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Il monumento della scelta a Lampedusa

di Gabriele Nissim

Di fronte alla Porta d'Europa

Di fronte alla Porta d'Europa

La mia famiglia fu salvata da un pescatore durante la Shoah e per questo ricordo i Giusti che salvano i migranti. 

Mercoledì 3 ottobre sarà un giorno importante per Lampedusa e il nostro Paese. Verrà ricordato, alle 3 e mezzo del mattino, il naufragio di una nave di migranti in cui persero la vita 366 persone e 155 furono salvate per opera di uomini coraggiosi che risposero alla loro coscienza. Uno di questi è stato Vito Fiorino, che, mentre si trovava in rada con la sua barca in attesa di una giornata gioiosa di pesca, cominciò a sentire intorno a sé degli schiamazzi che immaginò fossero i suoni dei gabbiani che si agitano quando sono attratti dai pesci. Non erano però uccelli, ma le grida di donne e uomini che affogavano a pochi metri dalla sua barca. Cominciò così una giornata terribile e Vito, buttandosi in mare, con il suo coraggio riuscì a salvare 47 naufraghi.

Sono passati sei anni da quella data e Fiorino e non si è mai liberato dell’immagine sconvolgente di coloro che non è riuscito a sottrarre dalla furia delle acque agitate.

Come poterli ricordare e dare un senso a quella tragedia che ha sempre considerato evitabile?

Poco prima dell’estate, è venuto a trovarci da Gariwo e ci ha raccontato la sua idea: realizzare nel centro di Lampedusa un monumento che ricordi a tutti quella tragedia, in occasione dell’anniversario. Mentre lo ascoltavo, ho provato grande tenerezza, perché ho pensato al suo trauma personale e al fatto che quasi concepisse quel monumento come un atto riparatore per non aver potuto salvare tutti, ma poi, promettendogli tutto il nostro appoggio, gli ho suggerito che quel monumento non fosse soltanto un simbolo di lutto, ma che testimoniasse alle generazioni future la possibilità di scelta di ogni essere umano. Gli ho proposto così che accanto alle vittime fosse ricordato il valore dei salvatori e di coloro che, a differenza di altri, non sono stati indifferenti. Lui, per questo, era un esempio per tutti. Bisognava trasmettere il messaggio, di fronte alle tragedie di chi cerca la salvezza, fuggendo dai lager della Libia e da condizioni inumane nei propri Paesi, che nulla accade senza la responsabilità degli uomini. È dunque sempre possibile salvare delle vite e, quando ciò non avviene, significa che qualcuno ha consapevolmente voltato la testa dall’altra parte. Il monumento doveva testimoniare il significato della possibilità di fare una scelta.

Ho pensato alla storia di mia mamma. Se io sono potuto venire al mondo lo devo a dei pescatori, che con la loro barca, nel 1943, portarono i miei nonni, mia mamma e le sue sorelle dall’isola di Evia in Grecia fino alle coste della Turchia. Allora in Grecia erano appena arrivati i tedeschi, che cominciarono i preparativi per la distruzione della comunità ebraica. Mio nonno, Egisto Aroesti, intuendo quello che stava per accadere, riuscì a trasferire la famiglia da Salonicco ad Atene e, con la sua determinazione, convinse dei pescatori a intraprendere un viaggio avventuroso nel Mediterraneo. Li convinse non solo con i sentimenti, ma offrendo loro del denaro, come accade oggi tra i migranti e gli scafisti. Ma quei pescatori, come successe in tanti casi in Grecia, non buttarono la mia famiglia in mare, per sottrarre loro tutti i beni, ma rischiarono la vita per arrivare a destinazione. Si erano così sentiti coinvolti in quel salvataggio. Mia mamma era sopravvissuta per la scelta responsabile dei pescatori di fronte alle persecuzioni degli ebrei.

Di questa storia della Shoah parlo spesso per ricordare il nostro dovere morale verso i migranti. Molti però si sono scandalizzati quando, di fronte alle tragedie del Mediterraneo, si è ricordata la Shoah e l’indifferenza di una buona parte degli italiani di fronte alle leggi razziali. Molti non sono stati d’accordo nel mondo ebraico, preoccupati che un paragone con l’oggi potesse sminuire la tragedia unica e terribile della Shoah. Tanto clamore ha suscitato, per esempio, il video dei ragazzi di una scuola di Palermo che hanno paragonato il decreto sicurezza di Matteo Salvini ai provvedimenti antisemiti del periodo più buio del nostro Paese. Per quel gesto, la loro docente è stata addirittura sospesa, con un provvedimento incredibile del Ministro della pubblica istruzione. Quegli studenti hanno indubbiamente forzato il paragone storico, ma hanno interpretato perfettamente il significato morale della memoria della Shoah. Se si è compreso quello che è accaduto agli ebrei, la questione fondamentale diventa l’abitudine a non essere indifferenti di fronte alle tragedie del nostro tempo. Impedire l’arrivo dei migranti, dipingerli come pericolosi per il nostro futuro, dire che ci vogliono invadere e "contaminare come musulmani", è prima di tutto una manifestazione di male e di odio che corrompe la morale della società. Non è certamente una nuova Shoah, ma può aprire una deriva dagli esiti molto pericolosi che vanno ben oltre a un mancato soccorso. Chi reagisce di fronte ai naufragi delle barche nel Mediterraneo non avrà la soluzione ottimale per risolvere i problemi dell’Africa o per coinvolgere l’Europa nella presa in carico di quanti sbarcano in Italia, ma ha fatto suo l’insegnamento di Primo Levi: chi non accetta di essere nella zona grigia dell’indifferenza e si assume una responsabilità è il migliore testimone vivente della Shoah anche se non ne parla direttamente. Primo Levi era turbato non solo quando veniva meno il ricordo, ma quando vedeva che i suoi contemporanei replicavano l’odio e l’indifferenza. È la stessa sensazione che Liliana Segre ha sentito quest’anno sulla sua pelle, e che ha voluto raccontare con parole chiare nel suo discorso al Parlamento. Non poteva più sopportare l’odio che la politica seminava nel nostro Paese e l’indifferenza verso i migranti che dal ministro dell’Interno veniva esaltata come virtù nazionale.

