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Zura Karuhimbi 1925 - 2018

curatrice ruandese, sfruttando la superstizione salvò dozzine di Tutsi dal genocidio

Zura Karuhimbi

Zura Karuhimbi

Zura Karuhimbi nacque in una famiglia di curatori Hutu nel distretto di Gitarama e oggi è ricordata in Ruanda come una dei cosiddetti indakemwa (Giusti) - Hutu che salvarono le vite dei Tutsi nel genocidio del 1994. Karuhimbi, che dichiarò di essere nata nel 1925, aveva al tempo circa 69 anni, seppure sia difficile saperlo con certezza. Visse gran parte della sua vita da sola, dando alloggio ai lavoratori della zona come supplemento al suo guadagno da curatrice e agricoltrice.

Quando la violenza etnica raggiunse il suo distretto e le Interahamwe - le milizie Hutu responsabili del genocidio – iniziarono a trucidare i Tutsi, Karuhimbi si rifiutò di partecipare al massacro e anzi decise di nascondere dozzine di persone. “Ho messo le persone qui nel mio campo e le ho nascoste con cestini e foglie secche di fagiolo”, racconta. “Ho nascosto così tante persone che non ricordo nemmeno più alcuni dei loro nomi. Ho nascosto bambini piccoli che ho trovato sui corpi delle madri morte, e li ho portati qui.”

Karuhimbi ricorda di aver assistito a episodi di violenza etnica durante tutto il corso della sua vita. E proprio come fece la sua famiglia nei precedenti periodi di violenza - probabilmente negli anni ’60 quando ci fu la prima ondata di aggressioni contro i Tutsi che causò l'emigrazione di molte persone -, sentì la responsabilità di salvare più vite possibili. In effetti lo fece, con astuzia, cercando di sfruttare la superstizione a suo favore. 

Come donna, curatrice, e vedova, Karuhimbi era vista come una strega posseduta dai cosiddetti Nyabingi, potenti spiriti maligni. Credenza che utilizzò contro la milizia: quando venne accusata di aver nascosto dei Tutsi nel suo giardino e nella sua capanna, disse alla milizia di andare pure a controllare, ma di fare attenzione a non essere attaccati dagli spiriti maligni, dissuadendoli così dal correre un simile rischio. Ricorda inoltre che nella sua camera da letto, di notte, faceva rumori con piatti, casseruole e pietre, gridando maledizioni ai membri della milizia, che si spaventarono a tal punto da decidere di lasciarla in pace. Diceva loro: “Se io morirò, morirete anche voi, e il Nyabingi vi mangerà”, come racconta in un video del Kigali Memorial.

Grazie all’intelligente manipolazione di credenze tradizionali – addirittura con l’uso di erbe velenose per causare irritazione alla pelle dei membri della milizia, che credevano fosse magia – Karuhimbi salvò un centinaio di Tutsi, molti Hutu moderati e alcuni Twa (il terzo gruppo etnico del Ruanda), ma anche uomini occidentali: dandogli acqua, cibo della sua terra e nascondendoli in casa sua. Per questo impegno, nel 2006 le viene conferito il riconoscimento Campaign Medal Against Genocide dal presidente ruandese Paul Kagame.

Celebrata come un esempio di ubumuntu, termine Zulu sudafricano usato per chi si è impegnato contro il genocidio, dopo che la sua storia divenne conosciuta ha continuato a vivere la vita di sempre, fino al giorno della sua morte, avvenuta il 17 dicembre 2018. Le sue parole oggi riecheggiano come insegnamento universale: “Io sono perché tu sei, e tu sei perché io sono. Se vuoi dare amore, inizia dal tuo vicino”.

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Figure esemplari

nel genocidio rwandese

Caratteristica del genocidio rwandese è il breve tempo in cui esso si è svolto, 100 giorni per un milione di morti, preceduto da una intenzione e pianificazione genocidaria che solo poche persone hanno saputo cogliere e denunciare, come Antonia Locatelli e André Sibomana. Particolarmente gravi appaiono le responsabilità istituzionali dell’ONU, che ha riconosciuto l’azione genocidaria con colpevole ritardo.
Coloro che in questo contesto della contemporaneità hanno saputo reagire con comportamenti di aiuto, di soccorso e con atteggiamenti comunque solidali sono tanto più degni di considerazione e di rispetto, in quanto si staccano da una folla di persone che, pur essendo direttamente coinvolte, non hanno saputo o voluto agire e reagire.