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Coniugi Vitali - Motta

I pasticcieri torinesi che nascosero una famiglia di ebrei

Testimonianza di Bruno Levi, Torino, aprile 1989

"Un certo grado di fortuna, di incoscienza, d'altruismo" di altre persone conosciute e sconosciute, "ma soprattutto la ferma volontà di non lasciarmi sopraffare dagli eventi mi permisero di poter oggi scrivere queste brevi note e documentare quelle avventure di cui fui partecipe e che ci permisero di uscire dal tunnel del genocidio nazista dal '43 al '45. In Torino andai, come talvolta facevo, a trovare i signori Vitali-Motta che conoscevo per un rapporto di semplice amicizia perché frequentavo il loro laboratorio di pasticceria (dove oggi è la Borsa Valori) e dove si erano trasferiti dalla propria abitazione in via Pomba per evitare i bombardamenti.
Ero alla ricerca di un luogo dove nascondere me e i miei, almeno temporaneamente. Ne parlai con loro. Mi è rimasta indelebilmente impressa la semplicità con cui al racconto dei miei affanni, il signor Vitali, la moglie e la mamma di quest'ultima mi proposero di occupare il loro alloggio vuoto.
Debbo riconoscere che al momento, dati i limitati rapporti che avevo con loro, mi sembrò una proposta non fattibile " per il rischio a cui sarebbero andati incontro. "Feci loro presente che il bando tedesco condannava con l'arresto chi avesse dato ricetto agli ebrei.
Ancora oggi ho presente quanto mi rispose il signor Giuseppe Vitali: 'Per un amico non possono esistere problemi di sorta'. In ordine sparso ci siamo allontanati dal luogo di sfollamento e abbiamo occupato l'alloggio di via Pomba. Vivevamo tutti in una grande stanza, dormendo in terra su materassi racimolati tra parenti e conoscenti.
Cercavamo di farci notare il meno possibile e non scendevano nel rifugio pubblico durante i bombardamenti alleati.
Per interessamento degli stessi Vitali-Motta e di una suora di loro conoscenza (Suore della Provvidenza - Istituto 'Giovanna D'Arco', via Pomba 18, Torino) potemmo ottenere tutti false carte d'identità dalla signora Ricca Secondina in Nas Naretto, titolare dell'anagrafe di Gassino Torinese.
Io correvo il maggior rischio, due situazioni contemporanee negative erano contro di me: essere considerato ebreo e per l'età, con documenti di 'ariano', essere ricercato quale renitente al servizio militare di leva.
In quel breve periodo di permanenza in Torino non potevo impunemente circolare per la città dove per gli anni di studio, di sport e di lavoro avrei potuto essere identificato e denunciato.
Non appena in possesso di falsi documenti decisi prima con mia moglie e il bimbo di raggiungere Roma dove si trovava quel mio zio e la sua famiglia già con noi sfollati...".

tratto dal Diario di Bruno Levi, "5 donne e un bimbo... in fuga! 1938-45"

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