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John Hume (1937 - 2020)

il “Martin Luther King irlandese”

Quando si aggiudicò il premio Nobel per la pace nel 1998, John Hume era già noto da tempo come il “Martin Luther King irlandese”, perché aveva dedicato la sua vita a un sogno che sembrava irrealizzabile: far cessare il pluridecennale conflitto in Irlanda del Nord. Anche nei momenti più bui aveva sempre creduto che fosse possibile farlo divenire realtà con l’arma della nonviolenza e del rispetto dei diritti civili. Nato a Derry il 18 gennaio 1937, era il maggiore di sette figli di un operaio che aveva perso il lavoro nel dopoguerra e non era più riuscito a trovare alcun impiego. Sua madre, come molte donne della classe operaia nordirlandese, portava lo stipendio a casa lavorando fino a tarda notte in una fabbrica di camicie. Suo padre gli insegnò fin da bambino a rispettare le diverse tradizioni politiche del suo Paese spiegandogli che “non si può mangiare una bandiera. E che le priorità sono altre, ovvero portare il pane sulla tavola e avere un tetto sulla testa”. Un insegnamento di cui Hume avrebbe fatto tesoro per il resto della sua vita, pur disobbedendo al padre che non voleva vederlo impegnato in politica. Riuscì a studiare grazie a una borsa di studio, nel 1958 uscì dal college con una laurea in francese e in storia e, come molti giovani irlandesi della sua età, pensò seriamente di dedicarsi al sacerdozio. Trascorse un lungo periodo nel seminario nazionale di Maynooth, vicino a Dublino, ma poi si rese conto che quella non era la sua strada e nel 1960 tornò a Derry, dove iniziò a insegnare in un liceo cattolico e sposò Pat, la donna della sua vita, che gli avrebbe dato cinque figli e sarebbe diventata anche la sua collaboratrice più fidata.

Nel frattempo Derry si stava trasformando nell’epicentro di una gravissima crisi politica destinata a deflagrare nel giro di pochi anni. L’area era afflitta da una povertà endemica e da enormi disuguaglianze sociali sul lavoro, nell’assegnazione degli alloggi popolari e nel diritto di voto. Le famiglie dei ghetti cattolici vivevano ancora nelle baracche costruite per ospitare le truppe statunitensi durante la Seconda guerra mondiale. Migliaia di famiglie erano iscritte in una lista d’attesa interminabile e l’amministrazione locale controllava l’assegnazione degli alloggi discriminando apertamente i cattolici mentre un sistema elettorale altrettanto vessatorio – denominato Gerrymandering – limitava la loro rappresentanza nelle istituzioni. Proprio a Derry avrebbe visto la luce in quei giorni un movimento per i diritti civili che reclamava giustizia e democrazia in modo pacifico, ispirandosi alle lotte dei neri d’America. Un movimento che fin dall’inizio fu represso con la violenza dalle forze di polizia dello stato dell’Irlanda del Nord.

A partire dal suo ritorno in città John Hume iniziò a impegnarsi nelle associazioni che si battevano per il diritto alla casa. Dopo aver visto sua madre e le sue sorelle costrette a prendere denaro in prestito dagli usurai fu uno dei fondatori della prima cooperativa di credito in Irlanda, creata per aiutare la popolazione dei quartieri operai di Derry e del resto del Paese. Nel febbraio del 1969, non ancora 32enne, si presentò alle elezioni per il parlamento di Stormont come indipendente e venne eletto battendo il leader del partito nazionalista, Eddie McAteer, che deteneva quel seggio dal lontano 1953.

La storia irlandese della fine degli anni ‘60 è una storia fatta di cortei e di pacifiche manifestazioni di protesta, dove le persone scendevano in piazza per reclamare i più elementari diritti e venivano regolarmente maltrattate, picchiate e arrestate dalle forze di polizia britanniche. Nelle immagini dell’epoca è facile imbattersi in John Hume, sempre in giacca e cravatta, che capeggia un corteo, che discute con i poliziotti o che viene portato via con la forza, magari completamente fradicio dopo essere stato colpito dagli idranti della polizia. Battendosi per la giustizia in modo pacifico, Hume acquisì in breve tempo grande credibilità e divenne una spina nel fianco del potere unionista che da sempre comandava con metodi antidemocratici la piccola provincia britannica.

Nell’agosto del 1970 fu anche uno dei fondatori del SDLP, il Social Democratic and Labour Party, un partito progressista che raccolse fin da subito le simpatie della comunità cattolica contraria alla lotta armata. Quando nel 1972 Londra ristabilì il governo diretto dell’Irlanda del Nord abolendo il parlamento di Belfast, il partito socialdemocratico divenne in breve tempo la seconda realtà politica nordirlandese. La decisione del governo britannico arrivò dopo la strage della “Domenica di sangue” di Derry del 30 gennaio 1972, quando i paracadutisti inglesi spararono sulla folla nel corso di una manifestazione per i diritti civili. A quell’evento, che avrebbe segnato una svolta nel conflitto aprendo una profonda ferita nella storia della sua città, Hume non aveva preso parte e, sebbene fosse lui stesso un membro fondatore del Movimento per i diritti civili, aveva fatto di tutto per convincere gli organizzatori a non scendere in piazza. Nel pomeriggio di quel 30 gennaio tredici civili inermi furono uccisi a sangue freddo dai colpi dei parà, in un giorno che segnò anche la fine di quel movimento nonviolento. Ma neanche quel terribile massacro e le decine di altre stragi che negli anni successivi avrebbero segnato il conflitto con tragica regolarità avrebbero mai fatto vacillare le convinzioni di John Hume, che criticava duramente sia la violenza dell’esercito britannico e dei paramilitari protestanti che quella dell’IRA.

