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Luigi e Trento Brizi

padre e figlio, componenti della “rete di Assisi”

Assisi

Assisi

“Noi ebrei rifugiati in Assisi non ci dimenticheremo mai di ciò che è stato fatto per la nostra salvezza. Perché in una persecuzione che annientò sei milioni di ebrei, ad Assisi nessuno di noi è stato toccato”. Così Emilio Viterbi, ebreo rifugiato ad Assisi. Chi lo salva negli anni della Shoah è la rete di soccorso degli ebrei perseguitati, formatasi ad Assisi e coordinata da Monsignor Giuseppe Placido Nicolini e dal giovane sacerdote don Aldo Brunacci. Di questa rete fanno parte il tipografo assisano Luigi Brizi e il figlio Trento. Luigi possiede un negozietto di souvenir vicino a Piazza Santa Chiara ed esegue piccoli lavori di tipografia con una macchina a pedale. Durante la guerra, usa questa macchina per stampare carte d’identità false che permettono agli ebrei di soggiornare indisturbati in alberghi o presso famiglie e di ottenere razioni di cibo. Nei casi più difficili vengono usati come nascondigli i conventi femminili di clausura. Il problema con i documenti falsi sono i timbri, che rischiano di essere confrontati con gli originali. Per fabbricarli Luigi usa i nomi dei comuni dell'Italia meridionale, mentre il figlio Trento deve a volte arrischiarsi nelle campagne in bicicletta per recapitarli - ed è Padre Brunacci a prestargliene una per raggiungere Foligno - ma c'è anche chi, come Gino Bartali, questi documenti li fa arrivare fino a Firenze. 
Fra le persone salvate dai Brizi si annovera la famiglia Viterbi (Emilio e Margherita con Miriam e Grazia) di Padova. 
Il 16 luglio 1997 Yad Vashem riconosce a padre e figlio il titolo di Giusti fra le Nazioni. Il loro è il dossier 1952.

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