Ho pensato tutte queste cose quando ho parlato con Vito Fiorino.

Proprio per la storia della mia famiglia e per la memoria delle vittime della Shoah, ho pensato che fosse il mio dovere fare di tutto perché il suo progetto di un monumento fosse realizzato il più velocemente possibile senza impedimenti di alcun genere. Ecco perché sarò con lui a Lampedusa per ricordare quella giornata tragica che gli cambiò la vita. In quel giorno, gli dirò che con il suo coraggio e la sua ostinazione, non solo ha salvato delle vite, ma è andato oltre. Ha salvato la dignità del nostro Paese e ha mostrato che tutti noi possiamo scegliere se andare verso l’egoismo e un nazionalismo indifferente agli altri, oppure se fare della nostra nazione un esempio morale per tutta Europa. Sembrava che stessero per vincere i peggiori, ma Vito Fiorino, come tanti altri, non si è arreso e ci fa sperare nel futuro.

Oggi qualcosa sta profondamente cambiando: i milioni di ragazzi che manifestano nel mondo per la sopravvivenza del pianeta mettono in discussione i sovranisti e i nazionalismi. Dicono a tutti che esiste una sola patria e che bisogna salvarsi tutti insieme. Il concetto vale anche per i migranti, perché hanno lo stesso nostro destino. Se avvertiamo il pericolo che incombe da una natura che abbiamo manipolato, non possono esistere barriere nei confronti delle popolazioni dell’Africa minacciate dalla siccità. Siamo tutti chiamati, per lo stesso principio, a prendercene cura. Sui modi si può e si deve discutere, ma il primo passo è quello di salvare i migranti se li troviamo in mare. È il primo atto che apre la nostra responsabilità da cui deriva tutto il resto. Ricordo che di fronte alla persecuzione antisemita il primo passo era la salvezza della vita dell’ebreo e poi ne discendeva la strategia di resistenza al nazismo. I pescatori che aiutarono la mia famiglia in Grecia e i pescatori di Lampedusa come Vito Fiorino si sono mossi con lo stesso spirito, pur in condizioni diverse. 

Chi salva la vita di un migrante ci richiama a pensare alle cause che hanno generato la sofferenza dell’Africa. Chi invece ha cercato di impedirne il soccorso non solo ha negato il diritto alla salvezza in mare, ma ha volutamente tentato di annebbiare le nostre coscienze, rendendoci disumani e sordi alle emergenze del continente africano.

Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

Analisi di Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

1 ottobre 2019

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Lampedusa, a sei anni dal 3 ottobre 2013

immagini della cerimonia

Coraggio civile

la forza della dignità umana

In ogni parte del mondo si sono verificate ed esistono tuttora situazioni estreme di violazione dei diritti umani, di persecuzione e di negazione della libertà. Chi trova il coraggio di opporsi, di salvaguardare la propria integrità morale, di affermare il dovere della verità, di denunciare i crimini contro l'Umanità e di battersi per difendere i valori fondanti della convivenza civile, può essere definito Giusto. 
Giornalisti come Sihem Bensedrine in Tunisia e scrittori come Gao Xingjian in Cina, diplomatici come Enrico Calamai in Argentina e artisti come Sunila Abeysekera nello Sri Lanka, studenti come Bo Kyi in Birmania e attivisti, leader sindacali o politici come Maria Elena Moyano in Perù, Guillermo Chen in Guatemala, Fannie Lou Hamer negli Stati Uniti, scienziati, avvocati, medici, intellettuali come Vassili Nesterenko in Bielorussia, Sylvie Maunga Mbanga in Congo, Halima Bashir in Darfur, Hashem Aghajari in Iran. 
Senza dimenticare le figure femminili in prima fila nella difesa dei diritti delle donne calpestati in molte parti del mondo, come Betty Makoni nello Zimbawe, Hawa Aden Mohamed in Somalia,  Khalida Toumi Messaoudi in Algeria,  Lydia Chaco in Messico.
Così come i nomi più noti nella difesa dei diritti umani e civili come Nelson Mandela in Sudafrica, Aung San Suu Kyi in Birmania, Anna Politkovskaja in Russia, Orhan Pamuk in Turchia, Natasha Kandic in Serbia e Svetlana Broz in Bosnia, Ayaan Hirsi Ali dalla Somalia, le madri di Plaza de Mayo in Argentina. 

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