English version | Cerca nel sito:

Faraaz Hussein, il Giusto

di Emilio Barbarani

Il cippo dedicato a Faraaz Hussein nel Giardino di Tunisi

Il cippo dedicato a Faraaz Hussein nel Giardino di Tunisi

Il 15 luglio scorso, su iniziativa di GARIWO e del Ministero degli Affari Esteri, è stato inaugurato a Tunisi, all’interno dell’Ambasciata italiana, un “Giardino dei Giusti”. Sono stati piantati cinque ulivi, in nome di cinque uomini “Giusti”, tutti musulmani. Tra di loro, Faraaz Hussein, studente, vent’anni, che pochi giorni prima era stato trucidato assieme a tante altre persone, nel tristemente celebre ristorante Holey Artisan Bakery di Dacca, Bangladesh. Faraaz avrebbe potuto avere salva la vita. Aveva dimostrato ai carnefici di saper recitare il Corano ed era stato da loro risparmiato. Ma ha scelto di rimanere sul posto a farsi ammazzare. Ha rifiutato la grazia che i terroristi gli offrivano, per non abbandonare le sue due giovani amiche, Abinta e Tarishi. “Ecco la figura di un giusto in carne ed ossa – ha osservato qualcuno - di un giusto che cammina…” Ora, purtroppo, non cammina più.

La figura del giovane Faraaz Hussein si erge luminosa nella sua tragica semplicità, e pone di nuovo l’interrogativo: che cosa è un “Giusto”?

Non è facile razionalizzare il magnifico gesto del giovane martire, perché sconfina nell’irrazionale. Tuttavia, appare probabile che Faraaz, nel terrore che gli eventi gli creavano attorno, abbia agito sostanzialmente “senza un perché”. Al di là di ogni pur legittima considerazione, ha scelto di rimanere al fianco delle sue amiche, suggellando con la propria vita una decisione sublime di amore, disinteresse, altruismo. Ha esercitato la virtù in modo eroico, con una azione che ha suscitato l’ammirazione di “buoni” e, forse, “cattivi”. Questo sembra l’essenza di quanto accaduto nell’anima della giovane vittima in quei momenti infernali. Si è tutto donato, senza nulla chiedere, pur avendo la sua salvezza a portata di mano. Ha liberamente scelto di morire. Un tempo li chiamavano “eroi”. Il bene degli altri gli è stato assolutamente caro come il suo, il sacrificio supremo gli è parso giustizia, ha agito da giusto, senza nulla chiedere in cambio, rinunciando al suo istinto, a tutto sé stesso.

Nella difficoltà di capire cosa sia realmente accaduto nella mente e nel cuore del giovane Faraaz, non sembra errato affermare che il giusto agisce “senza un perché”, senza motivazioni personali, senza interessi diretti, per esclusivo amore della giustizia, soltanto perché una cosa “sembra giusta da farsi”. Ciò che fa il giusto, lo fa per nessun motivo diverso dall’atto stesso, dall’atto giusto e gratuito, per amore della giustizia e del prossimo. Il giusto appare distaccato da tutto, da tutte le cose, persino da sé stesso. Nulla cerca per sé, ama gli altri come sé stesso. Per i credenti, vive forse in Dio e Dio in lui…

Così come descritto, il giusto, almeno nella sua forma più alta, non sembra creatura di questo mondo. Eppure se ne trovano, e non sono pochi. Al chiedere loro “perché lo hai fatto, perché hai rischiato per gente a te estranea?”, spesso non sanno rispondere, o esitano, rivelando la difficoltà di razionalizzare, di definire comportamenti esemplari che sconfinano nell’irrazionale. Un giusto candidamente ammetteva: “Non so per quale motivo ho rischiato per salvare alcuni perseguitati politici. Non li conoscevo nemmeno. Ma di una cosa sono certo: se non lo avessi fatto, non avrei più avuto il coraggio di guardarmi allo specchio!” Il ricordo corre a un altro giusto, Salvo D’Acquisto, Vicebrigadiere dell’Arma dei Carabinieri. Nel 1943, a 23 anni, venne fucilato a Torre di Palidoro, nei pressi di Roma, dalle forze di occupazione. Fu successivamente onorato con la medaglia d’oro al valor militare “per essersi sacrificato per salvare un gruppo di civili dalle truppe naziste durante la seconda guerra mondiale”.

Accanto alla presenza dei giusti, morti o viventi, numerosi, basta scoprirli, tanti da poter suggerire giardini alla loro memoria, quasi foreste di alberi, sorge una necessità, anzi una urgenza: educare gli uomini alla giustizia e alla pace.

