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Atif e Ganimede Toptani

i nobili albanesi che salvarono una famiglia ebrea

Atif Toptani in vacanza in Italia (Foto di Suheila Toptani)

Atif Toptani in vacanza in Italia (Foto di Suheila Toptani)

Storia raccontata da Suheila Toptani, nipote dei Giusti tra le Nazioni Atif e Ganimet Toptani 

"I miei nonni, Atif e Ganimet Toptani, appartenevano alla grande famiglia dei Toptani, una dinastia millenaria che ha dato al paese molte figure distinte. Dalle sue antiche radici nasceva seicento anni fa Giorgio Castriota, detto Scanderbeg, che respinse i potenti turchi per ben venticinque anni. Dopo la sua morte, il territorio albanese si arrese all'armata turca che regnò fino al 1912, anno in cui membri della famiglia Toptani siglarono l'indipendenza dell'Albania e la creazione del nuovo stato. A questa famiglia appartiene per parte di madre anche il futuro re Zog e vari ministri. I miei nonni erano Bej, i Bej di Tirana. Erano nobili, ricchi, patriottici e colti. Mio nonno aveva studiato a Vienna e dopo il diploma di maturità fece l'Università a Padova (credo) o Voghera. Mentre mia nonna studiò in Austria. Parlavano tutti e due perfettamente varie lingue, tra cui l'italiano, il tedesco, il francese. Nel '39 c'è stata l'occupazione dell'Albania da parte dell'Italia, che si è protratta fino al '43. In quell'anno avvenne la capitolazione dell'Italia e l'Albania fu invasa dalle truppe tedesche. Durante tutto questo periodo l'Albania era un paese come tanti altri della zona dei Balcani o anche come l'Italia. Non era molto diversa dalla Grecia o dall'Italia. La terra era buona e generosa e nutriva tutta la popolazione. Povertà e ricchezza erano spartiti ugualmente come nell'occidente, come in Francia o in Polonia. La vita era la stessa. C'erano le cristallerie accanto alle osterie rustiche, c'erano i negozi lussuosi di occhiali accanto a quello dei ricami tradizionali, c'era la Boutique Francaise accanto al ciabattino. Ed è appunto di quella Boutique Francaise che mia nonna era una eccelsa cliente. Se un abito andava di moda a Parigi entro una settimana arrivava a Tirana: nel negozio si trovava qualunque cosa nuova e moderna. La nonna andava nella boutique, sfogliava il catalogo e ordinava, ma per le misure il negozio mandava la sarta a casa. 


La sartina ebrea

Un giorno  giunse a casa di mia nonna per prendere le misure una donna pallida, molto ben educata, vestita in modo povero ma assolutamente ordinato e pulito, che destò la curiosità e l'attenzione di mia nonna. Non fu difficile per mia nonna che aveva viaggiato e visto il mondo di capire che aveva davanti a se una ebrea. E glielo disse come se niente fosse: " Lei è ebrea, dico bene?" La povera donna, Mimi Altarac (se non mi sbaglio) ebbe quasi un collasso e non era in grado di frenare un fiume di lacrime che usciva silente dai suoi occhi stanchi. E quando mia nonna riuscì finalmente a farla smettere, venne a sapere che c'era anche un bambino con loro dell'età di mio padre Adnan, detto Edi. Si decise su due piedi di portarli tutti quanti a vivere nella loro tenuta di campagna una ventina di chilometri da Tirana. Nel bel mezzo della guerra e dei spari, dei controlli a tappeto nelle stazioni, nelle osterie, negli incroci delle strade, nelle arterie principali che portavano a Tirana, nelle vicinanze dei forni ( dove si cuoceva e distribuiva il pane), quella famiglia ebrea (in tutto 11 persone, se non mi sbaglio) fu trasportata a turni da Tirana in campagna a bordo della Buick di mio nonno. 

