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Rita Atria 1974 - 1992

una ragazza contro la mafia

Figlia del boss mafioso Vito Atria, ucciso il 18 novembre 1985 a Partanna per un regolamento di conti, Rita decise di collaborare con la giustizia seguendo l’esempio della giovane cognata Piera Aiello. Viene quindi isolata nel paese, poiché per molti - e per la sua stessa famiglia - è un disonore mantenere legami con chi ha rotto il muro dell’omertà.

Morti il padre e il fratello, rifiutata dalla madre e dalla sorella, lasciata dal fidanzato Calogero, Rita nel novembre 1991 incontrò il magistrato Paolo Borsellino (all'epoca Procuratore a Marsala), a cui si legò come a un secondo padre.
 Le rivelazioni di Rita e di sua cognata Piera permisero l'arresto di svariati appartenenti alle cosche di Partanna, Sciacca e Marsala. Per questo fu costretta a trasferirsi a Roma, in località segreta e sotto falso nome, e a vivere una vita completamente isolata dal resto del mondo.

“Bisogna rendere coscienti i ragazzi che vivono nella mafia - scriveva Rita - che al di fuori c’è un altro mondo, fatto di cose semplici ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di quello o perché hai pagato per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare? Se ognuno di noi prova a cambiare forse ce la faremo”.

La morte di Borsellino nella strage di Via D’Amelio del 19 luglio 1992 segnò definitivamente la sua vita. Rita decise di togliersi la vita per il dolore: il 26 luglio 1992 si lanciò dal settimo piano di un palazzo in viale Amelia 23, a Roma. 
Lasciò scritto sul suo diario: “Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura ma io l'unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi. Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta”.

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I Giusti contro la mafia

esempi edificanti per spezzare l'oppressione criminale

Come per fermare un genocidio o incrinare la forza di un regime totalitario occorre un intervento forte, sia per via statale che con la società civile, così per disinnescare la potenza della mafia occorre la sinergia tra lo Stato democratico e i cittadini, con la creazione di un polo di attrazione alternativo, che solo l’iniziativa dei singoli può esercitare. Occorre la differenza contagiosa dell’esempio edificante, il coraggio civile dei Giusti che scuota le coscienze, come è avvenuto negli anni ’80 e ‘90 con i giudici Falcone e Borsellino, preceduti e seguiti da altri magistrati, investigatori, uomini politici, sacerdoti, insegnanti, intellettuali, gente comune, che hanno rotto l’isolamento trasformando un singolo argine in forza collettiva.

I Giusti sono la spina nel fianco del potere mafioso: raccontare le loro storie, sviluppare la memoria educativa che li riguardi, onorarli con tutte le forme usuali e inusuali che si rendano praticabili è un potente mezzo di lotta alle cosche, perchè mostra alle nuove generazioni una via d'uscita, la possibilità di spezzare l'oppressione e vivere in una condizione di libertà sociale e personale.