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Coltiviamo una foresta di Giusti

Le associazioni islamiche al Giardino di Milano

In occasione della Giornata della Memoria, Gariwo e i Giovani Musulmani d’Italia, insieme a Sumaya Abdel Qader, organizzano una visita al Giardino dei Giusti di tutto il mondo di Milano, domenica 29 gennaio alle ore 11.

Questa la risposta all’appello lanciato a dicembre dal presidente di Gariwo Gabriele Nissim, “per un grande segnale morale di pace e di convivenza nel nostro Paese e per affermare che il terrore rappresenta la distruzione non solo della convivenza tra gli uomini, ma dello stesso spirito profondo che porta a credere in un essere trascendente che in fondo rappresenta la parte migliore di noi. Quando in nome di Dio si uccide e si trova la giustificazione per compiere degli atti barbari, come ha scritto Etty Hillesum prima di morire ad Auschwitz, in realtà si uccide lo stesso Dio. Ecco perché gli uomini, nelle circostanze peggiori, sono chiamati a difendere Dio da coloro che lo vorrebbero trasformare nel peggiore dei criminali. Dio parla al mondo con le opere buone degli uomini, non con l’odio, l’assassinio, l’eliminazione dell’altro dalla faccia della terra”.

Il Giardino dei Giusti di Milano è un luogo universale della memoria del bene, in cui sono ricordati italiani, ebrei, armeni, russi, arabi che sono stati capaci di andare in soccorso dell’altro superando ogni barriera etnica, nazionale, religiosa, perché la patria più importante dell’uomo è la comune umanità.

“Appena Nissim, mesi fa, mi ha fatto conoscere il progetto del Giardino dei Giusti, me ne sono innamorata perché condivido lo spirito e la grande lungimiranza”. Così Sumaya Abdel Qader, consigliera comunale di Milano (PD), ha accolto la proposta del presidente di Gariwo e ha coinvolto i Giovani Musulmani d’Italia-Milano. “Abbiamo voluto far coincidere la visita al Giardino con la Giornata della Memoria per dare un messaggio più forte: la nostra vicinanza alla comunità ebraica in un momento di ricordo doloroso e la volontà di apertura, che è voglia di ascolto, confronto e sostegno a ogni iniziativa volta a salvaguardare il Creato e l’Umanità. Anche perché vogliamo essere partecipi nella lotta contro l’antisemitismo e contro ogni discriminazione. Le comunità islamiche finalmente hanno cominciato a essere stabili in Italia. Sentirsi stabili vuol dire uscire dalla mentalità emergenziale del dover rispondere innanzitutto ai propri bisogni primari. Vuol dire cominciare a guardarsi intorno e a voler interagire. Vuol dire diventare parte integrante del Paese. Questo in particolare grazie alle nuove generazioni”.

Proprio per questo è ancora più importante l’adesione dei Giovani Musulmani all’iniziativa. “Attraverso la visita al Giardino dei Giusti - ha dichiarato Farouk Abd Allah, presidente Gmi-Milano - vogliamo ribadire la nostra vicinanza alle comunità ebraiche e a tutte le popolazioni che sono state o sono vittime di atrocità; vogliamo altresì ribadire il nostro impegno a contrastare ogni forma di ingiustizia, discriminazione e lesione della dignità umana. Continueremo a sostenere ogni iniziativa volta alla pace, al dialogo, alla costruzione di ponti. La visita al Giardino è un atto pratico oltre che simbolico. Facciamo nostra la missione che Gariwo promuove: ricordare i Giusti di tutto il mondo, uomini e donne che hanno aiutato le vittime delle persecuzioni, difeso i diritti umani, salvaguardato la dignità dell’Uomo, testimoniato a favore della verità contro i reiterati tentativi di negare i crimini perpetrati”.

All'iniziativa aderiscono anche Giovani-PSM, Associazione Islamica di Milano-Moschea di Maria, L'Associazione Italiana degli Imam e delle Guide religiose, Centro Islamico di Milano-Sesto, Giovani Musulmani d'Italia-Milano-Monza e Brianza-Sesto San Giovanni.

Nel box approfondimenti la locandina dell'iniziativa

26 gennaio 2017

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Coltiviamo una foresta di Giusti

i Giovani Musulmani al Giardino dei Giusti di Milano

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Nel tessuto sociale lacerato di un Paese in cui è stato perpetrato un genocidio o altri crimini contro l'Umanità, è molto difficile, anche a distanza di anni, la ripresa di un dialogo per ricucire gli strappi e ricostruire una trama di convivenza civile tra chi appartiene al campo delle vittime - come i sopravvissuti o i familiari o i rifugiati e i loro eredi- e chi a quello dei persecutori, dei complici o degli indifferenti. A cui si aggiunge il ruolo primario dello Stato, dei suoi funzionari e governanti, che spesso cercano di negare l'accaduto e rifiutano di assumersi le responsabilità - pur evidenti - dei massacri. Solo la capacità di reazione e di ascolto di chi non si è piegato all'omologazione dei comportamenti nel gruppo dei persecutori e ha rifiutato di adeguarsi a condotte che la coscienza non approva, può garantire la ripresa di una comunicazione tra le parti che sappia coniugare l'esigenza della verità e l'assunzione di responsabilità con l'apertura al futuro e  a una comune progettualità. 
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