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Brasile, 50 anni dalla dittatura

mentre il Paese aspetta i Mondiali

In Brasile ricorre quest’anno il 50esimo anniversario dell’instaurazione della dittatura militare che destituì il presidente Joao Goulart e che governò il Paese dal 1964 al 1985. Sotto questo regime - che vide alternarsi al potere Humberto de Alencar Castelo Branco, Emilio Garrastazu Mèdici, Ernesto Geisel e Joao Baptista de Oliveira Figueiredo - vennero uccisi più di 400 oppositori e torturate alcune decine di migliaia di persone.

Dopo la presa del potere da parte di Castelo Branco, in Brasile vennero messe fuorilegge tutte le forze politiche e istituiti un partito governativo (ARENA) e uno di opposizione ufficiale (MDB). La repressione del dissenso, sebbene non raggiunse la violenza di altri Paesi della regione come Cile e Argentina, fu molto dura: il governo centrale si scagliò contro i movimenti studenteschi, i gruppi di guerriglia rurale e quella parte del clero cattolico che denunciava l’oppressione politica del regime.

Nel 2011 è stata annunciata la creazione - avvenuta poi nel 2012 - di una Commissione per la verità, con il compito di indagare sui crimini contro l’umanità commessi durante la dittatura. La Commissione si è riunita pochi giorni fa per la prima volta, riscontrando critiche sia tra gli ufficiali dell’esercito che tra i parenti delle vittime.

Mentre i primi accusano l’organismo di essere ideologicamente schierato e di raccontare “solo una parte della storia” - con riferimento al fatto che la stessa Dilma Roussef, attuale presidente del Brasile, è stata arrestata e torturata dal regime - i familiari delle vittime lamentano l’inefficacia del mandato della Commissione. Questo organismo infatti, se da un lato è dotato di pieni poteri per indagare sulle violazioni dei diritti umani, dall’altro non ha la possibilità, qualora individuasse i responsabili delle violenze, di punire i colpevoli delle torture e delle sparizioni forzate.

Colpevoli che, nonostante il riconoscimento del 1995 da parte del Brasile delle responsabilità e delle colpe dello Stato durante la dittatura militare, sono coperti dalla legge di amnistia del 1979 - promulgata dallo stesso presidente Figueiredo.

Il mandato della Commissione del Brasile assegna a tale organismo il compito di redigere un rapporto sugli abusi commessi dal colpo di stato del 1964 fino al termine della dittatura militare, e di stilare un elenco delle vittime e dei desaparecidos di quel periodo. Tuttavia, per la sua stessa natura, la Commissione non può giudicare i colpevoli di tali violazioni. Compito di una Commissione di verità, infatti, è generalmente quello di richiedere e concedere il perdono per i crimini commessi, nonché quello di avviare il processo di riconciliazione tra vittime e carnefici.

Nel mondo sono stati creati circa 40 organismi di questo tipo, a partire dagli anni ’80. L’esempio più noto è sicuramente quello della Truth and Reconciliation Commission del Sudafrica, istituita nel 1995 da Nelson Mandela. La Trc si basava sulla convinzione che la conoscenza della verità su quanto avvenuto durante il periodo dell’apartheid avrebbe favorito, successivamente, la possibilità di una riconciliazione tra i diversi gruppi etnici del Paese. Divisa in tre comitati - per le violazioni dei diritti dell’uomo, per l’amnistia e per la riparazione e riabilitazione - la Commissione ha terminato i lavori nel 1998, portando alla luce crimini commessi dal governo dell'apartheid, dalla polizia e dall'esercito, ma anche dall'African National Congress e altre organizzazioni che si opponevano al regime.

Esistono tuttavia altre commissioni di verità nel mondo, con ruoli e nomi a volte diversi. Se in Argentina infatti esiste una Commissione Nazionale sulla Scomparsa delle Persone, in Canada è stata creata la Commissione per la Verità e la Riconciliazione sulle scuole residenziali indiane. Altre commissioni sono sorte in Cile, Corea del Sud, Guatemala, Liberia, Marocco, Perù, Sierra Leone e Timor Est.

