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Atefa Ghafoory (1990)

una giornalista contro i talebani

La sua vita è come un cerchio infuocato che probabilmente non si chiuderà mai perché spezzato dal ritorno dei talebani ai quali si è ribellata fin dall’infanzia. Un’infanzia senza giochi e con gli orchi sempre in agguato sull’uscio di casa. La sua storia è troppo dura, persino troppo eroica per una donna di trentuno anni, cresciuta in estrema povertà e diventata una delle prime giornaliste laureate nella terza città dell’Afghanistan. Ad Herat dove c’è stato il quartiere generale dei militari italiani fino al giorno in cui è stata ammainata la bandiera- l’8 giugno 2021- e dove Atefa aveva portato un gruppo di donne per una performance artistica che rappresentava un altro metro sottratto ai talebani.

Atefa Ghaffory è una giornalista e attivista, impegnata fino a quando ha potuto nella difesa dei diritti delle donne e nella formazione delle nuove generazioni per aiutarle a sfidare la cultura patriarcale e il fondamentalismo islamista. Nata nell’ottobre del 1990 a Herat, nella parte occidentale dell’Afghanistan, sotto il primo regime talebano, nel dicembre del 2021 è riuscita a scappare dal secondo regime talebano dopo una fuga durata tre mesi. Ora vive in Svezia, dove ha chiesto la protezione internazionale. Atefa Ghafoory – etnia tagika –è stata pluripremiata per i suoi reportage nell’Afghanistan di mezzo, quello cresciuto storto ma libero sotto la sorveglianza della coalizione internazionale. E mai avrebbe potuto immaginare che dopo vent’anni di libertà, sebbene condizionata, i talebani avrebbero cominciato a cercarla, devastato la sua casa, picchiato il padre, ammazzato lo zio per trovarla. Herat è caduta nelle mani dei talebani il 12 agosto 2021 e lei ha cercato di mettere in salvo venti donne che facevano parte della sezione femminile dell’Ajsc, l’Afghan Journalists Safety Committee che dirigeva dal 2019. Prima di fuggire anche lei verso Kabul dove c’erano dei rifugi allestiti dalla sua organizzazione. Le avevano promesso che sarebbe arrivato un elicottero per aiutarla a scappare con suo marito, il figlio e gli anziani genitori. E invece è stata l’ultima dell’Ajsc ad andarsene dalla cittadella fortificata voluta da Alessandro Magno. Si è nascosta nel flusso dei prigionieri rilasciati dalle carceri -urlando Allah è grande- per mimetizzarsi con gli ex detenuti islamisti liberati dagli studenti coranici tornati al potere nell’agosto scorso. Durante la fuga, prima ha cercato rifugio in un hotel che non le ha aperto le porte e poi è andata a Kabul dove ha scoperto anche lei con sconcerto che l’intero Paese era collassato. Ci è arrivata a bordo di un autobus che è stato fermato 22 volte ai checkpoint, dove suo marito, giornalista come lei, è stato preso dai talebani e picchiato perché volevano capire chi fosse. Lui parlava dari, i miliziani talebani pashtun. Non si capivano e lo insultavano; gli chiedevano perché avesse una moglie che aveva studiato. Atefa piangeva, implorava gli anziani presenti sull’autobus di intercedere per lei, di aiutarla a salvare suo marito e alla fine lo hanno lasciato andare. Per tre mesi ha vagato per diverse città, nascondendosi in rifugi temporanei. Stretta e costretta dentro un terrore che non pensava di dover rivivere perché Atefa aveva cinque anni quando la sua famiglia è scappata in Iran, fuggendo dal primo regime talebano. Ne aveva sette quando, rientrata in Afghanistan, sua madre ha deciso di mandarla in una scuola clandestina per permetterle di imparare a leggere e a scrivere. I suoi genitori erano paralizzati dalla paura di esporla alla fustigazione dei talebani ma dopo che nella moschea dove veniva educata a memorizzare le sure del Corano l’imam l’aveva frustata per un capello ribelle sfuggito allo chador, hanno deciso di rischiare e di farla studiare nelle scuole vietate che si erano create nelle case. E ne aveva otto quando superava i checkpoint dei talebani prima maniera con i libri nascosti sotto il burqa. E poco di più di otto quando i talebani volevano comprarla per darla in sposa a uno dei miliziani, costringendo i genitori a cambiare casa per proteggerla. E quando è arrivato il primo barlume di speranza, aveva compiuto da poco undici anni. Il giorno in cui è caduto il primo regime talebano, lo ha saputo da una piccola radio che aveva in casa anche se avere una radio rappresentava un altro gesto di pericolosa ribellione. “Le ragazze come me erano semi nascoste a lungo sotto le macerie e germogliati nella società patriarcale dell'Afghanistan”, ha ricordato una volta arrivata in Europa