Anni dopo, sul quotidiano Jerusalem post, Jasa Altarac, il bambino di allora,  scrisse queste parole: "Era una cosa surreale: mentre metà Europa languiva sotto le macerie, moriva di fame o fucilata, soffriva deportata o imprigionata, noi ci siamo trovati in una specie di ranch lussuoso che sembrava tagliato fuori dal pianeta. La vita era ritornata e noi ci siamo aggrappati ad essa con ritrovata gioia e passione".


Gli ebrei a tavola con gli alti ufficiali tedeschi

Accadde di tutto ma temo di non ricordare molto bene come si susseguirono i fatti. Ma un episodio me lo ricordo benissimo. Come sempre succede, i più alti ufficiali dell'esercito  occupante cercano sempre di costruire relazioni con la popolazione del posto. Così, colonnelli e generali tedeschi si misero in contatto con la nobiltà albanese, e sopratutto con quella parte della nobiltà albanese che parlava le lingue e che era, per così dire,  "degna" della loro amicizia.

Con alcuni di questi ufficiali miei nonni erano in ottimi rapporti: condividevano l'amore per la cultura, la passione per la caccia e i bellissimi cavalli e forse anche la "razza ariana", secondo il modo in cui i tedeschi credevano di dividere il mondo. Oltre a tutto ciò, i miei nonni erano anche molto simpatici, ironici, grandi intellettuali e ospitali. A casa nostra si tenevano banchetti spesso e anche battute di caccia. E durante alcune di quelle battute di caccia, tra tanti invitati, i miei nonni, di cui era noto il senso dell’umorismo, fecero accomodare a tavola con i tedeschi anche la famiglia ebrea, con la giusta motivazione che i tedeschi potevano insospettirsi se venivano a sapere che c'erano altre persone invitate a casa che non erano a tavola con loro e che non facevano parte della servitù. Disse Jasa Altarac: "Credo siamo stati gli unici ebrei nella storia della Seconda Guerra Mondiale ad aver preso parte in banchetto con le alte cariche della Wehrmacht." Quando la guerra finì, i miei nonni diedero abbastanza denaro alla famiglia ebrea per poter raggiungere la Palestina e da qui nessuno vide né seppe più nulla degli altri. Quando partirono mio padre, che era un ragazzino, donò al ragazzo ebreo un orologio svizzero, il suo regalo di compleanno. Il  giovane ebreo che non possedeva nulla se non quello che la mia famiglia gli aveva dato, gli regalò la sua fionda. Ma la fionda mio padre la perse durante i sequestri e gli espropri.

Successe anche un altro fatto che vale la pena di raccontare: mentre le truppe tedesche si stavano ritirando l'ufficiale amico di mio nonno fermò la colonna di militari davanti alla villa di Tirana invitando mio nonno a lasciare il Paese con loro: poteva prendere tutti i gioielli che avevano in casa e andarsene perché in Albania sarebbe successo un caos molto peggiore di quello della Rivoluzione Russa. Ma mio nonno era un patriota, quella era la sua terra da millenni, lui era il Bej. A volte i ricchi hanno una tale fiducia in loro stessi che sembrano quasi investiti dall'idea di essere immortali. "Loro c'erano sempre stati e qualsiasi cosa succeda, loro ci sarebbero sempre stati. Un Toptani è un Toptani. La classe non è acqua" eccetera. 

Il carcere 

Così mio nonno rimase. Ma qualche anno dopo, quando le previsioni del tedesco si avverarono, mio nonno decise di scappare con i confini ormai chiusi. Riempì due grandi valigie di denaro, gioielli e documenti, pagò un barcaiolo che li doveva portare oltre il confine e fece un ultimo errore: andò da tutti i parenti per abbracciarli prima di separarsi da loro. Deve essere stato uno di loro a far la spia, perché quando sono arrivati alla spiaggia della sua proprietà dove li aspettava la barca, furono catturati tutti quanti, fatti salire su una Jeep della polizia e riportati a Tirana. 

