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Piero Calamandrei (Arezzo, Italia, 1889 - Firenze, Italia, 1956)

giurista, politico, antifascista. Ha contribuito alla stesura della Costituzione italiana

Piero Calamandrei nasce il 21 aprile 1889 ad Arezzo, in Toscana. Figlio di Giuseppe Calamandrei, stimato avvocato, cresce in un ambiente familiare ricco di stimoli culturali e valori civili. Fin da giovane manifesta una forte inclinazione per lo studio, in particolare per la letteratura e il diritto, che coltiva durante gli anni al liceo classico Michelangiolo di Firenze.

Nel 1906 decide di iscriversi alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Pisa e si laurea nel 1912 a pieni voti. I suoi interessi per il diritto e la politica crescono con lui e si sviluppano soprattutto durante gli anni universitari, quando entra in contatto con gli ambienti intellettuali del tempo. A Pisa, infatti, inizia a frequentare il giro degli allievi e docenti della Scuola Superiore di Studi Universitari e di Perfezionamento, quello che presto diventa l’istituto Sant’Anna, che gli permette di maturare la sua idea di diritto. Non c’è più solo una visione tecnica e accademica, ma soprattutto etica, strettamente legata alla libertà e alla dignità umana. Sentimenti che iniziano a stridere con il clima politico/bellico che si sta diffondendo in Italia.

Tuttavia, quando nel 1915, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale l’Italia scende in guerra, Piero Calamandrei si arruola volontario come ufficiale del genio e partecipa attivamente al conflitto. Ma l’esperienza della guerra lo segna profondamente. In una lettera, infatti, scrive:

"Solo vivendo tra le trincee, tra la morte e la paura, si impara davvero cosa significhi la parola patria."

Durante la guerra, Calamandrei diventa capitano ma decide di lasciare l’esercito nel 1918. La vita militare non fa per lui, nonostante la carica che ha raggiunto, e sente forte il richiamo dell’accademia. Pochi mesi dopo aver dismesso l’uniforme, infatti, Piero ottiene la cattedra di diritto processuale civile all’Università di Messina, poi si trasferisce all’università di Modena e dopo ancora, nel 1919, va a Siena dove diventa professore ordinario. Il suo insegnamento è appassionato, coinvolgente, innovativo e i suoi studenti lo ricordano come un professore rigoroso, ma allo stesso tempo capace di trasmettere entusiasmo e senso critico.

Quando iniziano a diventare forti le istanze del fascismo, Calamandrei assume una posizione netta e contrario al nuovo regime. Quando nel 1924 si trasferisce all’Università di Firenze subisce molte pressioni affinché aderisca al partito fascista, ma lui è fermo nelle sue convinzioni e non cede, nonostante le minacce di troncargli la carriera universitaria. Negli stessi anni partecipa alla formazione di Italia libera, un gruppo clandestino di ispirazione repubblicana e antifascista, insieme a Dino Vannucci, Ernesto Rossi, Carlo Rosselli e Nello Rosselli. Quando, poi, il 10 giugno 1924 viene rapito e poi assassinato Giacomo Matteotti, Piero Calamandrei entra a far parte del movimento Unione Nazionale, un partito liberale e antifascista fondato da Giovanni Amendola, entrando nel consiglio direttivo. Nel 1925 sottoscrive il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce e partecipa anche alla fondazione della rivista Il Ponte, che diventa una delle voci più autorevoli dell’antifascismo intellettuale italiano.

Nel 1931 ai professori universitari italiani viene imposta di firmare una lettera di sottomissione al regime e soltanto dopo la minaccia di essere licenziato in tronco, Calamandrei, suo malgrado, firma, solo per non perdere l’insegnamento.

Firmo con disgusto, per poter restare dove posso ancora insegnare libertà”.

Negli anni di regime, alcuni giuristi tentano di fare quelli che Calamandrei voleva fare nel 1924 e cioè di riformare il codice di procedura penale. Nessuno, però, riesce a portare avanti l’impresa finché nel 1939 diventa nuovo ministro di Grazia e Giustizia Dino Grandi che affida l'incarico al magistrato Leopoldo Conforti e ai maggiori esperti del periodo, tra cui c’è proprio Piero Calamandrei. Emergendo subito tra gli altri, Calamandrei viene incaricato dal ministro Grandi di scrivere una relazione prettamente tecnica che colpisce il ministro tanto da rimanergli in mente. Quando, infatti, nel 1940 Grandi diventa Presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni, chiama Calamandrei come saltuario consigliere su alcuni aspetti tecnici inerenti la nuova stesura del codice.

