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Zhao Ziyang (1919 - 2005)

il segretario generale del Partito comunista che cercò di evitare il massacro di Piazza Tienanmen

Zhao Ziyang nacque nella contea di Hua in Cina nel 1919. Nel 1938 entrò a far parte del Partito Comunista Cinese e durante gli anni successivi svolse attività politica nel nord del Paese e ricoprì varie cariche di partito dopo la costituzione della Repubblica Popolare della Cina nel 1949. Vittima delle epurazioni messe in atto dalla Rivoluzione Culturale del 1967, venne riabilitato nel 1973 ed eletto nel Comitato centrale del Partito. Fu primo ministro dal 1980 al 1987 e segretario generale del Partito dal 1987 al 1989. Diede la spinta decisiva a molte riforme in Cina e all’apertura del Paese al mercato libero. 

Nell'aprile del 1989 le proteste studentesche infiammarono il Paese. La necessità di riforme in senso democratico, i problemi di corruzione e di nepotismo, le richieste di aumento salariale coinvolgevano una parte ampia della popolazione. Il 15 aprile iniziò la protesta di piazza Tienanmen, a Pechino. Ma, ben presto, le manifestazioni si diffusero anche in altre province del Paese e il numero dei manifestanti crebbe rapidamente. Zhao Ziyang, succeduto al segretario del partito Hu Yaobang, non vi rimase insensibile. 

Nei primi di maggio la protesta si estese ai lavoratori e agli studenti delle scuole, e coinvolse un numero crescente di province, raggiungendo Hong Kong e Taiwan e trovò sostegno anche nelle comunità cinesi all’estero. I manifestanti incontrarono la ferma opposizione di un’ampia parte del Partito, del governo e dell’esercito; l'allora leader cinese Deng Xiaoping temeva che le riforme politiche potessero ostacolare quel processo di apertura del mercato – il “socialismo con caratteristiche cinesi”, secondo la sua formula – che stava avviando il Paese alla grande trasformazione economica.

Il movimento di protesta si diffuse anche nelle università, in cui si organizzarono scioperi e associazioni indipendenti dal Partito Comunista Cinese. La richiesta di Democrazia era forte. In risposta alle scarse risposte ottenute dal governo, il 13 maggio gli studenti dichiararono lo sciopero della fame, dando inizio alla fase più drammatica della protesta.

Zhao, cercò in tutti i modi di impedire che il 20 maggio venisse dichiarata la legge Marziale, preludio alla terribile strage del 4 giugno. Il 19 maggio fece visita al leader Deng Xiaoping per convincerlo a risparmiare gli studenti, senza però, trovare ascolto. A quel punto decise di fare un gesto ancora più forte. A notte fonda si recò in Piazza Tienanmen, tra gli studenti, li pregò di abbandonare la piazza e provò a convincerli a porre fine allo sciopero. Pronunciò queste parole: "Studenti, siamo arrivati troppo tardi. Ci dispiace. Voi parlate di noi, ci criticate, tutto questo è necessario. La ragione per la quale sono venuto qui non è chiedervi di perdonarci. Quello che voglio dire è che state diventando molto deboli, è il settimo giorno da quando avete iniziato lo sciopero della fame, non potete continuare così". 

Allora i giovani non capirono le sue parole, ma Zhao voleva avvisarli di quello che sarebbe successo e del pericolo che correvano, denunciando allo stesso tempo il fallimento e la brutalità del regime. "Solo di una cosa mio padre non si è mai pentito, insistere perché non venissero uccisi quegli studenti", ricordava in un'intervista il figlio Wujun. 

Zhao viene destituito e condannato agli arresti domiciliari. Pechino venne circondata dall’esercito e la situazione precipitò alla sconfitta del movimento e alla strage del 4 giugno.

Fino alla sua morte, sopraggiunta nel 2005, Zhao Ziyang visse in casa agli arresti domiciliari. Il regime gli rifiutò i funerali pubblici e anche la cerimonia di sepoltura avvenuta nell'ottobre del 2019 si è svolta in forma privata. Non solo, Zhao, al contrario di tutti gli altri leader del Partito comunista, non è stato seppellito nel cimitero rivoluzionario di Babaoshan, ma in un altro a 60 chilometri dal centro di Pechino. L’epigrafe sulla tomba non dice nulla del suo passato nel Partito e l’iscrizione non è stata fatta, come di consueto, in ideogrammi di colore rosso e oro, che nella cultura cinese simboleggiano ricchezza e potere, ma di colore nero. Dal giorno in cui Zhao scese in piazza, l’apparato comunista cinese prova a far dimenticare ogni sua traccia e a cancellare l'immagine dell’uomo di potere.

Intorno al 4 giugno, la polizia blocca chiunque cerchi di recarsi a casa sua in pellegrinaggio, a memoria di un uomo che ha difeso il suo popolo e i diritti umani. "Che venga riabilitato conta poco per la nostra famiglia, ma è importantissimo per il Paese", ha dichiarato il figlio Wujun. 

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