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Padre Costantino Frisia

Missionario in Rwanda, mise in salvo delle giovani religiose tutsi durante i cento giorni del genocidio ruandese

Padre Costantino Frisia

Padre Costantino Frisia

Padre Costantino Frisia (detto Nino), missionario Barnabita, operò per 37 anni in Centro Africa, 20 anni in Zaire (ora Repubblica Democratica del Congo) e 17 anni in Ruanda, dove rimase fino alla sua morte avvenuta nel 2009.

Nino arrivò in Ruanda nel 1989, come Superiore nella casa di formazione di Cyangugu - inaugurata due anni prima e situata vicino alla sede delle suore polacche Petits Servantes de Marie Immaculée, da cui si recava ogni giorno per celebrare l’Eucarestia. Vicino alla frontiera si trovava inoltre un piccolo albergo gestito, insieme al dispensario, da Les Pénitentes de Saint François, le suore francescane.

All’epoca il clima che descriveva Padre Frisia era - con la diocesi di Cyangugu e tra le diverse comunità religiose - di tipo collaborativo e fraterno.

Eppure, dopo la messa - celebrata delle suore polacche - quel mattino del 7 aprile 1994 nel “Paese delle mille colline”, il grido di uno dei fedeli spezzò il silenzio: “Questa notte hanno abbattuto l’aereo del Presidente Habyarimana!” (Hutu), e di seguito una donna: “Oggi sarà una giornata di fuoco!”. Da quel momento padre Frisia iniziò a ricevere ininterrottamente telefonate da parte di conoscenti e amici Tutsi terrorizzati. “Ci sono cadaveri dappertutto” continuavano a ripetere. Una delle prime chiamate che ricevette fu quella del comandante dell’aeroporto, che esclamò in preda al panico: “Padre Nyangwitu (il famigerato capo delle milizie) mi ha detto che non sono amico del Presidente!”. Poco dopo arrivò la telefonata della Priora delle Suore Carmelitane, “questa notte verremo per voi!”, le era stato detto da un soldato.

La prima cosa che padre Frisia fece fu precipitarsi al monastero per portare in salvo le suore - quasi tutte di etnia Tutsi - dall’imminente genocidio. Per un periodo la sua casa di formazione si trasformò in un rifugio non solo per le Carmelitane ma per chiunque gli chiedesse di essere nascosto. Le minacce furono più insistenti di quanto ci si aspettasse; tuttavia la casa religiosa venne rispettata e furono in molti a mettersi in salvo lì, ad eccezione - raccontava Nino - dell’unico ragazzo ruandese del centro di formazione, che era rincasato il lunedì e rimase vittima della tragedia.

Nonostante fosse vietato attraversare la frontiera - dall’inizio dei massacri infatti l’ordine era: Aucun ruandais peut passer la frontière - Padre Costantino cercò di portare le suore a Bukavu, in Congo, dove le attendeva P. Daniel, Superiore dei Carmelitani del luogo. Il tentativo venne portato avanti grazie anche all’aiuto di Soeur Danuta Mazurkowska, che, oggi 78enne, ha raccontato tramite conversazioni telefoniche col fratello di Nino, Alberto Frisia, le vicende di salvataggio e il coraggio di Padre Costantino. La carmelitana descrive con commozione la gravità di quei momenti, le camionette piene di uomini armati scendere dalla collina, i rischi corsi per salvare donne innocenti che andavano in contro ad imminente pericolo di morte, oltre che di stupro.

Nino fece firmare l’autorizzazione per il trasferimento delle suore al prefetto di Cyangugu, il quale con tutta probabilità avvisò i militari. Quando arrivò al confine venne bloccato da una camionetta di soldati disposta lungo la frontiera: “Perché vuol portarci via le nostre suore? Che lavorino per noi!”, gridò uno dei militari visibilmente ubriaco e con un revolver in mano. Il coraggioso sacerdote riportò le Carmelitane verso casa - ma quando dovette passare lui stesso la frontiera per raggiungere i propri seminaristi le ritrovò nel convento dei PP. Carmelitani di Bukavu. Era stata la spedizione francese Turquoise -intervenuta in Ruanda un mese dopo il genocidio - a portarle al riparo lì.

Padre Costantino e i suoi compagni dovettero quindi trasferire per un po’ la loro sede di formazione in Congo, prima a Nguba, poi a Mbobero, ed anche questo periodo non fu certo senza pericoli e guerre. Dopo il genocidio infatti, molti Hutu, in fuga dal Ruanda per le violenze delle milizie Tutsi decise a vendicarsi, si unirono all’esercito congolese di Mobuto. Nel ’97 con il supporto attivo di Ruanda, Uganda e Angola l’esercito ribelle di Kabila (di etnia per la maggior parte Tusti) si schierò contro il regime ormai in rovina di Mobuto, provocando violenti scontri e la morte di migliaia di civili. In quei giorni, dopo l’uccisione di due religiosi a Bukavu, Nino avrebbe dovuto lasciare il Congo con gli aerei messi a disposizione dal Ministero degli Esteri italiano; ma non gli fu possibile raggiungere i convogli in partenza. Di questo, disse, “Ne ringraziai il Signore, perché la nostra gente aveva bisogno della nostra presenza, per sentirsi incoraggiata e confortata in quei giorni di pericolo”.

Nel 1999 Padre Frisia poté finalmente tornare a Cyangugu, nella sua vecchia casa di formazione, e il suo ritorno in Ruanda, possiamo dire, fu del tutto provvidenziale. Alcuni soldati ruandesi, protagonisti del genocidio e rimasti in Congo per sfuggire alla giustizia, attaccarono la parrocchia di Mbobero cercando Nino - “un muzungu (un bianco europeo) doveva avere dei soldi”, pensavano; fortunatamente il Padre non era lì ma altri due vennero picchiati e minacciati al posto suo.

Padre Frisia dedicò la sua vita al Ruanda. Negli ultimi anni si impegnò in particolar modo a promuovere il processo di giustizia e pacificazione, avviato dal governo al motto plus jamais.

Secondo Nino, “Il compito fondamentale della missione di tutti i cristiani in una società avvelenata dall’odio è la riconciliazione fra le due etnie. Chi non sa perdonare finisce per restare vittima dei propri rancori e del proprio odio. Chi perdona guarisce e ritrova la serenità e la pace”.

Dopo la sua morte non si contarono le lettere, telefonate e messaggi di cordoglio di tutti coloro che avevano semplicemente incrociato la loro strada con lui, o che grazie a lui si salvarono. Uno stuolo di bambini, ammalati e poveri, che la generosità di Frisia aveva aiutato.

Les congolais, les

Rwandais

Les élevés, les

étudiants

Les prêtres, les sœurs

Les orphelins,

les veuves

Les chrétiens, les

musulmans

TOUS SONT DERRIERE

FRISIA DANS LES PRIERES

Ecrit par Joseph de Cyangugu

Rwanda 

Il 14 marzo 2019 è stato onorato nel Giardino Virtuale del Monte Stella con questa motivazione: Missionario barnabita, ha operato per oltre trent’anni in Centro Africa. In Rwanda, dove rimase fino alla morte nel 2009, conscio del grave rischio personale si prodigò oltremodo per salvare alcune religiose Tutsi dal genocidio. In un cammino di perdono e riconciliazione, convertì la sua casa in un rifugio per chiunque fosse in pericolo dedicando la propria vita agli indifesi.

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