Il nuovo Codice di procedura civile viene promulgato il 28 ottobre 1940 ed entra in vigore il 21 aprile 1942. Per il proprio lavoro Calamandrei viene decorato dallo stesso ministro Grandi con le insegne di cavaliere di Gran Croce. Con la caduta del regime fascista nel 1943, Calamandrei entra attivamente nella Resistenza. È tra i fondatori del Partito d’Azione, che raccoglie esponenti del liberalismo progressista, del socialismo democratico e del repubblicanesimo, tra cui Ferruccio Parri e Ugo La Malfa. Il 31 agosto 1943, subito dopo la caduta del fascismo, Calamandrei diventa Rettore dell'Università di Firenze, ma dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 decide di lasciare Firenze per andare a Treggia, vicino Pisa, e il 2 ottobre dà le dimissioni. Si trasferisce, poi, a Collicello Umbro dove rimane fino alla liberazione di Roma nel giugno 1944. Quando anche Firenze viene liberata ritorna in città con l’obiettivo di riprendere il suo ruolo all’università e infatti nel 1947 Calamandrei diventa ancora una volta rettore dell’ateneo fiorentino.

Dopo la liberazione, Piero Calamandrei partecipa alla ricostruzione dell’Italia democratica. Nel 1945 viene nominato membro della Consulta Nazionale e, nel 1946, è eletto all’Assemblea costituente tra le file del Partito d’Azione. Il suo contributo alla stesura della Costituzione italiana è fondamentale, soprattutto per quanto riguarda la giustizia e l’organizzazione della magistratura. È uno dei più strenui difensori dell’indipendenza del potere giudiziario e della funzione rieducativa della pena. In un discorso rimasto celebre afferma:

“La Costituzione non è una carta morta. È un impegno, un patto di libertà che dobbiamo rinnovare ogni giorno.”

Nel 1952 fonda a Firenze il Centro di studi giuridici e politici, destinato a diventare un punto di riferimento per il pensiero democratico e riformista. È anche uno dei più appassionati difensori della scuola pubblica e del ruolo educativo dello Stato. Il suo celebre Discorso sulla Costituzione, tenuto nel 1955 a Milano davanti agli studenti, resta ancora oggi uno dei più alti esempi di educazione civica e di oratoria politica in Italia.

Nel suo intervento dice con forza:

“Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione”.

Nel febbraio del 1956, l'attivista e sociologo Danilo Dolci organizza a Trappeto lo "sciopero alla rovescia" per opporsi pacificamente alla cronica mancanza di lavoro per i braccianti siciliani del tempo, organizzando la sistemazione di una strada comunale abbandonata all'incuria. Durante i lavori di sterramento e assestamento la manifestazione viene repressa da una carica della polizia. Dolci viene arrestato e durante il processo è proprio Piero Calamandrei a difenderlo. Infervorato, durante il dibattimento in tribunale Calamandrei fa un lungo approfondimento sul quarto articolo della Costituzione e nell’arringa dice: "Aiutateci, signori giudici, colla vostra sentenza, aiutate i morti che si sono sacrificati e aiutate i vivi a difendere questa Costituzione, che vuole dare a tutti i cittadini del nostro Paese pari giustizia e pari dignità".

Piero Calamandrei muore a Firenze il 27 settembre 1956, ma la sua voce non si spegne. Risuona ancora nei tribunali, nelle aule universitarie, nelle scuole, in ogni luogo in cui si parla di giustizia, democrazia e libertà. La sua opera – giuridica, politica, morale – rappresenta un patrimonio inestimabile per la Repubblica Italiana. Uomo di pensiero e d’azione, Calamandrei continua a ispirare generazioni di cittadini, giuristi e insegnanti. La sua vita è un esempio di coerenza, coraggio e profonda fede nei valori civili, un faro che illumina il cammino della democrazia italiana.

Giardini che onorano Piero Calamandrei

Piero Calamandrei è onorato nel Giardino di Nichelino.

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