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Ales Bialiatski (1962)

nonostante le intimidazioni e decine di arresti, da 30 anni continua a difendere i diritti umani in Bielorussia

Ales Bialiatski è un attivista per i diritti umani in Bielorussia, che da 30 anni guida una campagna per la democrazia e la libertà. Nel 1996 ha fondato il Centro per i diritti umani “Viasna” - di cui è presidente - con sede a Minsk per fornire sostegno ai prigionieri politici. Da allora, il centro è diventato la principale organizzazione non governativa del Paese che contribuisce allo sviluppo della società civile in Bielorussia attraverso la promozione dei valori democratici, la documentazione delle violazioni dei diritti umani e il monitoraggio delle elezioni. L’organizzazione ha circa 200 membri nella maggior parte delle città bielorusse e lavora a stretto contatto con Ong locali e gruppi internazionali.

Dalla metà degli anni ’80, Bialiatski ha condotto una campagna non violenta e apartitica per garantire le libertà democratiche in Bielorussia. La sua attività come membro del movimento nazionale per i diritti umani gli è costata più volte l’arresto, Bialiatski ha infatti scontato anni di prigione (è stato arrestato più di 25 volte) per accuse orchestrate contro di lui. Nonostante questo, Bialiatski non ha mai smesso di dedicarsi alla promozione dei principi democratici e dei diritti umani in Bielorussia.

Sin dall'inizio, Viasna è stata perseguitata incessantemente dalle autorità bielorusse, e ha visto i suoi membri sottoposti a ripetuti arresti, percosse, multe. Nel 1988, Bialiatski ha co-organizzato una serie di azioni pubbliche per commemorare le vittime della repressione politica sovietica, anche queste manifestazioni sono terminate con il suo arresto e con una serie di sanzioni amministrative.

In un contesto in cui le voci dell'opposizione sono messe a tacere e la società civile è severamente limitata, Viasna è diventata negli anni un punto di riferimento nel Paese per chi chiede libertà e diritti. Durante le proteste pro-democrazia, comprese le recenti manifestazioni all'indomani delle elezioni presidenziali fraudolente del 2020 - durante le quali Viasna è stato un membro del gruppo di monitoraggio "Difensori dei diritti umani per elezioni libere” -, l’Ong ha svolto un ruolo di primo piano nella difesa della libertà di riunione e dei diritti delle persone arrestate per aver manifestato il proprio dissenso, nonché nella documentazione degli abusi avvenuti, facendo emergere le pratiche dittatoriali dello Stato bielorusso e rilasciando un elenco di prigionieri politici. Migliaia di manifestanti sono stati arrestati e Viasna ha documentato l'uso diffuso della tortura da parte delle autorità.

Uno dei risultati duraturi dell'organizzazione è stata inoltre la mobilitazione che ha portato alla creazione di un relatore speciale sui diritti umani in Bielorussia nel 2012. Poiché la Bielorussia non è parte della Convenzione europea dei diritti umani, i meccanismi delle Nazioni Unite rimangono l'unico modo con cui è possibile effettuare valutazioni giudiziarie sulla situazione dei diritti umani nel Paese.

Viasna è stato anche un forte oppositore della pena di morte in Bielorussia, l'ultimo Paese europeo a eseguire la pena. L’Ong si impegna con i Paesi europei e le organizzazioni internazionali nel fornire monitoraggio sul campo e condurre attività di advocacy internazionale presso le Nazioni Unite, oltre che nella difesa dei condannati.

Dopo le elezioni presidenziali del 2020, Bialiatski è diventato membro del Consiglio di coordinamento, istituito dai membri dell’opposizione, comprendente figure di spicco della società civile bielorussa. Il Consiglio è la principale realtà nazionale impegnata nella denuncia della repressione dei manifestanti pacifici e nella richiesta del rispetto di standard internazionali per elezioni libere ed eque.

Ales Bialiatski è stato poi nuovamente arrestato il 14 luglio 2021 con l’accusa di “evasione fiscale”. Ad ottobre gli è stata data la massima pena del caso: sette anni di carcere. Nel 2011 era stato condannato per il medesimo reato a quattro anni e mezzo, di cui ne aveva scontati tre prima di ottenere l’amnistia, in un regime di severe restrizioni e lunghi periodi di isolamento. In quell’occasione, osservatori indipendenti e organizzazioni internazionali hanno fermamente condannato la detenzione come rappresaglia per il suo lavoro sui diritti umani.

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