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Ettore Castiglioni

Guidò e portò in salvo attraverso valichi alpini ebrei e perseguitati politici

Ettore Castiglioni è un esponente della media borghesia milanese fra le due guerre, personalità dalle molteplici sfaccettature, con una laurea in giurisprudenza, ma con una netta predilezione per la musica e la letteratura, a suo agio negli accoglienti musei europei, ma che trova nelle alte montagne il suo ambiente più congeniale, tanto da diventare uno dei più provetti alpinisti del suo tempo. Una figura a cui non doveva essere estranea una forte propensione all’introspezione e alla libertà di pensiero.

I suoi diari sono una testimonianza del suo mondo interiore e ci orientano nella comprensione delle sue motivazioni altrettanto bene, se non meglio, delle interviste ai vecchi amici sopravvissuti e delle ricerche d’archivio che ci forniscono le circostanze e il contesto della sua azione.
L’interesse verte soprattutto sugli ultimi mesi di vita di Castiglioni. Più precisamente si tratta del periodo che va dall’8 settembre ’43 al 12 marzo ’44, giorno della sua tragica morte. Sei mesi durante i quali Castiglioni si dedica al salvataggio delle vittime del fascismo. Vi compaiono anche personaggi famosi che, in un modo o in un altro, con lui hanno collaborato o da lui hanno ricevuto aiuto: Luigi Einaudi, Federico Chabod, Maria José di Savoia. Nomi che, per quanto indirettamente, ci riportano a uno dei momenti più nefasti della storia dell’Italia contemporanea, quello della Repubblica di Salò.

Ma i nomi più importanti sono quelli dei compagni d’azione di Castiglioni, nomi di sconosciuti, quattordici uomini con i quali egli ha costituito una piccola “repubblica” nella quale ognuno ha un suo ruolo e dove il “vincolo di solidarietà” si rafforza “ogni giorno di più”. Una sorta di “laboratorio” della democrazia come se ne formarono parecchi nell’esperienza resistenziale di quei mesi. Sono i suoi ex allievi del corso militare di alpinismo che, dopo l’8 settembre, lo seguono in Valpelline per costituire una formazione partigiana che opererà ai suoi ordini.
Il contributo che Castiglioni darà alla Resistenza non sarà di tipo militare, ma sostanzialmente umanitario, di soccorso alle vittime del nazifascismo. “Dare la libertà alla gente, aiutarli a fuggire per me adesso è un motivo di vita.” Così scrive in una pagina del suo diario.
In Valpelline si trova al posto giusto nel momento giusto. Ha un’esperienza di esperto alpinista che può mettere al servizio della causa delle vittime del fascismo. Si mette così ad organizzare spedizioni oltre il confine con la Svizzera per i difficili sentieri di montagna mettendosi alla testa di piccoli gruppi di profughi che di volta in volta gli vengono indirizzati da amici combattenti antifascisti.
Il soccorso che Castigloni offre alle vittime del fascismo non ha nulla di ideologico o di eroico, è la semplice, spontanea reazione di un uomo che non accetta l’ingiustizia di cui è testimone. Egli è un tranquillo, colto borghese che non sente alcun bisogno di atteggiarsi ad eroe. Come spesso succede con le persone giuste, non si avverte nessuna enfasi nel suo agire, perché portare soccorso alle vittime della sopraffazione è un compito reso necessario dalla consapevolezza etica, niente di più. Anche se si mette a rischio la vita.
In quei pochi mesi riesce a condurre in territorio elvetico non pochi rifugiati. Fino a quando un banale controllo di dogana non mette fine alle sue spedizioni. Messo in un carcere svizzero, viene liberato dopo poche settimane con l’obbligo di restare fuori dal territorio svizzero, pena una carcerazione più lunga e più dura.
Uscito dal carcere, il suo primo pensiero è di raggiungere il suo gruppo in Valpelline. Deve però prendere atto con amarezza che la sua piccola “repubblica”, in sua assenza, si è dissolta.
Decide, a questo punto, di tornare nella sua casa di Milano con il probabile scopo di mettersi in contatto con esponenti della resistenza. La città è devastata dai bombardamenti ma la casa di Castiglioni è stata miracolosamente risparmiata.
L’ultimo atto si apre quando Castiglioni ritorna in Svizzera, malgrado l’espressa diffida ricevuta dalle autorità elvetiche a non mettervi più piede. Che cosa intendesse o si apprestasse a fare là, si può solo dedurre per via ipotetica. Il diario non è certo il luogo in cui mettere nero su bianco i progetti della lotta clandestina a rischio di venire scoperti, e quindi nessuna informazione da esso possiamo dedurre. Si avanza l’ipotesi che egli avesse nuovamente varcato il confine svizzero per un contatto con esuli antifascisti. Per altro, l’ultimo testimone che l’ha visto vivo per avergli dato il proprio passaporto prima dello sconfinamento, Oscar Braendli, conferma di sapere che Castiglioni aveva una missione da svolgere per conto del CLN.
Sta di fatto che nel marzo del ‘44 Castiglioni viene scoperto e catturato dai gendarmi svizzeri in una locanda poco al di là del confine. Il luogo della detenzione è provvisoriamente una stanza d’albergo, in quanto il carcere del paese più vicino non è raggiungibile per quella notte.
Nonostante le precauzioni prese dalle guardie, che gli hanno sottratto, oltre agli scarponi, alla giacca vento e agli sci, perfino i calzoni, nonostante il freddo intenso, Castiglioni decide di tentare la fuga. Una fuga nell’oscurità del primo mattino inspiegabile e disperata, progettata sulla spinta di uno stato d’animo tipico di un individuo abituato alle grandi imprese.
Il suo corpo viene ritrovato solo tre mesi più tardi, nel giugno del 1944, nei pressi del valico del Forno. Un mistero fitto avvolge tuttora i motivi che lo hanno indotto a prendere la decisione che gli è costata il sacrificio della vita.

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