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Meena Keshwar Kamal (1956 - 1987)

la fondatrice di Rawa, associazione femminista simbolo della lotta nonviolenta in Afghanistan

Sono una donna che si è destata / Mi sono alzata e sono diventata una tempesta / che soffia sulle ceneri dei miei bambini bruciati / Dai flutti di sangue del mio fratello morto sono nata / L’ira della mia nazione me ne ha dato la forza / Sono una donna che si è destata / La mia via ho trovato e non tornerò più indietro.

Quando l’attivista afgana Meena Keshwar Kamal scrive questa poesia dal titolo “Mai più tornerò indietro”, ha già imboccato una strada senza ritorno. È il 1980 e lei è diventata un punto di riferimento imprescindibile nella lotta per i diritti delle donne del suo Paese, l’Afghanistan. Alcuni anni prima ha fondato la Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (Rawa), un’organizzazione che si batte per l’emancipazione femminile a partire dal diritto all’educazione e all’assistenza medica. Tiene corsi di alfabetizzazione nei villaggi rurali per insegnare alle donne a leggere e a scrivere, cerca di convincerle che devono opporsi a una tradizione maschilista che le ha relegate in un ruolo di subalternità assoluta. Il 27 dicembre 1979 i russi hanno invaso l’Afghanistan nel timore che i fondamentalisti islamici sostenuti dagli Stati Uniti prendano il potere come hanno fatto già in Iran. Ma neanche la vista dei carri armati sovietici riesce a intimidire Meena e le attiviste di Rawa, che lanciano una campagna nonviolenta contro le forze di occupazione. Organizzano manifestazioni, volantinaggi e incontri nelle scuole, mentre gruppi di donne continuano a riunirsi davanti alle prigioni per cercare di avere notizie sulla sorte dei loro mariti e dei loro figli incarcerati. Meena non solidarizza con la resistenza armata che ha cominciato a diffondersi nelle campagne perché sa che se i fondamentalisti riusciranno a cacciare i russi e a prendere il potere non porteranno la democrazia nel suo Paese. Per questo prende le distanze in modo netto dai gruppi integralisti e denuncia apertamente i soprusi e le violenze che infliggono alla popolazione.

Alle iniziative di informazione e denuncia, Rawa affianca un’attività sociale altrettanto efficace, fornendo assistenza alle migliaia di rifugiati costretti a lasciare l’Afghanistan dopo l’invasione sovietica. Le attiviste dell’associazione diventano una presenza costante nei giganteschi campi profughi che sorgono nel vicino Pakistan, dove aprono scuole e orfanotrofi, avviano corsi di alfabetizzazione per donne adulte e gruppi di sensibilizzazione sui temi della salute. Lì Meena non si concentra solo sulla formazione delle donne adulte ma individua una priorità anche nell’educazione dei bambini rifugiati, che non hanno accesso alle scuole pakistane. Le prime scuole di Rawa vengono aperte nel 1984 grazie ai fondi raccolti nei laboratori di cucito e accolgono ogni anno centinaia di bambini insegnando materie come la geografia, la chimica, la fisica e lingue come il pashto, il dari e l’inglese. L’obiettivo, però, è anche quello di educare le giovani generazioni insegnando loro il concetto di democrazia, sottraendole all’indottrinamento dei fondamentalisti. Nei campi profughi l’associazione distribuisce volantini e organizza incontri pubblici per denunciare i crimini compiuti dai mujaheddin in nome di un’interpretazione estremista del Corano che professa l’odio nei confronti della modernità e dell’Occidente. Il grande sogno di Meena - destinato ad avverarsi poco dopo la sua morte - è quello di creare un ospedale interamente gestito da Rawa.

Presto l’attività dell’associazione comincia a essere conosciuta e apprezzata anche in Europa. Nel 1981 Rawa viene invitata dal presidente francese Francois Mitterrand a partecipare alla conferenza dell’Internazionale socialista in programma alla fine di ottobre nella città di Valence, in Francia. Per il movimento delle donne afgane è una legittimazione straordinaria e un’occasione unica per far conoscere al mondo la tragedia del popolo afgano, della quale si sa ancora pochissimo. Dopo un viaggio estenuante Meena raggiunge Parigi. Poche ore di autobus la dividono dal luogo dove parlerà a nome del suo popolo, davanti a centinaia di delegati provenienti da ogni parte del mondo. L’Unione Sovietica è presente con una delegazione di alto livello, guidata dal potente capo del dipartimento esteri di Mosca, Boris Ponomarev. Nella sala del Congresso di Valence Meena si trova di fronte l’uomo che ha pianificato la politica estera sovietica negli ultimi decenni ed è quindi il principale responsabile dell’invasione del suo paese. Non pochi delegati si stupiscono nel vedere quella giovane sconosciuta dallo sguardo fiero alzarsi e prendere la parola a nome del popolo afgano. Meena è una delle pochissime donne presenti in sala e proprio a lei spetta il compito più difficile: quello di condannare apertamente l’operato di Mosca nel suo Paese, di denunciare l’orrore causato dalla grande potenza che molti considerano ancora un modello al quale ispirarsi.

