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Jan Karski 1914 - 2000

Cercò invano di avvertire le Grandi Potenze della Shoah

Jan Karski (nome di battaglia) nasce Jan Kozielewski, il più giovane di otto figli di una famiglia di Lodz. Studente modello, viene presto reclutato dal servizio diplomatico, che gli assegna incarichi a Parigi e a Londra. Nel 1939 si arruola in cavalleria. Il 1° settembre la Polonia è invasa dai tedeschi, due settimane dopo dai sovietici. Catturato e richiuso in un campo di prigionia, il giovane Jan riesce a scappare e si unisce alla Resistenza, mentre la maggior parte dei suoi compagni sarà fucilata dai russi. Karski tiene abilmente i contatti tra i combattenti polacchi e l'Occidente. Nel 1940 viene catturato e torturato dalla Gestapo durante una missione in Slovacchia; temendo di rivelare qualcosa sotto tortura si taglia le vene, ma viene salvato e ricoverato in ospedale, da cui un commando della Resistenza lo aiuta a evadere e a riprendere la missione di ufficiale di collegamento.

Dal 1939 gli ebrei, rinchiusi nei ghetti circondati da filo spinato, muoiono di stenti. Dal luglio 1942 iniziano le deportazioni nei campi di sterminio. In quel periodo, come diplomatico clandestino del governo polacco in esilio a Londra, Karski si prepara a una missione segreta per portare informazioni dalla Polonia in Gran Bretagna e a Washington. Prima della partenza da Varsavia viene raggiunto da due leader della Resistenza ebraica fuggiti dal ghetto, che gli raccontano della "guerra di Hitler contro gli ebrei". Dicono che, secondo i loro calcoli, più di 1,8 milioni di ebrei sono già stati uccisi dai nazisti e che circa 500 mila internati nel Ghetto sono stati portati in un campo di sterminio a 96 km dalla capitale polacca. I resistenti gli chiedono di informare Churchill e Roosevelt e lo invitano a verificare di persona la situazione. Karski, che possiede una memoria fotografica, acconsente: nell’agosto 1942 entra nello scantinato di una casa nella parte "ariana" sul confine del Ghetto, si traveste con abiti cenciosi su cui è cucita la stella di David e viene condotto "all’inferno".

Decenni più tardi ripensando a quei momenti, Karski dirà semplicemente: "Ho visto cose terribili", ma nel film Shoah di Claude Lanzmann descriverà i molti corpi nudi stesi nelle strade, la gente emaciata in procinto di morire di fame, i bambini senza più emozioni né espressioni e i ragazzi della Hitlerjugend a caccia di questi ebrei per ridere della loro agonia. Ad accompagnare Karski sono Menachem Kirschenbaum e l’avvocato Leon Feiner, che per tutta la durata della visita continua a mormorargli: "Ricordati di questo, ricordatelo". Gli ebrei vogliono che il mondo sappia dei campi di sterminio tedeschi.

A settembre si intensificano le deportazioni da Varsavia. Feiner, che finirà tra le centinaia di migliaia di vittime, comunica a Karski le richieste da passare alle Cancellerie occidentali: gli alleati, una volta informati dello sterminio, devono assumersi la responsabilità di fermarlo, anche bombardando le città tedesche. Feiner conclude: "Faccia in modo che nessun leader occidentale possa dire che non sapeva."

I due poi accompagnano Karsky a Izbica, un paesino vicino Varsavia, punto di raccolta in cui migliaia di ebrei cecoslovacchi venivano perquisiti, spogliati e messi su camion per il campo di sterminio di Belzec. Qui, Karsky, nascosto sotto l'uniforme di un miliziano ucraino, vede arrivare migliaia di ebrei affamati e terrorizzati, sente le urla strazianti di donne e bambini e l'odore della carne umana bruciata.

Ritorna a Varsavia e si preparara al pericoloso viaggio a Londra con i microfilm di centinaia di documenti. Temendo le conseguenze dell'accento polacco alle frontiere e ai posti di blocco, si fa estrarre alcuni denti per procurarsi un gonfiore che possa giustificare il suo silenzio di fronte ai tedeschi. Durante il viaggio tiene le mani sempre nascoste per non mostrare le cicatrici del tentato suicidio. Raggiunge Berlino, poi attraversa la Francia di Vichy e da qui arriva prima in Spagna, infine a Londra via Gibilterra.

