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Samar Badawi (1981)

l'attivista e blogger che si batte per i diritti delle donne saudite

È difficile immaginare l’immenso coraggio di Samar Badawi, l'attivista che, oltre a sfidare il regime wahabita, ha portato il padre in tribunale, ribellandosi al sistema di "custodia" patriarcale saudita, che prevede un tutore maschio e considera la disobbedienza un reato. Un coraggio noto a chi conosce cosa accade fra le pieghe del "nuovo Rinascimento" saudita, che continua a incarcerare i dissidenti e mantiene il regime oppressivo verso le donne che provano ad andare oltre all’ebbrezza di poter guidare una macchina. "Sogno di vedere il giorno in cui le donne e gli uomini avranno gli stessi diritti, anche se temo che quando accadrà io sarò vecchia", ha detto con voce ferma al giornalista Nic Robertson della Cnn nel 2015, in una delle rare interviste concesse dopo aver assistito in pubblica piazza alla fustigazione del fratello Raif Badawi, onorato nel Giardino dei Giusti di Milano perché diventato bersaglio del regime saudita.

Orfana di madre, morta di cancro, è stata succube del padre, che per anni l’ha vessata e picchiata finché si è ribellata ed è scappata, riuscendo nel 2008 a trovare dimora in un rifugio per vittime della violenza domestica. Nello scontro in tribunale fra lei, che ha accusato il padre di negarle il diritto a sposarsi, e lui, che l’ha accusata di disobbedienza, si trova la cifra della sua forte personalità.

Fino al 2021, la sua vita di donna adulta è stata così: fuori e dentro dalle carceri. Sempre in attesa di essere trascinata in tribunale. Quando ha preso il premio International Women of Courage Award, conferitole dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti nel 2012 per il suo lavoro pionieristico per i diritti delle donne, Samar Badawi è entrata nella rosa dei nomi delle attiviste più note che non hanno mai chinato il capo. Il premio l’ha resa ancora più invisa alla teocrazia saudita, che le ha proibito di lasciare il Paese e l’ha fatta tornare più volte in carcere. Samar Badawi è stata fra le donne che hanno osato mettersi alla guida di una macchina quando era vietato farlo. Ha fatto ricorso in tribunale per ottenere il diritto di voto per le donne e nel 2018 il suo arresto ha scatenato una grave crisi diplomatica tra il Canada e l'Arabia Saudita, che si è trascinata fino al 2023.

Il 22 giugno 2023, ALQST, un’organizzazione impegnata nella difesa dei prigionieri di coscienza e dei diritti umani in Arabia Saudita, ha organizzato - insieme ad Amnesty International, Gulf Centre for Human Rights e Human Rights Watch - un evento parallelo al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, dal titolo Il continuo deterioramento dei diritti umani in Arabia Saudita. Nel corso della conferenza, tenutasi a Ginevra, sono emerse le sistematiche violazioni dei diritti da parte delle autorità saudite e diversi attivisti hanno chiesto alla comunità internazionale di intensificare gli sforzi per contrastare l'impunità, le condanne per espressioni pacifiche sui social e il reato della "disobbedienza" di una donna nei confronti del suo tutore maschile. E infatti Samar Badawi è stata proprio condannata a sei mesi di carcere per disobbedienza. Lei e suo padre si sono sfidati in tribunale per diverso tempo, prima che lei riuscisse a dimostrare il suo diritto a ribellarsi, accusandolo di rendere difficile o impossibile per una persona, in particolare per una donna, ottenere ciò che vuole o ciò che le spetta di diritto, come quello di sposarsi. 

Incarcerata il 4 aprile 2010, il tribunale generale di Jeddah ha deciso di rilasciarla sei mesi dopo e la tutela maschile è stata affidata al prozio. Il governatore di Makka, il principe Khalid bin Faisal, ha proposto la creazione di una commissione per riconciliare padre e figlia, facendogli promettere di non usare la violenza contro di lei, di permetterle di sposarsi e di non presentare cause legali infondate che non potesse dimostrare, ma lui ha rifiutato. Da allora Samar Badawi non si è più fermata. Durante le elezioni politiche del 2011 ha fatto ricorso al tribunale per chiedere il diritto di voto e di partecipazione politica delle donne. Ha contribuito con altre attiviste alla campagna per la guida delle donne fra il 2011 e il 2012, mettendosi alla guida di una macchina ogni tre giorni e aiutando le donne conducenti con le procedure con la polizia e il tribunale. Nel 2012, quando ha ricevuto l'International Women of Courage Award, si è limitata a sorridere, radiosa, piccola e minuta rispetto alle due donne sbracciate e privilegiate che le stavano di fianco: l’allora first lady Michelle Obama e il segretario di stato Hillary Clinton, che ha dichiarato "Samar Badawi è una donna che fa la differenza". Un premio che ha pagato una volta tornata in patria. 