Durante tutto il viaggio a Tirana mio padre che era vicino al finestrino non fece altro che buttare dalla finestra i gioielli di famiglia perché quanti più gioielli e denaro mostravano di possedere tanti più anni di galera li aspettavano. Furono cacciati di casa, l'unico che si  ribellò all’idea di lasciare la casa fu Nickla, il bulldog che mio nonno aveva comprato a Roma per il compleanno di mio padre.  Lei non volle  andare via e ringhiava all'uomo armato. Fu colpita a morte davanti ai piedi di mio padre, un ragazzo di 13 anni. Mio nonno scontò solo cinque degli otto anni di prigione a cui era stato condannato e mia nonna solo due dei cinque anni. I nonni e mio padre si separarono da lui raccomandandogli di dormire a casa dei parenti, ma mai più di una settimana nello stesso luogo per non annoiarli a causa della sua presenza.

Atif Bej morì nel sonno la notte di Capodanno del 1964. Una morte pacifica, serena e bella. Mentre mia nonna Ganimet visse ancora a lungo. Morì nel 1987 e soffrì di una peritonite. Ci mise due giorni per andarsene al Creatore. Ma io ebbi la grande enorme fortuna di vivere con lei. A volte mi raccontava i suoi ricordi e io  non ho mai capito come era possibile per lei ridere e cantare e insegnarmi poesie e fare delle passeggiate con me in campagna trasmettendomi emozioni indescrivibili nell'osservare e cogliere la bellezza dei spontanei fiori di campo, o di ricamare vere e proprie opere d'arte, o di passare davanti alla villa una volta sua e dire con nonchalance: " Vedi? È qui che abitavamo una volta. Ma il Signore ha voluto così".


Atif e Ganimet Toptani Giusti Fra Le Nazioni

Quando il Muro cadde e il Comunismo finì, Jasa Altarac aveva già presentato i documenti per i miei nonni alle autorità competenti e si mise in contatto con mio padre. Nel '92 ci fu la cerimonia di riconoscimento a Yad Vashem e i miei nonni Atif e Ganimet Toptani furono riconosciuti come Giusti Fra Le Nazioni e Cittadini d'Onore d'Israele. Partecipò mio padre che morì nel 1994.

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Giusti tra le Nazioni nella Shoah

ricordati a Yad Vashem nel Giardino dei Giusti

Lo Stato d'Israele ha istituito negli anni '50 lo Yad Vashem, il Mausoleo di Gerusalemme per ricordare le vittime della "soluzione finale" voluta da Hitler. All'inizio degli anni '60 è sorta la "Commissione dei Giusti", con il compito di assegnare il titolo di "Giusto tra le Nazioni" a chi, non ebreo, ha salvato degli ebrei negli anni della persecuzione nazista e all'interno di Yad Vashem è stato creato il "Giardino dei Giusti", con un viale in cui ogni albero è dedicato a un giusto. Negli ultimi anni, per mancanza di spazio, l'albero è stato sostituito dal nome inciso nei muri di cinta del giardino.
La Commissione, presieduta per quasi trent'anni dal giudice della Corte Costituzionale Moshe Bejski, ha riconosciuto e documentato finora circa 20.000 giusti: tra questi ne abbiamo scelti alcuni.
Tuttavia, come ricordava spesso Bejski, i Giusti sono molti di più e il compito della Commissione è quello di individuarli e premiarli prima che il trascorrere del tempo cancelli per sempre le testimonianze e le altre prove documentali del loro gesto di aiuto. Il caso italiano dimostra la fondatezza della preoccupazione di Bejski: l'alto numero di ebrei scampati alla "soluzione finale" non è compatibile con i pochi giusti italiani riconosciuti a Gerusalemme (circa 500 a fine 2011). 

Per questo è importante segnalare i casi ancora sconosciuti e attivare il procedimento presso la Commissione per iniziare l'istruttoria che porti ad altre assegnazioni del titolo di "Giusto tra le Nazioni".

Storie segnalate

Storie Shoah

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