La creazione della commissione brasiliana ha segnato un distacco dalla “tradizione” degli omonimi organismi negli altri Paesi latinoamericani - come Argentina, Paraguay, Cile e Perù -, la cui automatica conseguenza è stata l’apertura dei processi a carico dei maggiori responsabili dei crimini commessi dalle dittature. Il Brasile infatti non avvierà - per ora - processi ai leader militari, sebbene il governo abbia provveduto a pagare compensazioni alle vittime o ai familiari dei desaparecidos.

La Commissione ha ora due anni per concludere il suo lavoro, ma ancora non è chiaro se sarà in grado di rendere pubblico qualcuno dei documenti ufficiali militari secretati dal regime e che oggi i suoi membri sono autorizzati ad analizzare.

In generale, tuttavia, il rapporto finale che le Commissioni di verità sono chiamate a produrre può portare comunque, in seconda istanza, all’apertura di un processo ai danni dei responsabili. In questo senso va ricordata la Commissione argentina, creata nel 1983 e terminata con la pubblicazione del rapporto Nunca Màs (Mai più), consegnato al presidente Raùl Alfonsìn il 20 settembre 1984 e che permise di aprire le porte al processo della Junta militare della dittatura (1976-1983) e dei responsabili dell’Operazione Condor. Di simile stampo è il rapporto Retting, elaborato dalla Commissione nazionale per la verità e la riconciliazione del Cile, costituita nel 1990 dall’allora presidente Patricio Aylwin e chiamata a investigare sui crimini commessi dalla dittatura di Augusto Pinochet (1973 - 1990).

Mentre il Brasile, oggi uscito dalla crisi economica e anzi uno dei più importanti mercati emergenti, ricorda le violenze della dittatura militare, San Paolo e Porto Alegre si preparano per i prossimi mondiali di calcio, che si apriranno il 12 giugno. Mondiali già sotto ai riflettori internazionali per le proteste dei mesi scorsi dovute alle spese folli per la costruzione degli stadi - peraltro non ancora ultimati - e per la denuncia di sfruttamento della manodopera impiegata per questi lavori.

Nelle dodici città che ospiteranno le partite, le forze dell’ordine avranno a disposizione strumenti tecnologici all’avanguardia per la prevenzione dei disordini - si parla di terrorismo, ma presumibilmente si verificheranno manifestazioni popolari di stampo simile a quelle dei mesi scorsi -, mentre le associazioni per la tutela dell’infanzia si dicono preoccupare per il fenomeno del turismo sessuale.

Intanto in Brasile è arrivata la Coppa del Mondo, e nelle città viene diffuso l’inno ufficiale di questi campionati...

“Here we go, it’s time to play/We are on the top of the world/We are one”

Martina Landi, Redazione Gariwo

Martina Landi, Redazione Gariwo

15 maggio 2014

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Dialogo e riconciliazione

tra vittime e persecutori sono i Giusti a parlare al futuro

Nel tessuto sociale lacerato di un Paese in cui è stato perpetrato un genocidio o altri crimini contro l'Umanità, è molto difficile, anche a distanza di anni, la ripresa di un dialogo per ricucire gli strappi e ricostruire una trama di convivenza civile tra chi appartiene al campo delle vittime - come i sopravvissuti o i familiari o i rifugiati e i loro eredi- e chi a quello dei persecutori, dei complici o degli indifferenti. A cui si aggiunge il ruolo primario dello Stato, dei suoi funzionari e governanti, che spesso cercano di negare l'accaduto e rifiutano di assumersi le responsabilità - pur evidenti - dei massacri. Solo la capacità di reazione e di ascolto di chi non si è piegato all'omologazione dei comportamenti nel gruppo dei persecutori e ha rifiutato di adeguarsi a condotte che la coscienza non approva, può garantire la ripresa di una comunicazione tra le parti che sappia coniugare l'esigenza della verità e l'assunzione di responsabilità con l'apertura al futuro e  a una comune progettualità. 
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