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Il Cile di Tomaso de Vergottini

Il diplomatico che salvò gli "asilati" da Pinochet

Tomaso de Vergottini arriva a Santiago del Cile il 30 dicembre 1973. È un luogo complicato, il Cile di quel tempo, un luogo che ha appena visto distrutto il sogno di democrazia di tutta una popolazione, un luogo derubato della sua possibilità di scelta, della sua libertà. Un luogo che per molti non è più tale, non è più casa, non è più sicurezza. Probabilmente Tomaso non avrebbe mai pensato, scendendo da quel Boeing 707 che l’aveva portato da Buenos Aires alla capitale del Cile, che proprio lui, un diplomatico italiano in Sud America, quasi per caso - o per fortuna - avrebbe cambiato la vita di quelle persone, trovando loro una nuova casa e aiutandoli a iniziare una nuova vita. Nonostante tutto, è proprio lui ad aver deciso di intraprendere questa avventura: destinato inizialmente a Bruxelles, si offre invece di prendere il posto di un suo collega per la delicata missione in Cile. La decisione lascia sorpresi molti di coloro che lo conoscono: Tomaso è una persona estremamente riservata, nessuno si sarebbe mai aspettato un tale entusiasmo di fronte a un compito del genere. E invece de Vergottini è anche un uomo ambizioso, sicuro delle proprie capacità, desideroso di mettersi alla prova.

All’aeroporto ad accoglierlo c’è Piero de Masi, l’incaricato d’affari. Tomaso dovrà prendere il suo posto. La situazione per i diplomatici italiani si è fatta insostenibile: l’Ambasciata sembra essere diventata solo un guscio vuoto da quando l’Italia, dopo il golpe che ha rovesciato la democrazia di Salvador Allende, rifiuta di riconoscere il nuovo governo militare di Pinochet. Non c’è un ambasciatore, gli addetti rimasti non hanno una denominazione ufficiale e senza un’identità diplomatica le relazioni con il nuovo governo, già complicate, diventano quasi impossibili. È così che Tomaso inizia la sua esperienza, da orfano diplomatico.

Ma è alla residenza dell’ambasciatore che de Vergottini si ritrova veramente faccia a faccia con il Cile che avrebbe conosciuto, in quella grande casa dal passato glorioso e dall’indirizzo altisonante: Calle Miguel Claro 1359. Occupa un intero isolato del quartiere di Providencia, zona residenziale ormai decadente, un tempo centro della ricca borghesia della città. La casa stessa è stata in precedenza di proprietà degli Edwards, tra le più potenti famiglie del Paese, e di Manuel Antonio Maira, politico cittadino. Proprio la moglie di quest’ultimo, Carmen Morla, formava con le sue due sorelle un trio entrato nella leggenda del Cile per le sue capacità sovrannaturali: si diceva fossero capaci di prevedere il futuro e di evocare i morti. Nessuno sa se le attività delle sorelle Morla abbiano lasciato un qualche segno nella villa, ma certamente non erano spiriti quegli “asilati” che accolsero Tomaso al suo arrivo a Miguel Claro: “si scorge un ammasso disordinato di letti, coperte, tavoli adattati a letti, radio sgangherate, figure umane che ravvivano la massa informe. […] Vivono la vita del rifugiato: aspettando”. È così che li racconta nel suo Cile: diario di un diplomatico, importante documento in prima persona su quegli anni che cambiarono la storia del Cile, ma soprattutto la sua esistenza. Non sono spiriti, ma quasi; sono “figure umane” che abitano la grande casa e a un primo sguardo si confondono nell’ “ammasso disordinato” delle stanze che un tempo, quasi ironicamente, ospitavano feste sontuose. Ma Tomaso lo sa, quelle “figure umane” sono prima di tutto uomini e donne che non si vogliono arrendere, non vogliono rinunciare a una vita migliore, non vogliono accettare di essere rappresentati da un regime che non riconoscono e li obbliga al silenzio. Non si accontentano, non possono farlo, ed è per questo che saltano il muro che circonda il giardino della grande casa, affollano le sue stanze, non abbandonano la speranza di un futuro migliore in un altro Paese. La loro terra li ha traditi, devono lasciarla, anche se a malincuore, non hanno scelta. E Tomaso sceglie di tendere loro una mano.

