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Boris Nemcov (1959 - 2015)

leader politico strenuo oppositore di Putin, raccolse materiali sull'intervento militare russo in Ucraina

Mosca, 27 febbraio 2015. È da poco trascorsa la mezzanotte quando il 55enne Boris Nemcov sta camminando sul ponte Bolshoi Moskoretski insieme alla sua compagna, la giovane modella ucraina Anna Duritskaya. Stanno tornando a casa e il cielo terso rende ancora più spettacolare la vista delle guglie del palazzo del Cremlino, che si trova a poche centinaia di metri di distanza. All’improvviso un’auto bianca rallenta la sua corsa. Quattro colpi di pistola esplodono nel buio. Nemcov cade a terra, colpito alla schiena, e la donna accanto a lui comincia a gridare mentre l’auto si dà alla fuga. Eliminare uno dei principali oppositori di Vladimir Putin e del leader ceceno Ramzan Kadyrov era stato un gioco da ragazzi. I killer avevano agito a volto scoperto nel cuore del potere politico russo, in un’area della città piena di telecamere. Tre ore prima di essere ucciso, Nemcov aveva parlato alla radio invitando gli ascoltatori a partecipare alla marcia che si sarebbe tenuta il giorno dopo per chiedere la fine dell’aggressione all’Ucraina, il decentramento del potere e la riduzione delle spese militari, nonché il rilascio di tutti i prigionieri politici. Doveva guidarla lui quella marcia, che era stata annunciata come una “primavera” con l’obiettivo di portare a Mosca un’ondata di democrazia.

Boris Nemcov sosteneva da tempo che la guerra iniziata l’anno prima tra il governo ucraino e i separatisti filo-russi era stata causata e alimentata dalle manovre di Putin e che Mosca doveva smetterla di sostenere i ribelli filo-russi nel Donbass. Nel maggio 2014 aveva anche inviato una lettera al capo dell’ufficio di sicurezza federale russo FSB chiedendogli d’indagare sugli attraversamenti del confine russo-ucraino da parte di uomini armati. A suo parere si trattava di truppe cecene. In settembre aveva pubblicato un articolo sul Kyiv Post in cui affermava che in Ucraina “è in corso la più terribile e sanguinosa guerra fratricida. Una guerra che non è la nostra, ma è soltanto la guerra di Putin”. Tra gli oppositori del capo del Cremlino non era certo il primo che faceva una brutta fine. Il suo assassinio veniva dopo quello di Aleksandr Litvinenko, ucciso a Londra con un’iniezione letale, di Sergei Magnytski, morto in carcere e della giornalista Anna Politkovskaja.

Nato nel 1959, fisico di formazione, Boris Nemcov aveva iniziato la sua carriera politica ai tempi della Perestrojka. A fine degli anni ‘80 si era distinto come attivista democratico tra i più radicali e nel 1989 era approdato al Soviet supremo dei rappresentanti delle repubbliche russe, una delle due camere in cui si divideva la politica sovietica. La sua elezione era stata resa possibile dalle riforme democratiche di Gorbaciov, che consentivano l’elettorato attivo e passivo per un terzo dei rappresentanti delle camere. Ma come molti democratici liberali dell’epoca, Nemcov non era intenzionato a riformare l’Unione Sovietica: voleva abbatterla aprendo rapidamente all’economia di mercato e al multipartitismo. Sostenitore di Boris Eltsin, scalò i gradini del potere fino a diventare vicepremier della Federazione russa e poi tra i più credibili candidati alle presidenziali del 2000. Sembrava destinato a succedere allo stesso Eltsin ma la sua carriera subì una drastica battura d’arresto nel 1998, in seguito al crollo della borsa russa e alla crisi economica che avrebbe aperto la strada alla nomina di Vladimir Putin. L’epoca dei liberisti era finita. Nemcov dovette farsi da parte ma non finì coinvolto nei processi per corruzione che caratterizzarono la prima fase della presidenza di Putin, e che erano spesso uno strumento per sbarazzarsi degli avversari politici. Nel 1999 fondò un nuovo partito, l’Unione delle forze di destra, che entrò a far parte della Duma di Stato. A condividere le sue proposte politiche erano quasi tutti quelli che avevano seguito Eltsin nell’operazione di rottura dell’Unione Sovietica, nello scioglimento del Kgb e in un programma di liberalizzazione e privatizzazione della società russa. Alle politiche del 2003, però, il suo partito ottiene solo il 4 percento dei voti e resta fuori dal parlamento. Nemcov si dimette assumendosi la responsabilità del fallimento ma diventa sempre più critico nei confronti di Putin. Fallito il tentativo di mettere insieme una coalizione con l’ex premier Mikhail Kasyanov e l’ex campione di scacchi Garry Kasparov, concentra le sue energie sulla denuncia e della corruzione. Il suo impegno per la causa ucraina risale al 2004, anno della Rivoluzione arancione, quando diventa un sostenitore del presidente ucraino Viktor Yushenko, che lo nomina suo consigliere economico. Tre anni dopo viene sollevato dall’incarico perché i nazionalisti ucraini non lo vedono di buon occhio e fa ritorno in Russia, dove viene arrestato durante una manifestazione non autorizzata. Un nuovo arresto lo colpisce nel 2010, per motivi analoghi. In quegli anni studia a fondo anche la vicenda degli appalti per le Olimpiadi di Sochi del 2014, giungendo alla conclusione che nei lavori di costruzione degli impianti erano stati rubati miliardi di dollari e dichiara pubblicamente che a organizzare i lavori a Sochi erano stati gli amici di Putin. Infine affronta la questione dell’intervento russo in Ucraina e dei soldati inviati segretamente oltre frontiera. Secondo molti osservatori dell’epoca le ragioni occulte della sua morte andrebbero ricercate proprio nella sua adesione alla causa ucraina. Pochi giorni prima di essere ucciso, in un’intervista, Nemcov aveva detto: “Mia madre è preoccupata. Lei ha davvero paura che Putin mi possa ammazzare per le mie iniziative. Mia madre è una persona intelligente”.

All’epoca Vladimir Putin si affrettò a condannare l’assassinio, ordinò indagini a tappeto e inviò persino un telegramma alla madre di Nemcov affermando che il suo oppositore era una persona onesta che aveva sempre sostenuto apertamente le sue opinioni. Due anni dopo, nel luglio 2017, il tribunale militare distrettuale di Mosca condannò a vent’anni di carcere Zaur Dadayev, l’ex vicecomandante del battaglione Sever del ministero dell’Interno ceceno ritenuto l’esecutore materiale del delitto, e inflisse pene comprese tra gli 11 e i 19 anni a quattro suoi complici. Ma i mandanti dell’esecuzione, finora, non sono mai stati individuati.

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