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Tutto nelle mani di un uomo

Stanisval Petrov come esempio per il presente

A seguito dell’ultimo test nucleare nord-coreano di inizio settembre - il sesto e il più potente - il Consiglio di Sicurezza ONU ha adottato verso lo Stato di Kim Jong-un una risoluzione con nuove pesanti sanzioni economiche, e Donald Trump, d’accordo con il presidente cinese Xi Jinping, e con il sostegno russo, si è impegnato a “massimizzare la pressione” per una loro rigorosa applicazione. La tensione già forte è aumentata esponenzialmente: da una parte la dichiarazione del Ministro degli Esteri nord-coreano, pubblicata dalla Korean Central News Agency (KCNA), ha definito le sanzioni “il più viscido, immorale e inumano atto di ostilità per sterminare fisicamente il popolo nord-coreano, a prescindere dal sistema e dal governo”, dall’altra quella del Segretario della Difesa statunitense Jim Mattis ha aperto a una possibile opzione militare contro la Corea del Nord, per proteggere Seul e la base americana di Guam. Anche Peter J. Hayes - professore onorario al Center for International Security Studies di Sidney - si è espresso drammaticamente sull’argomento: “un attacco preventivo sarebbe un viatico ad un conflitto in cui ambedue le Coree verrebbero largamente distrutte. Si potrebbe a quel punto facilmente immaginare un coinvolgimento di Giappone e Australia, e a maggior ragione della Cina. Data l'immensità di un tale conflitto, e la possibilità di una partecipazione della Cina, non è affatto detto che gli Usa vincerebbero”.

La questione nucleare è stata, uno dei punti centrali della 72esima Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il presidente Trump ha aperto il suo intervento affermando che “Gli Stati Uniti hanno una grande forza e pazienza, ma se saranno costretti a difendere se stessi o i loro alleati, non avranno altra scelta che distruggere completamente la Corea del Nord. Rocketman - come ha ironicamente definito il leader nord-coreano, è in missione suicida per se stesso e per il suo regime”. António Guterres, attuale segretario generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato quindi, preoccupato: “Non siamo mai stati così vicini come oggi a una guerra nucleare dai tempi della Guerra Fredda”.

Proprio a quel periodo risale l’incredibile assunzione di responsabilità che dovette affrontare il tenente colonnello Stanislav Petrov - la cui notizia della morte, avvenuta il 9 maggio 2017 all’età di 78 anni, è trapelata solo qualche giorno fa. I sistemi di rilevamento sovietici segnalarono, il 25 settembre 1983, un attacco missilistico americano diretto verso la Russia. Era il giorno libero di Petrov, ma a seguito di un problema di salute del collega di turno, c’era lui a capo della cabina di controllo missilistico. Il sistema indicò, in meno di 5 minuti, 5 missili nucleari americani. Petrov si alzò dalla sedia e vide la sua squadra, totalmente sconcertata, aspettare suo cenno; doveva prendere una decisione.

I dati erano convincenti e gli allarmi non smettevano di suonare, ma a Petrov sembrava discutibile che gli americani sferrassero un attacco con un numero limitato di missili quando avevano minacciato una forza molto maggiore, e come lui stesso affermò in seguito “sarebbero stati dei pazzi perché, non essendo ancora in loro possesso un sistema di difesa missilistico, la risposta dell’Unione Sovietica sarebbe stata fatale, avrebbe causato l’annientamento dell’intero popolo americano”. A livello pratico non aveva alcuna certezza che si trattasse di un errore del sistema, ma sapeva anche che il meccanismo non era infallibile. Soprattutto, non era nei suoi piani diventare l’iniziatore della 3ˆ guerra mondiale.

Decise allora di non dare l'allarme. Poco dopo, le sirene smisero di suonare e le spie si spensero. Petrov aveva salvato miliardi di persone, aveva “scelto tra un sì o un no”. Il suo superiore dapprima gli promise che sarebbe stato protetto, decorato, e che gli sarebbe stato dedicato persino un giorno dell’anno. Ma non avvenne nulla di tutto ciò. La Russia non poteva permettere che gli Usa venissero a sapere quanto era successo.

Così il generale che ha salvato il mondo ha trascorso la sua vita nell’anonimato, in un modestissimo bilocale alla periferia di Mosca, con 200 dollari di pensione al mese; fino a quando, nel 1998, il suo comandante capo, Yury Votintsev - presente quella sera - ha rivelato l’accaduto, il cosiddetto “incidente dell’equinozio d’autunno”. Petrov ha ricevuto il Premio Cittadino del mondo il 21 maggio 2004 e oggi possiamo ricordare il suo coraggio straordinario di fronte ad una situazione in cui il confine tra un'alternativa giusta e una disastrosa è tanto sottile. Fortunatamente, quella notte, Petrov prese la decisione migliore.

19 settembre 2017

Coraggio civile

la forza della dignità umana

In ogni parte del mondo si sono verificate ed esistono tuttora situazioni estreme di violazione dei diritti umani, di persecuzione e di negazione della libertà. Chi trova il coraggio di opporsi, di salvaguardare la propria integrità morale, di affermare il dovere della verità, di denunciare i crimini contro l'Umanità e di battersi per difendere i valori fondanti della convivenza civile, può essere definito Giusto. 
Giornalisti come Sihem Bensedrine in Tunisia e scrittori come Gao Xingjian in Cina, diplomatici come Enrico Calamai in Argentina e artisti come Sunila Abeysekera nello Sri Lanka, studenti come Bo Kyi in Birmania e attivisti, leader sindacali o politici come Maria Elena Moyano in Perù, Guillermo Chen in Guatemala, Fannie Lou Hamer negli Stati Uniti, scienziati, avvocati, medici, intellettuali come Vassili Nesterenko in Bielorussia, Sylvie Maunga Mbanga in Congo, Halima Bashir in Darfur, Hashem Aghajari in Iran. 
Senza dimenticare le figure femminili in prima fila nella difesa dei diritti delle donne calpestati in molte parti del mondo, come Betty Makoni nello Zimbawe, Hawa Aden Mohamed in Somalia,  Khalida Toumi Messaoudi in Algeria,  Lydia Chaco in Messico.
Così come i nomi più noti nella difesa dei diritti umani e civili come Nelson Mandela in Sudafrica, Aung San Suu Kyi in Birmania, Anna Politkovskaja in Russia, Orhan Pamuk in Turchia, Natasha Kandic in Serbia e Svetlana Broz in Bosnia, Ayaan Hirsi Ali dalla Somalia, le madri di Plaza de Mayo in Argentina. 

La storia

Paul Klebnikov

giornalista americano ucciso in Russia