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Carl Lutz 1895 - 1975

il diplomatico svizzero che salvò gli ebrei ungheresi

Carl Lutz

Carl Lutz

Carl Lutz nasce a Walzenhausen, tra i monti della Svizzera sud orientale, i cui abitanti costituivano una sorta di comunità autogestita di allevatori e contadini.
La madre insegnava religione dai metodisti la domenica, mentre il padre possedeva una piccola cava di marmo. Carl, nono figlio dei coniugi Lutz, trascorre l’infanzia e l’adolescenza in questa comunità intrisa di puritanesimo, da cui assorbe i principi dell’impegno sociale e della responsabilità personale, mentre la madre lo spinge ad applicarsi negli studi e ad affrontare il lavoro con molta serietà.
Nel 1909 il padre muore di tubercolosi e Carl, pur trovando la scuola noiosa, termina gli studi e inizia a lavorare come apprendista di commercio.

Nel 1913 decide di emigrare negli Stati Uniti, ma l’impatto con il nuovo paese si rivela una grande delusione: chi è privo di denaro e senza specializzazione trova lavoro solo come operaio in fabbrica o come semplice impiegato. Dopo la parentesi della mobilitazione bellica, a cui non vuole partecipare e che lo porta a vagabondare da uno Stato all’altro per sfuggire agli agenti del reclutamento, Lutz si impegna nello studio del latino e della teologia, che gli valgono l’impiego all’ambasciata svizzera di Washington D.C.

A venticinque anni il giovane Lutz rimane folgorato dal fascino di Washington, dal potere politico e dalla diplomazia che animano la vita della capitale. Incoraggiato dall’ambasciatore svizzero Marc Peter, si iscrive alla Georgetown University (che forma le élite della diplomazia americana) dove nel 1928 ottiene il “Liberal Arts Degree” e inizia una brillante carriera diplomatica.

Nel gennaio del 1935 sposa a Berna Gertrud Frankhauser e la sera stessa viene improvvisamente inviato in missione a Jaffa, in Palestina. 

Nel 1939, allo scoppio della guerra, la Germania chiede alla Svizzera di rappresentare gli interessi tedeschi nella regione e Carl viene promosso Vice-Console. In quel periodo, quasi con il solo aiuto della moglie, egli si occupa della sorte di circa 2500 cittadini tedeschi e della gestione di un patrimonio immobiliare di 25 milioni di sterline, oltre a inviare numerosi rapporti a Berna sul conflitto in Palestina. L’efficacia con cui svolge il proprio incarico gli vale una lettera di congratulazioni del ministro degli esteri tedesco, indirizzata al collega svizzero Motta che si rivelerà molto importante nel futuro incarico a Budapest, dove Lutz viene trasferito nel gennaio del 1942. Qui, oltre all’incarico di Vice-Console, riceve le funzioni di rappresentanza degli Stati Uniti e dell’Inghilterra, i cui consolati sono stati abbandonati a causa della guerra, e inizia a collaborare con l’Agenzia Ebraica per la Palestina. 

In un primo momento Lutz si occupa di attuare gli accordi presi con l’Inghilterra, riuscendo a trasferire in Palestina 10.000 bambini, ma nel 1944, con l’occupazione dell’Ungheria da parte della Germania, l’entrata in vigore dei nuovi provvedimenti antisemiti e l’arrivo in città di Eichmann, Lutz si rende conto che il suo impegno non può rimanere entro i confini del semplice incarico diplomatico.

In piena occupazione nazista si dedica quindi anima e corpo al disperato salvataggio degli ebrei ungheresi rimasti a Budapest. Riesce a negoziare, coi vertici delle SS e del regime di Horty, il salvataggio di 8000 ebrei e la concessione dell’extraterritorialità di 72 edifici, tra cui “la casa di vetro” all’interno dei quali nasconde molti degli ebrei rimasti in città. Grazie all’ideazione del “Dipartimento dell’immigrazione della legazione Svizzera” distribuisce un’enorme quantità di lettere di protezione. 