Dopo l’intervento militare statunitense Enduring Freedom e la creazione della missione multinazionale guidata dalla Nato in Afghanistan, Atefa ha iniziato a studiare nelle scuole pubbliche. Nel 2010 prende il diploma e nel 2013 si laurea in Giornalismo e Mass media. Il suo primo articolo lo ha scritto sul giornale del liceo e non poteva immaginare, allora, che nel 2021 avrebbe infilato alla rinfusa i sogni infranti in una piccola valigia, obbligata di nuovo a scegliere l’esilio. Atefa Ghaffory ha avuto un’infanzia molto triste ma una famiglia coraggiosa, strenua oppositrice dei talebani. “Mia madre è stata un’eroina. Durante il primo regime talebano ha aperto una scuola clandestina per aiutare le bambine a studiare. Dopo l’arrivo della coalizione internazionale ha lavorato con le Nazioni Unite per alfabetizzare le donne e alla sera, instancabile, andava a bussare alle porte delle famiglie del vicinato per cercare di impedire matrimoni forzati delle minorenni. Un esempio di coraggio che ho voluto e dovuto imitare. Quello che sono diventata, tutto quello che ho fatto, lo devo a lei”, ha raccontato dopo essere stata salvata anche grazie all’intervento di un’europarlamentare del Partito democratico, Alessandra Moretti, che ha segnalato alla Farnesina e al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, la sua fuga all’interno dell’Afghanistan per non essere catturata. Una volta arrivata in Pakistan grazie a un visto del Governo italiano, è riuscita ad arrivare in Svezia tramite lo IOM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Atefa Ghafoory è stata fra le prime donne a laurearsi in giornalismo all’università di Herat. Per coronare il suo sogno ha dovuto affrontare l’ira funesta di tutti i parenti che hanno cercato di impedirle di frequentare la facoltà di Giornalismo. Urla, strepiti, ceffoni e offerte di soldi per costringere i genitori determinati a farla studiare come e dove voleva. “È scoppiato il finimondo perché li stavamo disonorando: una donna giornalista per loro era considerata una prostituta perché parla con gli uomini”, ha spiegato con una profonda amarezza nello sguardo. Atefa Ghafoory ha girato cinque province per raccontare le storie di donne vittime della violenza. Ha documentato il dramma di una donna alla quale il marito aveva tagliato il naso e le orecchie e poi si è arruolato con i talebani. Il documentario ha avuto un grande impatto fra gli attivisti per i diritti umani e ha motivato altre giovani donne a osare, a emanciparsi e a battersi per la parità di genere. Con la sua piccola telecamera, ha suscitato scandalo: le persone si avvicinavano curiose e furiose. Qualcuno voleva spegnerla, qualcuno la colpiva: la società non era pronta per accettare che una donna diventasse giornalista, ma non si è mai arresa. Le ragazze della sua età nelle città e nei villaggi dell’Afghanistan erano costrette a matrimoni forzati. Per questo motivo è entrata all’università: voleva raggiungere il suo sogno tenuto segreto troppo a lungo con la speranza di cambiare la destino di tante altre ragazze come lei.Herat è sempre stata una città molto tradizionale sotto l'influenza di mullah estremisti e anche dopo la caduta dei talebani le ragazze non avevano il coraggio di iscriversi all'università. Io invece non solo sono andata all'università: ho anche scelto una facoltà nel campo molto delicato del giornalismo perché ho visto nella comunicazione la possibilità di raccontare le sfide della nostra società e far conoscere al mondo intero il fatale destino delle afghane”, ha ricordato una volta arrivata a Bruxelles per incontrare la sorella minore. E si può trovare traccia della sua determinazione in un report del 2013 dell’organizzazione canadese Ifes- che monitora le violazioni della libertà di stampa nel mondo- in cui appare il suo nome per un’aggressione subita davanti a un centro di riabilitazione dove lei, reporter in erba, viene fermata in modo brutale perché donna con una telecamera in mano.

