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André Sibomana 1954 - 1998

giornalista indipendente nel Rwanda del genocidio

André nasce nel 1954 nel comune di Masango, in Rwanda. Si forma nel seminario di Nyakibanda, diventa prete nel 1980, studia giornalismo in Francia. Muore a Muyunzwe il 9 marzo 1998, dopo una lunga malattia. Prete e giornalista rwandese, militante dei diritti dell’uomo, alla fine del 1990 partecipa alla fondazione dell’ADL, Associazione del Rwanda per la difesa dei diritti umani e delle libertà pubbliche, con lo scopo di registrare a uno a uno tutti i fatti relativi alle violazioni dei diritti umani e raccoglierli in un rapporto pubblico.

Dal 1988 è redattore capo del giornale "Kinyamateka" (Il Gazzettiere), fondato nel 1933 dai Padri bianchi e di proprietà della Conferenza episcopale, principale organo di comunicazione sociale della Chiesa, di fatto l’unico giornale privato del Rwanda. Scritto nella lingua nazionale, il giornale aveva una vasta diffusione attraverso la rete delle parrocchie. Come redattore capo Sibomana si ripromette di promuovere un autentico giornalismo di investigazione, anche se questa trasformazione incontrerà delle difficoltà, in un paese a partito unico, in cui la libertà di informazione non è garantita. Il giornale comincia a fornire un’informazione indipendente e molto scomoda per il potere, che invano lo trascinerà più volte in tribunale nel 1990: grazie al sostegno di organizzazioni internazionali per i diritti dell’uomo e alla capacità di produrre le prove delle informazioni pubblicate, l’intimidazione non riesce.

Come responsabile dell’ADL e di "Kinyamateka", Sibomana sarà una delle poche voci indipendenti del Rwanda che sta preparando il genocidio. Fin dall’inizio dell’esplosione della violenza genocidaria Sibomana si rende conto di essere tra i primi ricercati. Si salva fuggendo da Kigali, e riesce nello stesso tempo a salvare anche molte altre persone. “In Rwanda per molti, non uccidere era già un atto di resistenza. Dei contadini sono stati uccisi per avere rifiutato di colpire i cadaveri dei loro vicini tutsi. Ci sono uomini coraggiosi e integri che non hanno potuto o avuto il coraggio di soccorrere il loro prossimo e oggi vivono ancora nel rimorso. Io non ho alcun merito di aver salvato qualche persona, perché avevo il potere di farlo. La mia posizione mi permetteva di fare più degli altri”: così a pag. 86 dell’intervista che Laure Guilbert e Hervé Beguine realizzano nel 1996 in Israele e che sarà pubblicata.

Dopo la guerra André Sibomana riprende la direzione di "Kinyamateka" e conduce, dalle colonne del giornale, una politica di riconciliazione attiva fino alla sua morte. Ha adottato sette orfani.

Fonti: André Sibomana, J’accuse per il Rwanda, ed. Gruppo Abele, Torino, 1998
Confronta anche Italy for Rwanda, 1994–2004, ed. Teatri 90, Milano, 2004

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Figure esemplari

nel genocidio rwandese

Caratteristica del genocidio rwandese è il breve tempo in cui esso si è svolto, 100 giorni per un milione di morti, preceduto da una intenzione e pianificazione genocidaria che solo poche persone hanno saputo cogliere e denunciare, come Antonia Locatelli e André Sibomana. Particolarmente gravi appaiono le responsabilità istituzionali dell’ONU, che ha riconosciuto l’azione genocidaria con colpevole ritardo.
Coloro che in questo contesto della contemporaneità hanno saputo reagire con comportamenti di aiuto, di soccorso e con atteggiamenti comunque solidali sono tanto più degni di considerazione e di rispetto, in quanto si staccano da una folla di persone che, pur essendo direttamente coinvolte, non hanno saputo o voluto agire e reagire.