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Elena Sassoli Boldrini e la città di Umbertide

La vedova di Umbertide che aiutò una coppia di ebrei a rifugiarsi in Vaticano

Testimonianza della nipote Nicoletta Boldrini - Umbertide (PG), 24 febbraio 2008

Elena Sassola Boldrini, mia nonna, al momento dei fatti che racconto aveva intorno ai 40 anni. Era vedova da molto tempo ed aveva due figli adolescenti, con i quali viveva nel centro di Umbertide, un paese a pochi chilometri da Perugia, sulla direttrice verso la Toscana e dove dal 1942 erano arrivati almeno 15 cittadini di religione ebraica, suddivisi in nuclei familiari e internati in alberghi o strutture pubbliche. Ricevevano un piccolo sussidio per le spese ed erano tutti in possesso di fogli di via obbligatori emessi dal Ministero dell’Interno e dal Podestà delle città di origine. 

Isidoro Sapira e la sua compagna Caterina Spreiregen, croata di nascita, ma residente a Trieste, avevano preso alloggio in un piccolo albergo, l’albergo Capponi, a due passi dalla casa di Elena. La donna aveva avuto dei problemi di salute, tanto che l’albergatore chiese ad Elena di assisterla. Elena era molto brava nel fare iniezioni (tanto che finì la sua vita professionale facendo l’infermiera), si prese quindi volentieri l’impegno di assistere la signora ebrea. Finì che entrarono in sintonia e poi in amicizia e che la donna parlò ad Elena delle sue paure, rispetto al destino suo e del compagno. Probabilmente trovò una consapevolezza in Elena. 

Mesi prima di quell’incontro, mentre svolgeva il suo compito di impiegata della locale ferrovia, Elena aveva visto volare dal finestrino di un vagone una valigetta. L’aveva raccolta e si era diretta alla stazione locale per riconsegnarla. Lì si era imbattuta nella milizia fascista che aveva fermato un distinto signore, che Elena aveva appreso essere un noto avvocato di Perugia. L’istinto le aveva suggerito di restare in silenzio in quella circostanza, ma dopo alcune settimane aveva contattato l’avvocato, che nel frattempo era tornato a casa, e gli aveva riportato la valigetta. L’uomo l’aveva ringraziata confidandole che in quella valigia c’erano documenti per amici che rischiavano la vita. Dalle poche allusioni Elena aveva capito che si trattava di ebrei, conosceva quindi il contesto in cui i suoi conoscenti si trovavano e il rischio che correvano. Umbertide da questo punto di vista costituì una piccola isola felice, dai funzionari dell’anagrafe al locale maresciallo dei carabinieri, alle famiglie che li avevano come vicini, si era formata una rete protettiva nei confronti degli ebrei, che funzionò fino in fondo, permettendo a tutti di fuggire dalle retate che in quei giorni i repubblichini avevano organizzato, in contemporanea con l’allestimento di un centro di concentramento nell’Istituto magistrale di Perugia, da dove i rastrellati ebrei venivano inviati poi ai veri e propri campi, in particolare a Fossoli. Elena parlò a lungo con la coppia di ebrei, che le avevano espresso la volontà di tentare di raggiungere Roma, dove avevano contatti vicini al Vaticano.

La “fuga” fu organizzata con metodo. Elena, tramite il fidanzato di una nipote che lavorava a Roma, Armando Villarini, si mise in contatto con un altro umbertidese trasferito da tempo nella capitale e dirigente di una delle più importanti reti della Resistenza romana, Pio Taticchi. La complicità degli amici romani doveva garantire il raggiungimento del rifugio sicuro all’interno delle mura vaticane. Elena fece uscire di mattina presto Sapira e la compagna dall’albergo, con la scusa di una visita medica urgente, facendo lasciare loro ogni cosa nella camera. Poi li fornì dei vestiti e dei biglietti, facendoli accompagnare al treno per Terni da suo figlio Fabrizio e dal nipote Bruno, due adolescenti ben consapevoli del rischio che correvano. Sembravano una famigliola di campagna che andava a vendere qualche prodotto al mercato. Anche i documenti erano in “regola”. La comitiva scese a Cesi, una stazioncina nei pressi di Terni, dove Armando Villarini prese in consegna la coppia e con una vecchia side-car, li accompagnò a Roma, organizzando con Taticchi l’arrivo fino a Città del Vaticano. Ci volle poi una bella dose di faccia tosta da parte di Elena, per giustificare all’albergatore come mai i due coniugi non rientrassero per tanto tempo, pur avendo lasciato le loro cose nella camera a loro riservata.

Caterina Speiregen comunicò poi in modo fortunoso con Elena, raccontandole di essere arrivata sana e salva in Vaticano; più tardi le mandò notizie dalla Puglia dove aveva seguito in qualità di interprete l’esercito angloamericano ed infine dopo l’arrivo degli alleati anche a Umbertide, tornò a trovarla in veste proprio di ufficiale interprete. Fu un incontro commovente che Elena raccontava ancora con commozione dopo tanti anni. Isidoro Sapira e Caterina Speiregen emigrarono poi negli Stati Uniti. Le altre famiglie ebree confinate nel paese furono aiutate a fuggire.

Elena, che era la mia nonna paterna, disse sempre, raccontando questa storia, che “era la cosa giusta da fare e che per fare le cose giuste non serve mica il coraggio, si fanno e basta”.

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