Al proprio fianco nella missione la sua Annasofia e il loro figlio, Antonugo, che arrivano a Santiago il 10 febbraio 1974. Annasofia è una donna straordinariamente forte, determinata, completa perfettamente la tenacia e allo stesso tempo la riservatezza di Tomaso. È un aiuto enorme per suo marito, una vera e propria colonna che lo sostiene nei momenti più difficili. E di momenti difficili de Vergottini ne affronterà parecchi: dallo scetticismo degli asilati riguardo la forza negoziale del governo italiano durante il suo primo mese di permanenza in Cile, fino ad arrivare alle minacce di espulsione da parte del Ministro degli Esteri Huerta. I giornali locali continuano ad attaccare Tomaso: lo accusano di essere solo un turista, di approfittare della disponibilità dei ministri nel concedere i salvacondotti, di aver fatto diventare la sede dell’ambasciata un rifugio clandestino per fuorilegge. Non ha neanche l’appoggio della comunità italiana in Cile, favorevole ai militari al potere. Nonostante tutto, de Vergottini continua imperterrito nel suo operato anche quando sono gli asilati stessi a metterlo in difficoltà, come il 4 settembre, anniversario dell’elezione di Allende. I rifugiati appendono al balcone della casa di Miguel Claro un lenzuolo con il ritratto dell’ex Presidente, attirando l’attenzione di giornalisti e forze dell’ordine. Mentre il diplomatico Tomaso cerca di far capire agli asilati l’avventatezza di un gesto del genere, Annasofia mostra la sua forza di volontà andando a strappare di persona lo stendardo dal balcone della villa.

Ma ci sono anche le soddisfazioni. Una settimana più tardi, il 13 settembre, è il momento dell’ “Operazione Kinder”: bisogna mettere al sicuro i bambini figli dei capi del MIR - Movimiento de Izquierda Revolucionaria - che sono ricercati dai sostenitori del regime come mezzo più veloce per arrivare ai loro genitori. L’operazione è delicata, pericolosa. È un’idea di Fernando Salas, sacerdote e segretario esecutivo del COPACHI (Comité de Cooperación para la Paz en Chile). L’organismo si occupa appunto di aiutare i cileni in difficoltà e il vescovo Fernando Ariztía ne è il presidente; proprio questa figura fu d’ispirazione per Tomaso nella sua opera di aiuto, tanto che il diplomatico scrive “mi sento confortato dalla sua spiritualità che viene da una comunione con gli umili”. Questa volta si tratta di spostare i piccoli dalle parrocchie dove sono rifugiati a un posto più sicuro dal quale possano trovare una via d’uscita dal Paese. La fama di benefattore di Vergottini e i suoi contatti col COPACHI lo rendono il candidato ideale per un’operazione del genere, e non può che rispondere: “Tu sai che non potrei fare a meno di aiutarvi in queste circostanze”. Si decide una mossa azzardata: i bambini possono essere nascosti nel bagagliaio di un’automobile per arrivare all’Ambasciata eludendo la vigilanza dei militari che pattugliano di continuo la città - e soprattutto che tengono d’occhio l’operato di Vergottini. Tomaso ha ospiti per pranzo in Calle Coronel, dove abita, quando il convivio viene interrotto dallo squillo del campanello. È Cesare Rampioni, un archivista romano, che consiglia di iniziare subito l’operazione: a quell’ora la guardia è ridotta. Sarà lui a guidare l’auto che porterà i bambini in salvo. Tomaso dà la sua benedizione e torna dai suoi ospiti. I minuti passano, gli invitati cominciano ad andarsene, la tensione si fa alta. Finalmente il campanello suona di nuovo. Tomaso, Annasofia e Fernando Salas tirano un sospiro di sollievo: è Rampioni che viene a comunicare il buon esito dell’operazione.

Santiago del Cile è un’esperienza ricca, sorprendente, quasi una rivelazione per de Vergottini. Nella zona del golfo di Arauco, a Curanilahue, Tomaso incontra una estrema povertà, le bare bianche e le persone vestite di stracci neri. È un’esperienza struggente, che però gli fa scoprire una grande forza morale. Lui, che aveva deciso di accettare questa missione per ambizione, per mettersi alla prova, ha ormai dimostrato di aver vinto la sfida e di essere andato oltre: aiutare gli asilati è diventata ormai una questione di principio, è diventata LA missione, della quale, malgrado le lacrime e il sudore, non può più fare a meno. La sente così necessaria che l’8 aprile del 1975, quando anche l’ultimo degli asilati riesce a lasciare il Paese e rimane solo con il suo collaboratore Emilio Barbarani, dice di provare una “sensazione di vuoto. Gli asilati riempivano la nostra vita, erano il nostro lavoro, fonte inestinguibile di problemi quotidiani, di tensioni, di ansia, di attese”.

È veramente la fine di un’epoca, ma il ricordo dell’operato di Tomaso de Vergottini, eroe in punta di piedi, non finirà mai di ispirarci: il suo è un segno indelebile di come la forza morale possa cambiare il mondo.

16 marzo 2016

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