Hannah Arendt, storica, filosofa e politologa. Nasce ad Hannover il 14 ottobre 1906 da una famiglia di fede ebraica. Quando ha tre anni si trasferisce con i genitori a Königsberg, l’attuale città russa di Kaliningrad. Rimasta orfana presto di padre, cresce con la madre, una donna convintamente socialdemocratica che insegna alla figlia ad essere autonoma, forte e consapevole. Dopo essersi trasferita a Berlino, Hannah si iscrive alla facoltà di filosofia dell’università di Marburgo. Lì conosce Martin Heidegger, suo docente e già famoso filosofo, con cui inizia una relazione sentimentale. Il rapporto con lui si interrompe solo quando Heidegger si avvicina e poi sposa le tesi naziste. Durante l’ultimo anno di studi Hannah si trasferisce all'Università di Heidelberg, dove si laurea nel 1929.
Nel 1931, mentre studia le dinamiche dell’antisemitismo in Europa, viene arrestata dalla Gestapo e viene imprigionata. Esce dal carcere solo nel 1933, dopo la presa di potere da parte di Adolf Hitler. A causa delle nuove leggi naziste, però, inquanto ebrea non può insegnare e proprio per questo decide di lasciare la Germania. Dopo aver trascorso un breve periodo a Praga, Hannah Arendt si sposta a Parigi, dove si dedica ad aiutare gli ebrei tedeschi fuggiti dal regime nazista. Quando, però, il nuovo governo tedesco le straccia la cittadinanza tedesca, la polizia francese la arresta per mancanza di documenti. In quel momento, di fatto, Hannah Arendt è considerata apolide. Per risolvere il problema, nel 1940 sposa quello che, in realtà, è già il suo compagno, il filosofo tedesco Heinrich Blücher. Insieme, dopo dolori, fatica e difficoltà, i due decidono di lasciare definitivamente l’Europa. Hannah vuole ricostruirsi una vita serena ma soprattutto una carriera e per farlo sceglie di ripartire da New York.
Già durante gli anni universitari e poi nel periodo successivo Hannah Arendt si dedica alla scrittura, analizzando le dinamiche del mondo che la circonda. È solo quando è New York, però, in un contesto differente e lontano dal caos bellico dell’Europa, che la produzione della Arendt diventa importante e fulcro del pensiero contemporaneo. Le riflessioni filosofiche di Hannah si focalizzano sul concetto di dittatura che non implica solo la pedissequa e severa osservanza delle regole imposte, ma anche la trasformazione del pensiero e l’adozione di quel regime in religione per la vita. “Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto oppure il comunista convinto, ma le persone per le quali non c'è più differenza tra realtà e finzione, tra il vero e il falso”.
Nel 1949 Hannah Arendt termina un lungo e corposo saggio che intitola “Le origini del totalitarismo”. Nell’opera, considerata ancora oggi un testo fondamentale sulla teoria politica e i regimi totalitari, parla dell’antisemitismo, dell’imperialismo, delle teorie della razza e delle varie forme di nazionalismo. Negli ultimi capitoli, la Arendt parla dell’esperienza concreta dei regimi totalitari approfondendo il caso della Germania nazista e il caso dell'Unione Sovietica di Joseph Stalin. Analizza le caratteristiche di queste due dittature totalitarie identificando due elementi cardini in comune: l’ideologia e l’uso del terrore.
Nel 1958 viene pubblicata "Vita activa", una dissertazione filosofica che mette a confronto il sistema della polis greca al tempo di Pericle con i governi del ‘900, mettendo in evidenza la decadenza dell’agire politico nel pensiero occidentale.
Nel 1963 la Arendt pubblica "Sulla rivoluzione" un testo in cui analizza i risultati nefasti ottenuti dopo le due grandi rivoluzioni della Storia, quella francese e quella americana. Nel testo viene sottolineato il passaggio dalla libertà pubblica all’egemonia della società statuali, in cui i concetti di autorità e tradizione spesso collidono.
Tra il 1960 e il 1962 Hannah Arendt viene inviata dal giornale New Yorker a Gerusalemme, per seguire il processo a Adolf Eichmann, il criminale di guerra tedesco considerato uno dei maggiori responsabili dello sterminio degli ebrei nella Germania nazista. Per la rivista Hanna scrive cinque articoli ma gli appunti presi durante le deposizioni, le dissertazioni e le arringhe sono un materiale corposo e ricco di spunti. Nel maggio del 1963, dunque, Hannah trasforma quelle pagine in una nuova opera, che diverrà, poi, la più celebre: Eichmann a Gerusalemme: resoconto sulla banalità del male. Nel testo, Hannah sostiene che gli orrori commessi da Adolf Eichmann, così come da tutti gli altri, non sono il risultato di una cattiveria intrinseca nell’animo; non di una indole malvagia, bensì di una mediocre inconsapevolezza delle proprie azioni e delle conseguenze reali. “Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso”, solo un burocrate come tanti: si somigliano tutti e ci somigliano.
“Il male non è mai radicale, è soltanto estremo, esso non possiede una profondità ma si diffonde in superficie, come un fungo, invadendo il mondo intero. Esso sfida il pensiero, perché il pensiero cerca di attingere alla profondità, di pervenire alle radici, e dal momento in cui si occupa del male, viene frustato perché non trova niente. È qui la sua “banalità”. Nel 1968 Hannah Arendt pubblica “L’umanità in tempi bui” e continua a scrivere e pubblicare saggi sino al 4 dicembre 1975, quando muore improvvisamente a causa di un attacco di cuore. Ha soli 69 anni e lascia incompiuto il saggio intitolato “La vita della mente”.
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