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Giacomo Matteotti (Fratta Polesine, 1885 - Roma, 1924)

il politico antifascista che denunciò i crimini di Mussolini

Giacomo Matteotti fu un eroe solitario, un martire laico della democrazia, un uomo che con il suo riformismo rimase l’ultimo ostacolo contro l’instaurazione del regime di Benito Mussolini. E come tale doveva essere eliminato a ogni costo.

Sono passati ormai cento anni da quel pomeriggio del 10 giugno 1924 in cui il leader dei socialisti riformisti venne aggredito a Roma, nei pressi della sua abitazione, da un gruppo di squadristi che, nonostante la sua strenua resistenza, lo caricarono a forza su un’auto e poi lo uccisero a coltellate.

Lo sdegno per quel delitto portò il regime fascista a vacillare, costringendo Mussolini a una poco credibile presa di distanza. Ma la grave crisi politica che innescò si concluse sei mesi dopo con il discorso in cui il duce, il 3 gennaio 1925, si assunse la responsabilità politica di quanto era avvenuto e proclamò la svolta autoritaria destinata a fare del fascismo una dittatura lunga e rovinosa per l’Italia.

Matteotti era stato la voce del partito socialista fino al 28 ottobre 1922, quando, in seguito alla marcia su Roma, Mussolini era stato chiamato dal re a costituire il governo. Da quel momento in poi era diventato la voce dell’opposizione e si era dedicato, da solo, esclusivamente alla lotta contro il fascismo, sfidando il duce a viso aperto e denunciando senza paura lo stato di prostrazione cui aveva ridotto il paese. Il deputato socialista aveva capito che Mussolini non sopportava essere dileggiato e per questo non aveva esitato a basare la sua lotta parlamentare su un’insistente e coraggiosa polemica contro di lui, cercando di provocarlo fino a fargli perdere le staffe. Un anno prima di essere ucciso, un chiaro avvertimento nei suoi confronti era comparso sulle pagine del quotidiano fondato dallo stesso Mussolini, Il popolo d’Italia:

Quanto a Matteotti, volgare mistificatore, notissimo vigliacco e spregevolissimo ruffiano, sarà bene che si guardi. Che se dovesse capitargli di trovarsi, un giorno o l’altro, con la testa rotta (ma proprio rotta) non sarà certo in diritto di dolersi dopo tanta ignobiltà scritta e sottoscritta.

Nato il 22 maggio 1885 a Fratta Polesine, in provincia di Rovigo, Giacomo Matteotti si era iscritto giovanissimo al partito socialista e dopo la laurea in giurisprudenza aveva fatto una rapida carriera nel partito a livello locale. Nonostante fosse inviso a molti a causa della sua ricchezza familiare (scaturita da una serie di investimenti in terreni ad alta redditività), Matteotti si era fatto sempre apprezzare per la serietà e per l’impegno ma anche per la sua indipendenza di giudizio, e cominciò ben presto a essere considerato per la direzione nazionale del partito. Al congresso provinciale socialista di Rovigo del 1914 aveva incontrato per la prima volta Benito Mussolini, che rappresentava una mozione contrapposta alla sua ed era all’epoca direttore dell’Avanti!. Di lì a poco lo scontro si sarebbe spostato nelle aule parlamentari durante gli anni dell’ascesa al potere del fascismo. Matteotti comprese fin da subito che il nascente movimento fascista rappresentava un pericolo per le organizzazioni operaie ed era la risposta violenta della borghesia agraria ai propri interessi lesi dai nuovi patti agrari. Le sue coraggiose denunce delle violenze squadristiche lo resero un dirigente politico assai popolare, consegnandolo però anche all’odio del radicalismo fascista.