Risolvere il conflitto attraverso la politica, in quegli anni, sembrava un obiettivo a dir poco velleitario ma alla fine del 1973 Hume fu uno dei promotori dell’Accordo di Sunningdale, che si proponeva di gettare le basi per un futuro di pace creando un governo condiviso tra repubblicani e unionisti. Le frange più estremiste della galassia unionista boicottarono l’accordo proclamando uno sciopero generale che bloccò il paese, finché l’iniziativa di pace non venne definitivamente affossata da una serie di attentati. Hume si convinse allora che per risolvere quel conflitto alla periferia d’Europa fosse necessario portarlo all’attenzione internazionale, a cominciare dall’agenda politica degli Stati Uniti, facendo leva sulla potente e numerosa diaspora irlandese d’oltreoceano. Iniziò a viaggiare senza sosta, a intessere relazioni, a costruirsi una credibilità internazionale con i membri di maggior spicco dell’amministrazione Carter. Quando nel 1979 furono introdotte le elezioni dirette al Parlamento europeo, Hume si aggiudicò uno dei tre seggi riservati all’Irlanda del Nord, e da quel momento in poi proseguì anche in Europa il suo percorso di internazionalizzazione del conflitto anglo-irlandese, intessendo una fitta rete di alleanze che si sarebbero rilevate decisive anni dopo. Nel 1983 ottenne per la prima volta anche un seggio al parlamento di Westminster. Quello stesso anno se lo aggiudicò anche l’altro storico rappresentante della comunità cattolico-nazionalista dell’Irlanda del Nord, Gerry Adams dello Sinn Féin, il braccio politico dei paramilitari dell’IRA. Entrambi rappresentavano le istanze della stessa comunità ma nel metodo non potevano avere approcci più distanti tra loro. “Ritengo che l’Irlanda sia un paese per il quale vale la pena vivere, non morire. Non voglio che i giovani muoiano per l’Irlanda, voglio che vivano per essa”, spiegò Hume in un’intervista nel 1984. Le sue critiche nei confronti dell’IRA gli costarono care: prima la sua auto fu data alle fiamme, poi un commando del gruppo paramilitare lanciò bombe incendiarie contro la sua abitazione, a Derry. Quando accadde lui non si trovava in casa. C’erano invece sua moglie e la sua figlia minore che se la cavarono per un soffio. Fino ad allora John Hume e Gerry Adams non avevano mai trovato un punto di convergenza politica. L’ora del dialogo giunse alla fine degli anni ‘80 e segnò una tappa decisiva nel percorso verso la pace. Hume e Adams iniziarono a incontrarsi nel gennaio del 1988, nelle stanze del monastero redentorista di Clonard, a Belfast. I colloqui furono segreti perché per entrambi sarebbe stato assai rischioso mostrarsi in compagnia dell’altro. Hume si era sempre detto disposto a parlare con chiunque, purché l’obiettivo fosse la pace. Il suo scopo era quello di convincere Gerry Adams che l’ideale nazionalista che entrambi perseguivano aveva maggiori possibilità di realizzarsi impiegando mezzi pacifici. La svolta attesa da molti fu suggellata dal primo cessate il fuoco dell’IRA nel luglio 1994, seguito due mesi più tardi da quello dei paramilitari lealisti. Dopo venticinque anni di conflitto e il fallimento di innumerevoli tentativi di riconciliazione, in pochi credevano davvero nella pace ma stavolta i tempi dovevano rivelarsi finalmente maturi per una vera svolta. Il cessate il fuoco proclamato dall’IRA aprì di fatto la strada all’accordo risolutivo che portò, quattro anni dopo, all’Accordo del Venerdì Santo del 10 aprile 1998. Fu il punto d’arrivo del solitario cammino verso la pace compiuto da John Hume, che alcuni mesi Hume ricevette il Nobel per la pace e di lì a poco fu insignito anche di altri due prestigiosi riconoscimenti internazionali, il premio Gandhi e il premio Martin Luther King.

Il compimento di un lavoro storico coincise con il deterioramento delle sue condizioni di salute che segnò l’inizio del suo graduale allontanamento dalla politica. Decise di non entrare personalmente nel nuovo governo condiviso dell’Irlanda del Nord e nel 2001 abbandonò la leadership del suo partito, annunciando poco dopo il suo ritiro dalla politica attiva. Negli ultimi anni della sua vita ha continuato a presenziare a iniziative pubbliche ed eventi commemorativi ma non era più lui. Una grave forma di demenza gli aveva fatto perdere gradualmente la memoria costringendolo infine a ritirarsi dalla scena pubblica. È morto il 3 agosto 2020, all’età di 83 anni.

Riccardo Michelucci, giornalista

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