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Angelo e Caterina Rizzini 1891 - 1980

Salvarono una donna ebrea e suo figlio nascondendoli in casa

Non compì atti estremi, non salvò centinaia di vite, la sua impresa non fu romanzesca. Eppure, in perfetta semplicità, Angelo Rizzini "Copèto" nascose per un anno e mezzo a casa propria una donna ebrea e il figlio adolescente sapendo, in cuor suo, che metteva a rischio tutta la propria famiglia: la moglie Caterina, le giovani figlie Maria, Lina e Lucia (il figlio Giovanni era in guerra). E lo sapeva tutta Magno, probabilmente: ai trecento abitanti della frazione di Gardone non era sfuggita la presenza di quella signora distinta, ufficialmente "sfollata" da Bolzano, che però correva a vestirsi da contadina quando girava voce che i tedeschi fossero vicini. Nessuno fiatò. Emma Viterbi (questo il suo vero nome) e il figlio Paolo ebbero salva la vita e vennero sottratti alla catena di lutti che già aveva ghermito il marito, Guido Dalla Volta, e il loro primogenito Alberto.

Maria Rizzini, 88 anni, racconta così la storia dei suoi genitori:

"Mio papà faceva gli acciarini per i fucili, aveva l'officina in casa a Magno. Lui conosceva uno di Gardone, un certo Seneci. Un giorno questo, per conto del farmacista Malfassi, gli chiese di ospitare due sfollati. Non so se mio padre sapeva esattamente chi doveva ospitare. Io penso di sì. A noi non disse mai nulla, forse per paura che ci scappasse una parola. Eravamo giovani. Noi la chiamavamo "siùra Maria", perché si vedeva che era una signora. A Magno c'erano pochi sfollati di Gardone, venivano su di sera per paura dei bombardamenti. La "siùra Maria" si notava, era distinta. Le piaceva camminare. Aveva la macchina per fare la pasta: la prestava alle donne e le aiutava a usarla. Sapevamo che il marito era stato deportato in Germania, ma capitava a tanti altri. Lei ne parlava spesso. Era preoccupata anche per l'altro figlio, Alberto". 

Dopo la guerra Emma Viterbi non si rassegnò mai alla perdita del marito e del figlio. Finchè visse apparecchiò ogni giorno un posto vuoto a tavola, muto segno di un'attesa destinata a rimanere incompiuta. Intanto, dal dicembre del '43 alla primavera del '45, la vita a casa Rizzini scorreva in una calma carica di tensione. Soprattutto per "Copèto" che sapeva. E taceva. "Paolo che aveva sedici anni - prosegue Maria Rizzini - stava quasi sempre in casa a studiare, poi divenne amico di Franco Zoli. Noi abbiamo capito poco per volta chi erano, e il rischio che abbiamo corso, soprattutto quando abbiamo saputo che il suo vero nome non era Maria ma Emma".

tratto da un articolo comparso su Bresciaoggi il 27 gennaio 2010

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