I talebani conoscono il suo volto per essersi esposta in televisione. A Mitra Tv dove era reporter; a 1Tv dove curava la direzione editoriale e supervisionava i contenuti prodotti; a Saqi TV dove è stata redattrice e producer; a Faryad TV dove ha curato una serie di programmi sul rapporto fra donne e democrazia. La sua presenza sullo schermo televisivo ha incoraggiato molte ragazze che cercavano un'opportunità per esprimersi ed emanciparsi. Atefa Ghaffory ha ricevuto diversi premi, fra cui quello che le è stato assegnato dalla Federazione nazionale dei giornalisti per un documentario sulla storia di una famiglia che viveva in estrema povertà: arrivata terza su cento giornalisti candidati, è stata la prima donna ad ottenerlo. Atefa Ghafoory è soprattutto un’attivista, una formatrice che ha fondato tre importanti centri di apprendimento per le donne, ha monitorato diversi progetti sulla parità di genere, sull’inclusione sociale delle donne. Prima del collasso del Paese nell’agosto scorso, ha denunciato anche uno dei più popolari imam di Herat, il mullah Ansari, che ha cercato di creare un piccolo emirato. Nei suoi sermoni chiedeva che fosse impedito il lavoro delle donne, soprattutto quello delle giornaliste e lei si è esposta e opposta pubblicamente. Anche per questo motivo rischiava la vita nel Paese riconquistato dai talebani. Fino a quando ha potuto si è occupata dei diritti delle donne e dei bambini. Ha promosso la creazione di pari opportunità per lo sviluppo e la presenza delle donne nella società. Prima di essere costretta a lasciare il suo Paese ha patrocinato progetti per fornire consulenza legale, sostegno finanziario e psicologico alle donne vittime della violenza domestica. Diventata responsabile della sezione femminile dell'Afghan Journalists Safety Committee della zona occidentale del Paese, ha formato un team legale per difendere giornalisti dalla violenza o sostenerli per avere accesso a informazioni negate. Cercando di contrastare le discriminazioni di genere. “Il mio popolo sta morendo di fame, le ragazze ribelli entrate nelle università e nelle scuole ora vengono imprigionate, uccise o, come me, costrette a fuggire dalla loro patria. La tempesta talebana è stata così violenta che ci ha strappato una ad una come delle foglie di un albero e ci ha disperse. Ho dovuto mettere la mia esperienza in un piccolo zaino e l'ho portata con me in Europa con la speranza di trovare un modo per continuare ad aiutare le ragazze, i bambini e le donne dell'Afghanistan”.

Nell’aprile del 2021 circola in rete un video che mostra una donna inginocchiata e coperta dal burqa che si contorce e urla mentre viene frustata per aver parlato con un uomo al telefono. Circondata da uomini che guardano, filmano e acconsentono. Il video, girato nei pressi di Herat, fa il giro del mondo. Radio France24 interpella Atefa Ghaffory che denuncia la presenza dei tribunali talebani, sebbene fossero stati banditi: “In molte parti dell’Afghanistan, soprattutto nelle zone rurali, lo Stato è inesistente. Non c’è un tribunale a cui rivolgersi per sporgere denuncia. E anche laddove esistono i tribunali, le procedure sono lunghe e costose perché bisogna pagare mazzette per mandare avanti le pratiche. Sfortunatamente, l’unica alternativa sono i tribunali talebani che applicano la shari’a”, ha dichiarato. Atefa chiede al Governo di intervenire, di arrestare i responsabili. Immagina l’arretramento ulteriore dei diritti umani in Afghanistan dopo che l’accordo di Doha fra i talebani e gli Stati Uniti ha previsto il ritiro della contingente militare, ma come tutti non riesce a comprendere la catastrofe che sta per abbattersi sul Paese. E ora che tutto è andato nel peggiore dei modi, assiste impotente alle ultime manifestazioni femminili, alla resistenza delle donne che scendono in piccoli gruppi per le strade di Kabul. Gli arresti, le sparizioni, i messaggi disperati degli amici e conoscenti rimasti in patria le tolgono il sonno. E dalla Svezia scrive: “Gli ultimi vent'anni dell'Afghanistan con tutti i suoi difetti hanno rappresentato un'eccezione storica. Come è stato eccezionale far crescere una generazione di donne coraggiose, combattenti, potenti e senza paura che non sono disposte ad indietreggiare di un passo. Ragazze che nonostante la miseria e il terrore non lasceranno le strade di Kabul. Tremo e se la distanza non me lo impedisse bacerei le loro mani”.

Giardini che onorano Atefa Ghafoory

Atefa Ghafoory è onorata nel Giardino di Neve Shalom - Wahat Salam.

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