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Achille Castelli 1883 - 1957

il Consigliere Nazionale del PNF che salvò i perseguitati e si rifiutò di consegnare i suoi dipendenti

Achille Castelli nacque a Milano nel 1883. Studiò all’estero e rientrò in Italia a 21 anni, dove venne assunto nell’azienda di famiglia Luigi e Felice Castelli. Fu un imprenditore di successo ed ebbe numerosi incarichi di prestigio. Durante la Grande Guerra fu ufficiale di fanteria e di collegamento del maggiore Fiorello La Guardia, sindaco di New York, e comandante dell’aviazione americana in Italia.

Nel 1921 ricevette la carica di Consigliere della Camera di Commercio di Milano e due anni dopo si iscrisse alle organizzazioni sindacali e al partito fascista. Per 9 anni, nonostante alcuni dissidi con il partito, fu anche presidente dell’unione Commercianti di Milano.

Fu Consigliere Nazionale del PNF, a seguito della nomina a Presidente della Federazione Nazionale dei commercianti tessili a Roma, ma dichiarò di non essersi mai occupato di politica in prima persona e rivendicò una forte antipatia per la retorica del regime. Prese decisamente le distanze da quest’ultimo quando la collusione con il nazismo divenne più evidente e vennero promulgate le leggi razziali.

Questo distacco dal regime fascista e dalla sua classe dirigente fu definitivo durante la Repubblica Sociale Italiana, fino all’arresto di Castelli da parte della milizia repubblicana avvenuto nell’aprile del 1945. Castelli, come avrebbe raccontato in un memoriale scritto per la questura di Milano nel ’46, fu prelevato in casa sua da due camicie nere e portato a Saronno ufficialmente per essere interrogato per un’inchiesta di un capitano della Milizia. In realtà, scoprì arrivato in Caserma, il suo era già un mandato di arresto, da tempo infatti non godeva più della fiducia del partito (si rifiutò di aderire al Partito Fascista Repubblicano, rifiutò diversi incarichi...).

Achille Castelli inoltre aveva inasprito i propri rapporti con i Sindacati fascisti per essersi rifiutato di fornire liste degli operai che nel suo stabilimento non stavano lavorando e che i Sindacati volevano trasferire in Germania - mancando combustibile e materie prime l’attività produttiva era molto ridotta. Castelli sapeva che quelle liste li avrebbero messi in pericolo e così li aveva mantenuti tutti alle proprie dipendenze (comprò dei ceppi di legna da spaccare per giustificare la necessità degli operai).

Castelli passò dalle prigioni di Saronno al carcere di Busto Arsizio e venne scarcerato alla vigilia della Liberazione. Sul suo operato vennero condotte delle indagini (lui stesso in accordo con autorità degli Alleati istituì delle commissioni allo scopo di epurare la classe dirigente collaboratrice del regime fascista). Da questa raccolta di informazioni emersero prima le testimonianze dei suoi dipendenti, che avevano compreso quello che Castelli fece per evitare il loro trasferimento in Germania, e poi ci furono altre voci autorevoli che parlarono delle sue azioni per salvare diversi ebrei, alcuni dei quali esponenti della lotta partigiana. 

Tra di loro, Matilde Steiner Covo, partigiana ebrea figlia di Mario Covo, ucciso dai nazifascisti, che trovò rifugio con sua figlia per alcuni mesi in casa di Castelli, salvandosi la vita, e la famiglia ebrea Esckenasi, ricercata per motivi razziali, nascosta in casa propria da Castelli. Castelli diede rifugio anche ai famigliari dell'antifascista Roberto Lepetit morto a Ebensee nel '45.

Castelli uscì indenne dal processo di epurazione grazie a queste indagini e le lettere scritte dai testimoni in sua difesa sono conservate ancora oggi nell'archivio di famiglia. 

Achille Castelli morì pochi anni dopo, nel 1957. I suoi nipoti Duccio, Curzio e Guido Castelli conservano di lui un ricordo indelebile.

In calce le lettere dei testimoni

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