A Londra consegna i microfilm, descrive la Resistenza e la situazione degli ebrei sottolineando che il loro destino è peggiore di quello dei polacchi. Molti dei suoi superiori pensano che la questione ebraica sia una componente marginale della tragedia nazionale e temono che una vittimizzazione degli ebrei possa nuocere alla causa della Polonia facendola apparire meno rilevante. Nel febbraio del 1943 Karsky incontra il segretario di Stato Anthony Eden che risponde alla richiesta di aiuto sostenendo che l'Inghilterra ha già accolto 100 mila profughi polacchi: non è possibile fare di più. Karsky informa anche il rappresentante del governo in esilio, Szmul Zygielbojm, che, impotente, si uccide il 12 maggio 1943 con una lettera di protesta per l'indifferenza generale verso lo sterminio ebraico: a Varsavia in quei mesi era scoppiata la rivolta nel Ghetto, raso al suolo dai nazisti dopo la disperata resistenza dei suoi abitanti.

Due mesi dopo, nel luglio 1943, Karski arriva negli Stati Uniti, dove a fronte di un forte sostegno popolare ritrova la stessa inerzia delle autorità con cui si è scontrato in Gran Bretagna. L'incontro con Roosevelt è deludente. Karski spera di influenzare Felix Frankfurter, magistrato della Corte Suprema ebreo che afferma: "Io non dico che questo giovane stia mentendo, ma che sono incapace di credergli".

Conclusa la missione, Karski freme per ritornare in Polonia ma i superiori glielo impediscono: ormai è un volto noto per i tedeschi e quindi deve rimanere negli USA, dove rilascia interviste e scrive il libro Story of a Secret State. Un anno dopo il governo in esilio polacco per cui lavora si scioglie: la Polonia è passata nell'orbita sovietica. Karski consegue un dottorato nella Scuola di diplomazia americana e insegna alla Georgetown University fino alla pensione nel 1984. Nel 1954 diventa cittadino degli Stati Uniti. Tiene molte conferenze esprimendosi contro il comunismo e per una Polonia libera e indipendente. Dedica più di dieci anni alla stesura di The Great Powers and Poland: 1919-1945, che uscirà nel 1985. Nel 1965 sposa Pola Nirenska, ballerina e coreografa di origine ebreo-polacca che è l'unica sopravvissuta alla Shoah di una famiglia numerosa. Per molti anni preferisce non parlare della sua "missione impossibile", e si sente un uomo sconfitto: "Ho la sensazione che gli ebrei non abbiano avuto fortuna con me, ero troppo insignificante per suscitare interesse alla causa". Solo nel 1981, su invito di Elie Wiesel, Karsky ricorda: "Il Signore mi ha assegnato un ruolo di messaggero e scrittore durante la Guerra, quando, così mi sembrava, sarebbe potuto essere utile. Non lo fu… allora divenni un ebreo. Come la famiglia di mia moglie – tutta perita nei ghetti, nei campi di concentramento, nelle camere a gas, così tutti gli ebrei assassinati sono diventati la mia famiglia. Ma sono un ebreo cristiano. Sono un cattolico praticante. Anche se non sono un eretico, la mia fede mi dice che l'umanità ha commesso il suo secondo peccato originale attraverso l'azione, l'omissione, l'ignoranza autoimposta, l'insensibilità, l'interesse egoistico, l'ipocrisia o ancora la razionalizzazione priva di emozioni".

Moshe Bejski che l'anno successivo gli conferisce la medaglia di "Giusto tra le Nazioni" ha detto di lui: "Mi ricorderò sempre la rabbia che aveva in corpo quando parlò davanti a me il giorno in cui ricevette l'onorificenza di Yad Vashem. Era ancora furioso con Roosvelt e Churchill, i due potenti capi della coalizione che non lo avevano ascoltato. Si sentiva uno sconfitto e io lo rincuoravo".
Dal 7 aprile 2011 a Jan Karski sono dedicati un albero e un cippo al Giardino dei Giusti di tutto il mondo di Milano. 

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