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Eric Eugene Murangwa

sopravvissuto al genocidio rwandese, oggi utilizza il calcio come strumento per promuovere tolleranza, unità e riconciliazione tra i giovani

Calciatore, membro della più grande squadra di calcio rwandese, la Rayon Sports, a causa della sua appartenenza all’etnia tutsi fu costretto, allo scoppio del genocidio del 1994, a nascondersi continuamente. Aiutato dai suoi compagni e da un hutu tifoso della sua squadra, Eric si rifugiò per un breve periodo anche all’Hotel Mille Colline.

Decise poi di non tornare in patria durante una partita in Tunisia, e si trasferì prima in Belgio e poi nel Regno Unito. 

Oggi dedica la vita a ciò che lo ha salvato, il calcio. La sua fede nello sport e nei suoi valori lo ha spinto a fondare l’organizzazione Future for Hope, Peace and Unity, con la quale utilizza il calcio come strumento per promuovere tolleranza, unità e riconciliazione tra i giovani rwandesi.

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Figure esemplari

nel genocidio rwandese

Caratteristica del genocidio rwandese è il breve tempo in cui esso si è svolto, 100 giorni per un milione di morti, preceduto da una intenzione e pianificazione genocidaria che solo poche persone hanno saputo cogliere e denunciare, come Antonia Locatelli e André Sibomana. Particolarmente gravi appaiono le responsabilità istituzionali dell’ONU, che ha riconosciuto l’azione genocidaria con colpevole ritardo.
Coloro che in questo contesto della contemporaneità hanno saputo reagire con comportamenti di aiuto, di soccorso e con atteggiamenti comunque solidali sono tanto più degni di considerazione e di rispetto, in quanto si staccano da una folla di persone che, pur essendo direttamente coinvolte, non hanno saputo o voluto agire e reagire.