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Leonida Calamida 1906 - 1992

Il partigiano che rischiò la vita per recapitare i documenti falsi agli ebrei in fuga

Leonida Calamida (primo da sx)

Leonida Calamida (primo da sx)

Testimonianza di Leonida Calamida dal suo libro "Gli anni del dolore e della rabbia", ed. La Pietra

"A un compagno che nel 1945 mi chiederà di definite con una parola i partigiani, risponderò: "Incoscienti"....

... Ortensi aveva il "laboratorio" proprio nel suo ufficio  alla Facoltà di Agricoltura a Città degli Studi, dove era assistente... custodiva ben mascherato il piccolo laboratorio per falsi che consisteva in un complesso armamentario perla riproduzione di documenti e tessere, per l'imitazione dei timbri, firme e altre diavolerie... mi consegnava tessere, lasciapassare, documenti di appartenenza a organizzazioni o Comandi germanici fascisti, abilmente falsificati.
Frequentavo spesso anche lo studio di un noto architetto milanese nei presidi viale Majno, dove andavo solo a ritirare carte d'identità false per ebrei. Altro "centro falsi" era presso uno studio commerciale di via Croce Rossa. Qui una volta mi imbattei in quattro S.S. che stavano procedendo a una perquisizione. Si immagini la mia paura, anche perché gli sgherri mi chiesero i documenti e il motivo della mia visita. Rispose prontamente una dattilografa che era vicino a me, dicendo: "Il signore è ritornato per conoscere l'esito della sua richiesta di assunzione, che, purtroppo, è negativo". Le S.S., esaminati i documenti, mi rivolsero un paio di domande sibilline, poi mi licenziarono bruscamente. Apparentemente ero insospettato.
Se non era facile ritirare il materiale falso, ancora più difficile e pericolo era consegnarlo. Non si poteva essere tranquilli circolando con tali documenti esplosivi in tasca e, inoltre, la consegna dei falsi era assai complicata: occorreva fissare un appuntamento e quasi sempre a persone non conosciute... Un giorno in via Mercanti incappai in un posto di blocco, proprio quando avevo con me ben nove carte d'identità false da consegnare a ebrei. Un folto gruppo di militi repubblichini fermava tutti i passanti, incanalandoli in uno stretto corridoio fra le case e un cordone di altri militi, i quali chiedevano i documenti e procedevano a una minuziosa perquisizione di ciascun fermato. Io arrivai al posto di blocco in bicicletta. Non potevo più ritornare indietro e fui anch'io incanalato con i rastrellati. Mi sentii perduto e mi parve che il cervello mi si svuotasse ma, a pochi passi dagli sgherri incaricati delle perquisizioni, ebbi fulmineamente un'idea. Mi chinai improvvisamente e feci saltare la catena della bicicletta, forzandola con entrambe le mani. Poi, imprecando, finsi di rimetterla a posto e, ormai di fronte al fascista, mostrai le mani sporche di grasso nero e lo pregai di togliermi il portafoglio con i documenti dalla tasca posteriore dei pantaloni. Egli eseguì, mentre si assicurava nel frattempo, perquisendomi, che non nascondevo armi. Trascurò, fortunatamente, di frugarmi in tutte le tasche, in una delle quali tenevo le maledette carte d'identità. Ripostomi in tasca il portafoglio, il repubblichino mi fece cenno di passare. Salutai romanamente, ostentando solo il mio disappunto per l'incidente della catena e, con le gambe che mi reggevano appena, raggiunsi casa mia, dove mi buttai sul letto spossato e con una gran voglia di vomitare, e mi addormentai profondamente.

... Già nel 1943, a Venegono, avevo aiutato parecchi italiani ebrei a espatriare attraverso il valico di Bizzerone, nel Varesotto; alcuni si fidavano di compiere il percorso da Venegono a valico solo di notte. Con compagni del luogo io li accompagnavo e, dopo essere passato in territorio svizzero attraverso un foro nella rete di confine, li consegnavo ai militi svizzeri. Questi militi ormai erano nostri amici. Noi auguravamo ai profughi buona fortuna e tornavamo alle nostre case.
Tra gli ebrei che aiutammo c'erano due coniugi sulla cinquantina, segnalati dai compagni perché appunto li facessimo espatriare da Milano, ove da tempo vivevano nascosti in un luogo che non ritenevano più sicuro. Li incontrai e proposi loro di accompagnarli in treno da Milano a Venegono, muniti di carte d'identità false che avrei loro procurato. Da Venegono li avrei fatti passare clandestinamente  in Svizzera. Ma entrambi avevano paura a percorrere l'itinerario proposto... Finalmente trovammo una soluzione: la donna accettò di trasferirsi ad Arona, presso nostri coraggiosi conoscenti anziani, e di essere assunta in qualità di domestica in una villa nei pressi della cittadina, ove rimase indisturbata fino alla fine della guerra; il marito, invece, non volle nemmeno muoversi da Milano e riuscimmo a farlo ricoverare all'ospedale Fatebenefratelli con la complicità davvero coraggiosa del primario. Quest'ultimo era il professor Sostegni, un patriota a noi collegato. L'ebreo venne messo nella lista degli aggravati, sotto falso nome e falsa grave malattia, sicché rimase a letto per alcuni mesi, fino alla Liberazione. Eppure, in tutti gli ospedali, poliziotti e fascisti vigilavano giorno e notte.
Incidentalmente venni a sapere, a metà del 1945, che i due coniugi che avevamo favorito godevano di ottima salute e avevano ripreso la loro attività"

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