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Enrico Ricciardi 1925 - 2011

salvò gli ebrei fornendo documenti falsi

Enrico Ricciardi, foto di Filippo Ricciardi

Enrico Ricciardi, foto di Filippo Ricciardi

Testimonianza del figlio Filippo Ricciardi - Locarno, 6 aprile 2013

Vorrei raccontarvi la storia di mio padre Enrico Ricciardi (1925-2011). Condensare la vita di quest’uomo in poche righe è compito arduo, anche se volessi solo fare un sunto per inquadrare la persona. Filantropo, marito devoto e padre premuroso, gran lavoratore, amante della musica, compositore, direttore di diversi gruppi coristi, apprezzato dirigente di una piccola società di marketing e pubblicità nella Milano degli anni ’60-’80. Sue le idee per alcune campagne pubblicitarie delle quali ancor oggi si sentono gli slogan.

Papà nasce a Mersin, in Turchia, figlio di Edmondo, di origine italiana nato a Rodi e di Madeleine Sultan, originaria di una famiglia libanese di religione cristiana. È ancora piccolo quando la famiglia si trasferisce a Rodi, isola facente parte del possedimento italiano del Dodecaneso. Mio nonno era un apprezzato e stimato funzionario di banca, un altro personaggio che meriterebbe un capitolo a parte.

Incomincia a frequentare le scuole dei Fratelli delle Scuole Cristiane (i Lassaliani) e riceve un’educazione improntata all’ecumenismo. In famiglia l’ambiente è sereno; ha cinque tra fratelli e sorelle, i sentimenti sono solidi e l’isola in quegli anni, tra il 1930 e il 1938, è un piccolo paradiso in terra. L’antichissima comunità Ebraica di Rodi convive con quella Cristiana Cattolica, con i Greci Ortodossi, con la comunità Musulmana in una sorta di vero ecumenismo. Dai racconti di mio padre, ma anche da moltissime testimonianze a me giunte, emerge un ambiente permeato di solidarietà, rispetto, amore fraterno. Ogni comunità era invitata alle feste di ciascun gruppo religioso. La famiglia di mio padre era regolarmente alle funzioni religiose e alle feste familiari in occasione delle più importanti ricorrenze ebraiche, ortodosse e musulmane e viceversa, con una naturalezza oggi difficilmente comprensibile e quasi accostabile a un’utopia. A scuola, senza distinzioni, mio padre ha compagni di classe ebrei, ortodossi, e musulmani. I programmi di istruzione prevedevano il rispetto per ciascuna comunità! In questo ambiente fertile, incoraggiato dalla solida educazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane, mio padre passa (parole sue) i “più begli anni della mia vita”.

Rodi, baciata dal sole, isola ricca di storia e arte, a un certo punto piomba nel buio della Guerra! Non è certo questa la sede per ripercorrere tutte le vicende belliche sull’isola; mi limito a dire che, a un certo punto, le cose incominciano a peggiorare vistosamente. Intanto il fratello maggiore di mio padre Antonio Ricciardi, classe 1919, (ancora in vita!) deve partire poiché ufficiale, e seguirà un percorso militare avventuroso, salvandosi più volte anche in modo rocambolesco.

Arriva l’8 Settembre 1943. Da questo momento in poi, prima lentamente, poi sempre più velocemente, le cose precipitano. I Fratelli delle Scuole Cristiane intuiscono, forse prima di altri, che si avvicina la catastrofe, ma tra la popolazione non c’è ancora la consapevolezza di ciò che sta per capitare. In quel periodo il Comando dei Carabinieri sull’isola era presieduto dal Capitano Carlo Pellegrino (1896-1990) che aveva anche funzioni di Questore.

Tra la fine del ’43 e l’inizio dell’anno successivo, iniziano le deportazioni dei soldati italiani nei campi di prigionia, e qui si scrive un’altra pagina poco conosciuta. Ben 14.000 soldati italiani perirono durante i trasferimenti in mare, silurati dagli inglesi, sia pur ignari che quelle carrette di mare fossero stipate di soldati prigionieri. Ma i tedeschi puntavano sul fatto che gli inglesi avrebbero proprio preso di mira le navi in quel tratto di mare.

I Fratelli delle Scuole Cristiane, dirette in quegli anni da Fratel Angelino Guiot (1884-1963), fanno la conta dei ragazzi in età di leva che rischiano la deportazione, tra i quali c’è mio padre Enrico. In tutta fretta, con la mediazione di Fratel Angelino, molti di loro vengono arruolati nei Carabinieri con funzioni di Polizia Militare. In sostanza, essendo arruolati con i compiti di Ordine Pubblico, i tedeschi non possono deportarli. Intanto, complice un severo blocco navale imposto dagli Alleati, Rodi vive il periodo più brutto della sua storia recente: la fame! La gente moriva letteralmente di fame e i morti non si contavano, spesso si nascondevano per non perdere la scarsa razione quotidiana assegnata a ciascun nucleo familiare. Papà mi raccontava che, di notte, mio nonno Edmondo arrivava vicino alle inferriate della zona militare e mio padre gli passava la sua razione quotidiana da portare a casa, rinunciando lui stesso a mangiare. Ho visto molte volte le foto di mio nonno e mio padre irriconoscibili, deperiti e con lo sguardo spento nei loro occhi.