Un motivo profondo sembra ispirare la condotta dei giusti in senso forte, in particolare di coloro che nel recente passato hanno messo in salvo gli appartenenti a gruppi etnico-sociali ritenuti “diversi”, fino a coloro che ai nostri giorni si adoperano per difendere i perseguitati politici, religiosi, sociali, sessuali, di censo ed altri. I giusti, che assai spesso agiscono a loro rischio e pericolo, appaiono animati soprattutto da un principio: il rispetto dell’uomo. Essi sono convinti che il rispetto reciproco possa tradursi nella Giustizia e di conseguenza nella Pace.

Le società occidentali si sono rese ormai conto che attorno a loro è in atto una battaglia culturale a livello planetario. Uno scontro epocale che occorre vincere per assicurare ad esse la sopravvivenza e un ulteriore periodo di pace, messo oggi a repentaglio da ripugnanti fanatismi di diversa matrice. E’ nella famiglia, nella scuola, nell’università che va seminato e via via coltivato l’amore per la vita, la bellezza, la pace, la solidarietà, l’amicizia. Il fanatismo di coloro che si sono proposti di distruggere il nostro credo, il nostro sistema di vita, a sua volta è stato innescato, insegnato, diffuso, al punto da produrre visioni del mondo opposte alla nostra e creature pronte ad uccidere, pronte al “suicidio-martirio”, per affermare una idea, in uno scenario complesso, che affonda le proprie radici a livello globale e locale. Bisogna rieducare i nostri ragazzi a credere in una visione del mondo fondata sulla giustizia, sulla pace, sulla bellezza. E a difenderla, non certo con il fanatismo. Occorre che anche i mass-media, che tanto possono fare o non fare al riguardo, si decidano a proporre ai più giovani valori e modelli spendibili, che vadano oltre le personalità e le storie scarsamente significative che ogni giorno ci vengono offerte. Bisogna ridare un’anima a tanti ragazzi, che sembrano averla almeno in parte smarrita. Il “Giardino dei Giusti” di GARIWO, nel proporre personaggi e modelli di vita esemplari, tende anche a questo. Come diceva anche Foscolo.

Emilio Barbarani, già ambasciatore a Santiago del Cile

Analisi di Emilio Barbarani, già ambasciatore a Santiago del Cile

18 luglio 2016

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Coraggio civile

la forza della dignità umana

In ogni parte del mondo si sono verificate ed esistono tuttora situazioni estreme di violazione dei diritti umani, di persecuzione e di negazione della libertà. Chi trova il coraggio di opporsi, di salvaguardare la propria integrità morale, di affermare il dovere della verità, di denunciare i crimini contro l'Umanità e di battersi per difendere i valori fondanti della convivenza civile, può essere definito Giusto. 
Giornalisti come Sihem Bensedrine in Tunisia e scrittori come Gao Xingjian in Cina, diplomatici come Enrico Calamai in Argentina e artisti come Sunila Abeysekera nello Sri Lanka, studenti come Bo Kyi in Birmania e attivisti, leader sindacali o politici come Maria Elena Moyano in Perù, Guillermo Chen in Guatemala, Fannie Lou Hamer negli Stati Uniti, scienziati, avvocati, medici, intellettuali come Vassili Nesterenko in Bielorussia, Sylvie Maunga Mbanga in Congo, Halima Bashir in Darfur, Hashem Aghajari in Iran. 
Senza dimenticare le figure femminili in prima fila nella difesa dei diritti delle donne calpestati in molte parti del mondo, come Betty Makoni nello Zimbawe, Hawa Aden Mohamed in Somalia,  Khalida Toumi Messaoudi in Algeria,  Lydia Chaco in Messico.
Così come i nomi più noti nella difesa dei diritti umani e civili come Nelson Mandela in Sudafrica, Aung San Suu Kyi in Birmania, Anna Politkovskaja in Russia, Orhan Pamuk in Turchia, Natasha Kandic in Serbia e Svetlana Broz in Bosnia, Ayaan Hirsi Ali dalla Somalia, le madri di Plaza de Mayo in Argentina. 

Scopri tra gli Editoriali

Il libro

I narcos mi vogliono morto

Alejandro Solalinde e Lucia Capuzzi

Multimedia

Hevrin Khalaf

si è battuta per i diritti delle donne islamiche e la coesistenza pacifica fra comunità

La storia

Hevrin Khalaf

attivista per la coesistenza pacifica fra curdi, cristiano-siriaci e arabi