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Josephine Nyankesha

si è presa cura e ha salvato numerosi tutsi durante il genocidio del 1994

Josephine Nyankesha è un'anziana donna ha ricevuto una medaglia dalla first lady del Ruanda, Jeannette Kagame, per il suo ruolo straordinario nel prendersi cura e salvare vite di diversi tutsi durante il genocidio del 1994. Josephine è una delle oltre 3000 persone che in Ruanda hanno ricevuto questo riconoscimento, conosciuto come Malaika Murinzi.

Il marito di Josephine è stato ucciso dalle milizie interahamwe poiché si era rifiutato di collaborare con loro nella persecuzione dei tutsi. Nyankesha e suo marito erano entrambi hutu, e si opposero con forza alle ideologie e alle violenze dei guerriglieri.
Purtroppo oggi Josephine è sieropositiva a causa delle ripetute violenze subite dalle milizie Interahamwe, e il governo ruandese le fornisce i farmaci necessari alle cure.

Il Premio conferito a questa donna riflette il suo coraggio durante il genocidio del 1994, ed è legato anche a un episodio particolare: Josephine è infatti riuscita a salvare un bambino di due mesi da un cumulo di cadaveri. La donna ha visto il bambino succhiare il seno della madre morta, in mezzo a una pozza di sangue. Lo ha preso in braccio ed è scappata via mentre la milizia la inseguiva, ma è riuscita a nascondersi. Ha lottato per salvare la vita del bambino, cercando sostegno materiale ed economico dai Samaritani.
"Ho preso un bambino e non ho niente. Potete darmi del latte per favore? Non può mangiare porridge. Vi pagherò quando sarò in grado di risparmiare questi soldi.
Me lo ha dato immediatamente, mi ha dato il biberon e mi ha insegnato come preparare il latte
".

Nyankesha racconta di essere andata a "Kinamba cya kabiri" a Kigali dopo aver saputo che la milizia aveva cessato le uccisioni. "Le informazioni che avevo erano che gli Interahamwe avevano smesso di uccidere le persone. Volevo vedere se i miei parenti erano sopravvissuti. Quando mi sono guardata intorno ho visto quel bambino che alzava gambe e braccia e ho immaginato che fosse vivo. Ho deciso di verificare e salvarlo, nonostante la donna che era con me continuasse a dirmi di non farlo per la mia sicurezza''.

Musafiri Oswald, il ragazzo salvato

Ora (nel 2020) ha 25 anni e frequenta il primo anno in una delle università di Kigali grazie al sostegno del Fondo speciale del governo per i sopravvissuti al genocidio del 1994 contro i tutsi (FARG). Dice di essere cresciuto credendo di essere proprio come gli altri bambini, ma la sua storia era molto diversa.

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Figure esemplari

nel genocidio rwandese

Caratteristica del genocidio rwandese è il breve tempo in cui esso si è svolto, 100 giorni per un milione di morti, preceduto da una intenzione e pianificazione genocidaria che solo poche persone hanno saputo cogliere e denunciare, come Antonia Locatelli e André Sibomana. Particolarmente gravi appaiono le responsabilità istituzionali dell’ONU, che ha riconosciuto l’azione genocidaria con colpevole ritardo.
Coloro che in questo contesto della contemporaneità hanno saputo reagire con comportamenti di aiuto, di soccorso e con atteggiamenti comunque solidali sono tanto più degni di considerazione e di rispetto, in quanto si staccano da una folla di persone che, pur essendo direttamente coinvolte, non hanno saputo o voluto agire e reagire.