Nel dicembre del 2014 si trovava all’aeroporto King Abdulaziz International per andare a Bruxelles e partecipare a un forum europeo sui diritti umani, quando le hanno detto che non avrebbe più potuto viaggiare per ordine del ministero dell’Interno. Poco prima era stata a una conferenza al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, dove ha chiesto il rilascio del marito, Waleed Abulkhair, l’avvocato attivista che aveva assistito sia lei sia suo fratello. Il 20 settembre 2014, Badawi aveva incontrato senatori statunitensi e i segretari di diverse organizzazioni per i diritti umani per discutere della carcerazione di suo marito Waleed Abulkhair e degli altri detenuti. In quel momento, Badawi disse di aver ricevuto una minaccia diretta dal segretario del Ministro degli Affari Esteri dell'Arabia Saudita, secondo cui avrebbe dovuto interrompere le sue attività per i diritti umani, altrimenti sarebbero stati adottati provvedimenti per fermarla. Nel 2015 assiste alla fustigazione del fratello, che prende le prime cento frustate delle cinquemila a cui è stato condannato. E alla CNN dice: "Ero disgustata. Tutti urlavano 'Allah è grande', ma nessuno sapeva per cosa fosse stato punito". Prima che le proibissero di viaggiare all’estero, ha partecipato anche a una conferenza alle Nazioni Unite, dove ha parlato dei diritti umani negati, anche se la delegazione governativa saudita ha interrotto il suo discorso e chiesto la censura delle sue parole. Nel 2015 ha ricevuto l'International Hrant Dink Award per essere una leader nella difesa dei diritti delle donne e per aver aumentato la consapevolezza internazionale sull'oppressione dei difensori dei diritti umani nel suo Paese. Nel 2017 è stata nuovamente convocata per un interrogatorio. Il 30 luglio 2018 è stata arrestata: la polizia armata è arrivata a casa sua all’alba, l’ha portata in un centro di detenzione e accusata di gestire l’account del marito, in carcere, da cui nel frattempo si era separata.

Il 18 luglio 2019, è stata convocata per partecipare a una sessione del suo processo presso il Tribunale Penale di Riyadh e condannata per aver comunicato con entità straniere attraverso i social media. Il giudice Ibrahim Ali Al-Luhaidan le ha chiesto di firmare un documento che richiedeva un rilascio temporaneo fino alla prossima udienza. Il 19 febbraio del 2020, insieme alle attiviste Naseema al-Sada e Nouf Abdulaziz, Samar Badawi è stata convocata dal tribunale penale per un processo, nel corso del quale è stato negato l'accesso agli osservatori internazionali. Samar Badawi è stata rilasciata nel giugno del 2021, in libertà condizionata e con divieto di viaggio di 5 anni.

Da quando è salito al potere, il principe ereditario Mohammed bin Salman si è ripetutamente presentato sulla scena internazionale come un riformatore progressista, che crede che le donne siano uguali agli uomini. Nonostante siano state realizzate alcune importanti riforme, tra cui il diritto delle donne di guidare e di viaggiare a 21 anni senza il permesso di un tutore maschile, molti degli attivisti e delle attiviste che si sono battuti per questi cambiamenti - tra cui Loujain al-Hathloul, Nassimah al-Sadah, Samar Badawi e Mohammed al-Rabea - sono stati detenuti arbitrariamente, hanno subito l’ordine di non poter viaggiare o sono stati torturati e maltrattati. Nel marzo del 2022 è stato rilasciato anche il fratello Raif, dopo aver scontato una condanna di dieci anni per aver sostenuto la necessità di porre fine dell’influenza religiosa sulla vita pubblica. Come la sorella Samar, non può viaggiare e raggiungere la sua famiglia in Canada. Con buona pace della "Visione 2030" del sultano Mohammed bin Salman, che prevede una serie di iniziative volte a diversificare l'economia dell’Arabia Saudita e a modernizzare la società.

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