In un silenzio surreale, senza alcuna esitazione, Meena inizia a descrivere le sofferenze del suo popolo, le migliaia di persone uccise e scomparse, le incarcerazioni, le esecuzioni, le torture. Di fronte agli sguardi increduli dei delegati di tutto il mondo racconta come gli afgani siano insorti fin da subito per cacciare gli invasori, in una lotta impari che non può non vederli soccombere. La carica impetuosa delle sue parole cattura l’attenzione dei presenti in una sorta di ipnosi collettiva che si scioglie solo quando la giovane smise di parlare. Dopo un breve istante di esitazione i delegati si alzano tutti in piedi, poi nella sala si sentì un lungo e fragoroso applauso. Dal palco Meena saluta sorridente, forse illudendosi che le cose possano davvero cambiare per la sua gente. Ma, com’era prevedibile, il suo intervento e la reazione della platea scatenano le ire della delegazione sovietica. Ponomarev si alza di scatto e abbandona la sala insieme ai suoi compagni. Le parole della giovane afgana hanno colto nel segno, rompendo per la prima volta il muro di omertà e ignoranza che aveva circondato fino a quel momento la situazione dell’Afghanistan.

La presenza di Meena al congresso di Valence fece conoscere per la prima volta al mondo il dramma e la resistenza del popolo afgano. Ma inevitabilmente rese anche pubblico il volto di Meena, facendo crescere in modo esponenziale i rischi per la sua incolumità. Molti sostenitori le consigliano di restare in Europa e di continuare le sue battaglie in un luogo sicuro, ma lei ribadisce ogni volta che il suo destino è quello di tornare tra la sua gente, e che le donne devono correre gli stessi rischi degli uomini. Nel giugno 1982, dopo otto mesi trascorsi nel Vecchio continente, Meena rientra nel suo paese senza curarsi del fatto che le autorità afgane hanno ordinato pubblicamente il suo arresto e diffuso le sue fotografie a tutti i posti di blocco. Lei sa di essere odiata dai sovietici e dai fondamentalisti religiosi, che disprezzano il suo lavoro e temono la sua popolarità, e sente che quando arriverà il suo momento, nessuna precauzione riuscirà a salvarla. Né alloggi sicuri, né travestimenti, né documenti falsi. Niente impedirà ai suoi nemici di eliminarla.

Chi la rapisce, il 4 febbraio del 1987, non vuole soltanto ucciderla ma anche distruggere la sua reputazione e la sua credibilità di leader politico. Per lunghi mesi la propaganda afgana cerca infatti di far passare la sua sparizione come un tradimento, raccontando che la fondatrice di Rawa è scappata con i fondi dell’associazione. È invece lei a essere stata tradita, da una persona che riteneva fidata: suo cognato Ahmed Sultan, il marito di una delle sue sorelle. Col suo aiuto, Meena era stata rapita, torturata e uccisa da un gruppo di criminali assoldati dai servizi segreti afgani del Khad. Le sue compagne scopriranno qual era stata la sua sorte quasi per caso, dopo sei mesi di ricerche disperate, leggendo i giornali pachistani che riportano la notizia dell’arresto e della confessione di due uomini. L’omicidio di Meena e dei due attivisti che erano con lei non verranno neanche considerati crimini e gli assassini saranno incarcerati soltanto per possesso di esplosivi.

L’invasione sovietica si concluderà poco dopo la sua morte, ma la strada verso un futuro di pace e democrazia per il suo Paese rimarrà un’utopia. L’ospedale Malalai, inaugurato pochi mesi dopo la scomparsa di Meena Keshwar Kamal, che l’aveva a lungo sognato e aveva lavorato duramente per la sua realizzazione, rappresenta una catarsi per le forze laiche e democratiche del disastrato Afghanistan. Rawa sopravviverà alla tragica fine della sua leader e la sua memoria diventerà negli anni la linfa vitale da cui le militanti traggono il coraggio per continuare a combattere, fino al sacrificio estremo.

Riccardo Michelucci, giornalista

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