Poi papà viene trasferito in Questura all’ufficio dei passaporti. La situazione nel frattempo si stava aggravando. Siamo nelle primissime settimane del gennaio 1944. Le voci di ciò che stava succedendo agli Ebrei d’Europa arrivavano, sia pur smorzate, anche sull’isola. Qualcuno se ne vuole andare di nascosto prima che sia tardi. Tuttavia la maggior parte della comunità ebraica di Rodi, nonostante qualcuno incominci a raccontare ciò che sta capitando fuori dall’isola, si sente ancora tranquilla, anche perché rassicurati dal Maggiore Gen. Ulrich Kleemann arrivato sull’isola nel giugno del ’43 (amico personale di Adolf Hitler) che rispetto al suo successore era ancora un moderato… D’ora in poi la storia è ricucita grazie alle testimonianze e a ciò che è stato trovato in seguito in rete perché, purtroppo, le persone coinvolte non sono più qui a potermi arricchire di dettagli.

Sta di fatto che mio padre aveva a disposizione un buon numero di matrici della carta di identità italiana. All’inizio, senza pensarci e senza avvisare il suo superiore, iniziò a scrivere nomi e cognomi e date di nascita, modificando quelli originali di suoi cari amici Ebrei e dei loro familiari. Mi disse che, di notte, organizzavano delle barche sulle quali facevano salire quei poveretti che, con un fagotto di poche cose e soprattutto con la carta di identità rifatta, salpavano per la Turchia o per qualche isola non occupata. La cosa prese spessore perché il Capitano - nonché Questore - Carlo Pellegrino un giorno chiamò mio padre nel suo ufficio e gli disse: “Carabiniere Ricciardi, so cosa sta facendo, io non so nulla ma Dio vede!” Di fatto so che nella questione delle carte di identità era coinvolto Fratel Angelino Guiot, e anche il Capitano Pellegrino. È probabile che l’idea di queste fughe mirate con i “connotati” rifatti, venne a più persone contemporaneamente. È chiaro che se presi dai tedeschi sarebbero finiti sotto corte marziale e fucilati. Mio padre mi raccontò che si ricordava ancora bene i volti di chi partiva…Questi episodi erano periodici, si falsificavano le carte e si preparava la fuga nei momenti meno pericolosi. Alcune decine di persone riuscirono a fuggire, mio padre non ricordava il numero esatto.

La situazione sull’isola peggiorò con l’arrivo del Gen. Wagener nel settembre del 1944, che si sarebbe dimostrato in seguito un vero aguzzino, sia per i soldati italiani che si erano arresi (ed erano stati internati in tre campi distinti sull’isola) sia per la popolazione ebraica.

Wagener applicò alla lettera le disposzioni del III° Reich sull’annientamento della razza ebraica. Arrivò anche il tremendo 3 settembre del ’44 quando anche i ragazzi ebrei delle scuole Lassalliane furono ammassati e fatti salire sui piroscafi. A nulla valsero le preghiere di Fratel Angelino Guiot, che prego Wagener e gli altri ufficiali di prendere lui al posto dei suoi allievi. Guoit parlava perfettamente il tedesco e a nulla valse il suo gesto, tanto più che Wagener gli puntò la pistola contro!

Finì così in modo tragico la storia secolare degli Ebrei Safarditi di Rodi: 1800 deportati, solo qualche decina sopravvissuta ai campi e qualche altra decina fuggita prima del disastro.

Una sera di qualche anno fa mio padre, con le lacrime agli occhi mi raccontò queste vicende, pensando di essere al traguardo della vita. Piangendo mi disse che non si diede mai pace per tutti coloro che non era riuscito a salvare. Cosa poteva fare un giovane di 19 anni più di quello che lui, il Capitano Pellegrino (poi costretto a fuggire braccato dai tedeschi perché soprattutto in lui vedevano colui che aveva aiutato gli Ebrei e i soldati italiani) e i Fratelli Lassaliani avevano fatto per nascondere, aiutare e far fuggire quei poveretti?

Mi disse anche che avrei dovuto tenere custodita questa vicenda fin che lui fosse stato in vita. Ho mantenuto la promessa, e il giorno che ci ha lasciato, il 19 settembre 2011, un fiume in piena mi ha letteralmente travolto.

In chiesa, nel paesino nella provincia di Varese dove abitava con mia mamma e mio fratello, c’era tanta gente da formare la coda fuori. Per tutta la vita aveva fatto del bene, anche solo con una parola gentile, con l’impegno nella parrocchia, insegnando a cantare a tutti! Dai bambini dell’asilo che lo chiamavano Nonno Enrico, a noi adulti che lo ammiravamo per il suo portamento “umile e fiero” come disse il parroco quel giorno. Ho raccontato i fatti salienti di Rodi durante l’orazione funebre perché era arrivato il momento che la gente che gli aveva voluto bene sapesse! Fuori dalla chiesa si avvicina un signore con i capelli bianchi e mi abbraccia: era il figlio del Capitano Pellegrino che sapeva la storia da suo padre. Ho stretto mille mani quel giorno, un caro collega di mio padre mi ha detto:”Quello che hai raccontato non mi sorprende, sapevo che uomo era tuo padre!”

Quello che mi rimarrà impresso per tutta la vita è che camminando attraverso la navata della chiesa ho visto un sacco di giovani piangere: erano i bambini dell’asilo ai quali qualche anno prima aveva insegnato a cantare. Quel giorno salutavano il nonno Enrico nel suo ultimo viaggio.

Come soleva dire in greco: Jassas pediamu! (Salute figli miei!) io dico a lui Jassu papà. Sarai per noi sempre un esempio per la tua correttezza, la tua signorilità, il tuo cuore grande così!

E a voi dico: SHALOM che in qualunque parte del mondo e in qualunque lingua si dica è sempre una speranza per il futuro!

Gariwo ringrazia Filippo Ricciardi per le informazioni e le fotografie fornite alla redazione.

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