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, da coerente antimilitarista, si dichiarò fermamente contrario all’intervento dell’Italia, come aveva fatto in precedenza in occasione della guerra in Libia. Nel 1919 fu eletto deputato per la prima volta nel collegio di Rovigo e Ferrara, riportando il maggior numero di preferenze e venne poi nominato segretario del partito socialista unitario, che era reduce da numerose scissioni e ormai guidato da tre persone (Filippo Turati, Claudio Treves ed Emanuele Modigliani). Giacomo Matteotti cercò in tutti i modi di tirarlo fuori dallo stato di abbandono in cui si trovava per reinserirlo a pieno titolo nel gioco politico: tenne comizi in tutta Italia, aprì nuove sezioni e pubblicò un opuscolo dal titolo Un anno di dominazione fascista, che costituì una spina nel fianco per i fascisti soprattutto perché conteneva un dettagliato elenco delle violenze commesse in un anno di governo, con tanto di nomi e cognomi dei singoli responsabili.

Ma intanto la crisi del regime liberale andava precipitando e l’offensiva fascista accelerava le gravi difficoltà del partito socialista, che non si arrestarono neanche con l’uscita dei comunisti dopo il congresso di Livorno del 1921.

Matteotti, soprannominato “tempesta” dai compagni di partito per il suo carattere battagliero e intransigente, trascorreva ore nella biblioteca della Camera dei Deputati a sfogliare libri, relazioni e statistiche dalle quali attingeva dati e informazioni per le sue circostanziate denunce. In poco più di quattro anni di attività parlamentare, oltre a redigere numerosi disegni di legge, intervenne centosei volte nell’aula della Camera, su temi spesso tecnici, amministrativi e finanziari. Il 30 maggio 1924 pronunciò un celebre discorso in cui denunciava apertamente le intimidazioni, le violenze e i brogli elettorali del governo fascista. Il resoconto di quella seduta è agghiacciante: l’arringa del deputato socialista venne sopraffatta più volte dalle grida, dalle minacce e dagli scontri fisici finché il presidente, il giurista Alfredo Rocco, non invitò il deputato socialista alla prudenza. Matteotti era consapevole che quel discorso che aveva appena pronunciato poteva rappresentare la sua condanna a morte, poiché dopo aver denunciato pubblicamente l’uso sistematico della violenza a scopo intimidatorio usata dai fascisti per vincere le elezioni e aver contestato la validità del voto, si voltò verso i suoi colleghi e disse loro: “Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me”.

L’11 giugno era atteso alla Camera un discorso ancora più duro in cui Matteotti, che si era recato più volte all’estero per approfondire alcuni dossier scottanti, avrebbe dovuto rivelare gravi casi di corruzione di cui si erano resi responsabili Mussolini e alcuni gerarchi del partito. In particolare, secondo quanto riportato da alcuni studiosi, il duce avrebbe concesso il monopolio dello sfruttamento del sottosuolo italiano alla compagnia petrolifera Sinclair Oil in cambio di alcune tangenti necessarie per finanziare il suo giornale e il partito fascista. Ma Matteotti non pronunciò mai quel discorso perché il giorno prima, il 10 giugno, venne rapito a poca distanza dalla sua abitazione romana, sul lungotevere Arnaldo da Brescia. Erano da poco passate le quattro del pomeriggio quando una squadra di fascisti guidata da Amerigo Dumini e appartenente alla Ceka del Viminale (una organizzazione segreta nata per colpire gli oppositori del regime e responsabile di molte operazioni extralegali) lo prelevò con la forza e lo caricò in auto, dove venne picchiato e accoltellato fino alla morte. 

Il cadavere di Matteotti fu ritrovato solo due mesi dopo l'omicidio, il 16 agosto 1924, a pochi chilometri dalla Capitale, nella macchia della Quartarella, in una buca, piegato in due e coperto di foglie e terriccio.

Riccardo Michelucci, giornalista

Giardini che onorano Giacomo Matteotti

Giacomo Matteotti è onorato nel Giardino di Roma - parco di Villa Pamphilj.

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