniziativa dei singoli può esercitare. Occorre la differenza contagiosa dell’esempio edificante, il coraggio civile dei Giusti che scuota le coscienze, come è avvenuto negli anni ’80 e ‘90 con i giudici Falcone e Borsellino, preceduti e seguiti da altri magistrati, investigatori, uomini politici, sacerdoti, insegnanti, intellettuali, gente comune, che hanno rotto l’isolamento trasformando un singolo argine in forza collettiva.

I Giusti sono la spina nel fianco del potere mafioso: raccontare le loro storie, sviluppare la memoria educativa che li riguardi, onorarli con tutte le forme usuali e inusuali che si rendano praticabili è un potente mezzo di lotta alle cosche, perchè mostra alle nuove generazioni una via d'uscita, la possibilità di spezzare l'oppressione e vivere in una condizione di libertà sociale e personale.