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Soumaila Sacko

un Giusto per "i nuovi schiavi"

la manifestazione dei braccianti di San Ferdinando

la manifestazione dei braccianti di San Ferdinando

L’ho conosciuto nel 2006, quando siamo arrivati in Italia, era già in quella tendopoli. Era bravo e ieri era venuto con noi solo per aiutarci”. Così Drane Maoiheri parla di Soumaila Sacko, il 30enne del Mali, regolarmente in Italia, ucciso il 2 giugno a San Calogero (Vibo Valentia), mentre cercava delle lamiere per costruire un riparo nella vicina tendopoli di San Ferdinando. Drane e l’altro ragazzo rimasto ferito a cui Soumaila stava dando una mano - per generosità perché lui un rifugio l’aveva già - hanno raccontato di 4 spari e di un uomo piuttosto anziano sceso da una Fiat Panda bianca. Soumaila era un attivista sindacale della Usb, in prima fila contro i caporali, contro lo sfruttamento disumano e illegale dei braccianti agricoli, quasi tutti migranti, senza diritti e senza una casa. In particolare lottava per i lavoratori della Piana di Gioia Tauro, costretti nei rifugi fatiscenti di San Ferdinando a Rosarno, il ghetto di raccoglitori di arance di cui si è perfettamente a conoscenza, tanto che persino il programma Le Iene ci aveva fatto un reportage. Lì vivono circa 800 persone, e in un’altra baraccopoli poco distante ne vivono altre 300.

Soumaila Sacko era l’unico che si occupava dei nuovi schiavi in quella terra disgraziata, era un eroe che sferza la nostra coscienza, quella di noi “buoni”, di noi “civili”, non solo dei razzisti”, scriveva Pierluigi Battista il 4 giugno su Corriere. Potremmo definirlo “un Giusto per i nuovi schiavi”, morto mentre cercava di dare un improvvisato tetto di lamiere alle famiglie che, pur massacrandosi di lavoro, non hanno niente. Non esiste “pacchia” per chi scappa dalle guerre e trova altra povertà, e questo, Soumaila, lo sapeva bene. Non gli importava dei caporali del luogo, che non lo avevano di certo in simpatia, o di chiunque non apprezzasse la sua richiesta di diritti, voleva solo trovare il modo di aiutare. Per lui ieri i braccianti si sono fermati, l’Usb ha indetto uno sciopero generale, e il 16 giungo a Roma ci sarà una manifestazione nazionale. Tutto il Senato, inoltre, si è alzato in piedi ad applaudire “il sindacalista dei lavoratori della terra”, dopo che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte gli ha rivolto un pensiero nel suo discorso in occasione del voto di fiducia. 

Per ora c’è un solo indagato per l’assassinio, un agricoltore di 43 anni di San Calogero. Il procuratore di Vibo Valentia Bruno Giordano dichiara però che il movente non è razzista o xenofobo, ma sembra che in quella fabbrica abbandonata ci fosse qualcosa in cui non si doveva ficcare il naso. Potrebbe essere stato l’attivismo di Soumaila contro il caporalato a condannarlo a morte. "È solo attraverso prospettive di piena inclusione sociale, in presenza di un regolare accesso ai servizi e di tutela legale che sarà possibile sottrarre queste persone a forme di sfruttamento”, ha dichiarato Felipe Camargo, rappresentate dell'Unhcr per il Sud Europa. Questa storia ha fatto violentemente emergere, in un modo che non si può ignorare, una situazione degradante e intollerabile. Tristemente, Soumaila ha raggiunto il suo scopo, ma ha pagato con la vita.

Tutto ciò ci ricorda l’importanza di agire, anche nelle situazioni scomode e rischiose. Un po’ come ha fatto anche un altro maliano dal coraggio esemplare, Lassana Bathily, il soccorritore degli ebrei durante l’attacco terroristico del 2015 al supermercato Kasher di Parigi, dove lavorava. Al momento dell’attacco, Lassana stava sistemando la merce sugli scaffali e senza esitare difese i clienti facendone nascondere una dozzina in una cella frigorifera del negozio, confortandoli, in attesa che gli assalitori se ne andassero. Dopo aver messo al sicuro quegli ostaggi riuscì a sgattaiolare fuori e ad avvertire la polizia di quanto stava accadendo all’interno. Li aveva salvati. E, come se non bastasse, dovette anche convincere gli agenti, per un’ora e mezza, del fatto che fosse un dipendente del negozio - sembrava strano che un nero lavorasse all’Hyper Cacher. “Non ho nascosto degli ebrei, ho nascosto degli esseri umani”, ha dichiarato Lassana dopo la sua azione di soccorso, riassumendo in una frase una verità spesso ignorata, che di fronte a delle vite in pericolo siamo semplicemente persone.

Quel ragazzo maliano - Giusto al Giardino dei Giusti di tutto il mondo a Milano e al Giardino di Vercelli - ha ricevuto, per il suo gesto, la cittadinanza francese, lavora nell’ufficio del Sindaco di Parigi e ha avviato un’azienda no profit per aiutare il suo Paese d’origine. Soumaila non è stato così fortunato, e la sua tragedia potrebbe avere radici più profonde di quelle che finora sono state raccontate. Ciò che però lo accomuna a Lassana è, oltre ovviamente alla sua terra, l’aver fatto ciò che era umanamente giusto.

6 giugno 2018

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Coraggio civile

la forza della dignità umana

In ogni parte del mondo si sono verificate ed esistono tuttora situazioni estreme di violazione dei diritti umani, di persecuzione e di negazione della libertà. Chi trova il coraggio di opporsi, di salvaguardare la propria integrità morale, di affermare il dovere della verità, di denunciare i crimini contro l'Umanità e di battersi per difendere i valori fondanti della convivenza civile, può essere definito Giusto. 
Giornalisti come Sihem Bensedrine in Tunisia e scrittori come Gao Xingjian in Cina, diplomatici come Enrico Calamai in Argentina e artisti come Sunila Abeysekera nello Sri Lanka, studenti come Bo Kyi in Birmania e attivisti, leader sindacali o politici come Maria Elena Moyano in Perù, Guillermo Chen in Guatemala, Fannie Lou Hamer negli Stati Uniti, scienziati, avvocati, medici, intellettuali come Vassili Nesterenko in Bielorussia, Sylvie Maunga Mbanga in Congo, Halima Bashir in Darfur, Hashem Aghajari in Iran. 
Senza dimenticare le figure femminili in prima fila nella difesa dei diritti delle donne calpestati in molte parti del mondo, come Betty Makoni nello Zimbawe, Hawa Aden Mohamed in Somalia,  Khalida Toumi Messaoudi in Algeria,  Lydia Chaco in Messico.
Così come i nomi più noti nella difesa dei diritti umani e civili come Nelson Mandela in Sudafrica, Aung San Suu Kyi in Birmania, Anna Politkovskaja in Russia, Orhan Pamuk in Turchia, Natasha Kandic in Serbia e Svetlana Broz in Bosnia, Ayaan Hirsi Ali dalla Somalia, le madri di Plaza de Mayo in Argentina. 

La storia

Hawa Aden Mohamed

l'insegnante che si batte per i diritti delle bambine