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Padre Stan Swamy (1937 - 2021)

gesuita, attivista per i diritti delle comunità indigene e dei fuori casta

Padre Stanislaus Lourduswamy, noto come Padre Stan Swamy, sacerdote gesuita indiano, attivista per i diritti umani degli adivasi, le tribù indigene, nello stato di Jharkhand, è morto il 5 luglio 2021 a 84 anni, dopo nove mesi di detenzione per l'accusa di cospirazione con i guerriglieri maoisti nell'ambito dell'inchiesta sugli scontri avvenuti nel 2018 durante la commemorazione della battaglia di Bhima Koregaon, un villaggio dello Stato di Maharashtra.

Era stato arrestato l’8 ottobre 2020 da agenti della National investigation agency (NIA, la polizia federale indiana), che lo avevano prelevato in un raid notturno dal suo allogio presso Bagaicha, la comunità da lui fondata vicino a Ranchi, nello Stato nord-occidentale del Jharkhand. Era accusato, ai sensi della legge antiterrorismo (Unlawful Activities Prevention Act - UAPA), di attentare alla sicurezza dello Stato ed era stato tradotto in un carcere di massima sicurezza a Mumbai.

Padre Swamy aveva sempre negato queste accuse, sostenendo che alcuni documenti utilizzati dall'accusa erano stati inseriti come false prove nei computer a lui sequestrati. Per diverse volte i giudici di Mumbai avevano rifiutato la sua richiesta di rilascio su cauzione, motivata con le precarie condizioni di salute del sacerdote, affetto da morbo di Parkinson in stato avanzato.

Nato il 26 aprile 1937 nel Tamil Nadu, aveva frequentato in tenera età la scuola dei gesuiti e intrapreso gli studi religiosi nel 1957. Dopo la laurea in teologia e un diploma post-laurea in sociologia, aveva diretto l'ente di beneficenza Catholic Relief Services nella provincia Jamshedpur e aveva lavorato per l'Indian Social Institute (ISI) di Bangalore dal 1975 al 1990, dedicandosi alla formazione dei giovani delle comunità emarginate, per offrire opportunità di istruzione ai bambini più poveri. 

Nel 1991, Padre Swamy era tornato nel Jharkhand a Chaibasa per collaborare con la Jharkhandi Organization for Human Rights (JOHAR), che si occupa di questioni relative ai trasferimenti forzati degli adivasi causati dai progetti di sviluppo. Nel 2006, assieme ai gesuiti e ad altri attivisti e intellettuali, aveva fondato Bagaicha, istituto di ricerca e formazione sociale, dedicato al miglioramento delle condizioni di vita delle comunità indigene e all'educazione dei giovani.

L'idea, aveva spiegato Padre Swamy in un'intervista ripresa dal quotidiano Industan Times, era "concentrarsi su due problemi, le acquisizioni illegali dei terreni e lo spostamento forzato delle popolazioni per dare spazio ad attività minerarie o a dighe senza il consenso della gente... e spesso erano queste persone l'obiettivo finale. È diventato nostro compitolavorare con (i giovani delle comunità Dalit e adivasi) e aiutarli a comprendere in modo scientifico i problemi che stanno affrontando. E se questo è il problema, (comprendere) quale sarà la natura dei movimenti popolari e delle organizzazioni popolari e quali potrebbero essere le strategie da elaborare".

Parte del lavoro svolto dal gesuita ha riguardato la difesa dei diritti legali degli adivasi e dei dalit, gli oppressi o "intoccabili" o fuori casta, e in particolare di coloro che, opponendosi a trasferimenti ingiusti, venivano arrestati. Per tutelare i loro diritti era stato costituito il Comitato di solidarietà dei prigionieri perseguitati, cui partecipano diversi avvocati. Secondo uno studio condotto nel 2015 da ricercatori dell'istituto Bagaicha in 18 distretti del Jharkhand, dei 102 prigionieri sotto processo con l'accusa di essere maoisti e rilasciati su cauzione, solo due avevano effettivamente un'affiliazione al Partito comunista indiano (maoista) messo fuori legge; il resto erano giovani che avevano resistito allo sfollamento con mezzi legali e non violenti.

Nella primavera del 2021, con la ripresa dell'epidemia da covid-19 in India, la condizione sanitaria di Padre Swarmy si era aggravata, ma la scarcerazione e il trasferimento in ospedale sono stati concessi quando il sacerdote, ormai così indebolito da essere incapace di camminare e svolgere da solo qualsiasi attività quotidiana, era già stato contagiato dal virus. Il suo decesso è avvenuto mentre in tribunale i giudici stavano esaminando l'ennesima richiesta per il suo rilascio su cauzione.

I familiari e gli amici hanno definito la sua morte come "l'omicidio istituzionale di un'anima gentile da parte di uno stato disumano".

La scomparsa del gesuita e attivista in difesa dei diseredati ed emarginati ha suscitato la reazione dell'Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite Michelle Bachelet, che ha espresso preoccupazione per la tragica perdita e sollevato la questione degli altri 15 difensori dei diritti umani coinvolti nell'indagine sui fatti di  Bhima Koregaon, chiedendo il loro rilascio dalla custodia cautelare.

Mary Lawlor
, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui difensori dei diritti umani, e Nadine Maenza, presidente della Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale (USCIRF), hanno dichiarato che Padre Swamy era stato trattenuto con "false" accuse di terrorismo. Anche Eamon Gilmore, rappresentante speciale dell'UE per i diritti umani, ha deplorato la fine dolorosa di Padre Swamy.

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