Nel 1945 finalmente l’orrore finisce, e Lutz rientra con la moglie in Svizzera dove, contro ogni aspettativa, non trova nessuno ad accoglierli. Provato nel fisico e con i nervi scossi dai mesi di tensione e dai continui bombardamenti, Carl viene ricoverato per alcune settimane in una clinica psichiatrica di Zurigo. Nel frattempo il suo matrimonio è andata in pezzi (divorzierà da Gertrud per sposare Magda, conosciuta a Budapest e di cui adotterà la figlia) e il governo ha deciso di aprire un’inchiesta sul suo operato a Budapest: gli viene contestato d’aver superato i limiti del proprio mandato occupandosi del salvataggio degli ebrei ungheresi. Il giudice davanti al quale viene convocato lo assolve, ma Lutz si dimette indignato. Divenuto procuratore a Berna, vi si stabilisce definitivamente fino alla morte. Si spegne il 30 marzo 1975, all’età di ottant’anni, senza aver potuto sanare la ferita indelebile dell’oltraggio procuratogli dal suo stesso paese.

Solo molti anni dopo la storia di Carl Lutz verrà alla luce, e solo nel 1995 il governo federale si è scusato ufficialmente per averlo dimenticato così a lungo, definendolo “uno dei cittadini eminenti nella storia della nazione”. Nel 1964 Lutz è stato nominato da Yad Vashem “Giusto tra le Nazioni”. È stato inoltre candidato al Premio Nobel per la pace e nel 1991 la città di Budapest gli ha dedicato un monumento.

Sessantaduemila è il numero di ebrei che Carl Lutz ha salvato durante il suo incarico a Budapest, su un totale stimato di soli 124.000 sopravvissuti nella città alla fine della II Guerra Mondiale.

Lo stesso stratagemma delle "case protette" e dei salvacondotti rilasciati agli ebrei sotto forma di "lettere di protezione" fu adottato a Budapest anche da altri diplomatici, come Raoul Wallemberg, inviato in missione dal governo svedese, e Giorgio Perlasca, fintosi incaricato dell'ambasciata spagnola negli ultimi mesi dell'occupazione nazista dell'Ungheria, fino all'arrivo dell'Armata Rossa.

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Giusti tra le Nazioni nella Shoah

ricordati a Yad Vashem nel Giardino dei Giusti

Lo Stato d'Israele ha istituito negli anni '50 lo Yad Vashem, il Mausoleo di Gerusalemme per ricordare le vittime della "soluzione finale" voluta da Hitler. All'inizio degli anni '60 è sorta la "Commissione dei Giusti", con il compito di assegnare il titolo di "Giusto tra le Nazioni" a chi, non ebreo, ha salvato degli ebrei negli anni della persecuzione nazista e all'interno di Yad Vashem è stato creato il "Giardino dei Giusti", con un viale in cui ogni albero è dedicato a un giusto. Negli ultimi anni, per mancanza di spazio, l'albero è stato sostituito dal nome inciso nei muri di cinta del giardino.
La Commissione, presieduta per quasi trent'anni dal giudice della Corte Costituzionale Moshe Bejski, ha riconosciuto e documentato finora circa 20.000 giusti: tra questi ne abbiamo scelti alcuni.
Tuttavia, come ricordava spesso Bejski, i Giusti sono molti di più e il compito della Commissione è quello di individuarli e premiarli prima che il trascorrere del tempo cancelli per sempre le testimonianze e le altre prove documentali del loro gesto di aiuto. Il caso italiano dimostra la fondatezza della preoccupazione di Bejski: l'alto numero di ebrei scampati alla "soluzione finale" non è compatibile con i pochi giusti italiani riconosciuti a Gerusalemme (circa 500 a fine 2011). 

Per questo è importante segnalare i casi ancora sconosciuti e attivare il procedimento presso la Commissione per iniziare l'istruttoria che porti ad altre assegnazioni del titolo di "Giusto tra le Nazioni".

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