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Combattere per la pace

Il dialogo tra israeliani e palestinesi

Israeliani e palestinesi insieme. Non un'utopia, ma una bella realtà. È quella rappresentata da Combatants for Peace, un'associazione formata da ex soldati israeliani ed ex miliziani palestinesi uniti da un unico scopo: combattere per la pace, dicendo no all'uso delle armi. E organizzando incontri sia in Israele che in Palestina per aiutare entrambe le popolazioni ad avvicinarsi e a superare le diffidenze.

Numerose le iniziative messe in campo, tra cui il ricordo di tutte le vittime del conflitto mediorientale nel giorno in cui Israele commemora i propri caduti: lo "Yom HaZikaron", che quest'anno cadrà il prossimo 15 aprile.

All'interno di questo percorso di memoria condivisa spicca la visita che, lo scorso 4 aprile, alcuni rappresentanti dell'ente hanno compiuto allo Yad Vashem di Gerusalemme. La giornata è stata anche l'occasione per ricordare insieme alcuni Giusti dell'Islam, ovvero quei musulmani che, durante la Shoah, hanno messo a repentaglio la propria vita per salvare alcuni ebrei.

Un passo coraggioso. Come coraggiosa è l'azione di questa associazione, nata nel 2005, che ha incanalato in gesti concreti il proprio disaccordo verso l'utilizzo delle armi per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Uomini e donne che hanno abbandonato l'esercito per intraprendere un cammino di dialogo e di incontro. 

Come racconta Liri, giovane ex soldatessa della Marina israeliana, alla rivista online dello Stato Maggiore della Difesa: "Ogni due settimane io e i miei commilitoni andavamo in licenza e condividevamo le esperienze dei territori. E così ho incominciato ad avere un approccio più critico. È successa poi un'altra cosa, nel 2004, che mi ha formato. In occasione di un attacco terroristico in Egitto ho fatto un turno di 36 ore per recuperare i feriti. C'era un ferito a terra che chiedeva l'autorizzazione di essere recuperato. Mi fu detto che l'autorizzazione non poteva essere concessa fino a quando non si fosse accertato se il ferito era israeliano o arabo. Questi eventi mi hanno spinto a farmi delle domande".

Anche Einat, ex soldatessa di Tsahal, ha deciso di impegnarsi con in Combatants: "Israele e Palestina sono in realtà isolate fra loro. Succede così che i palestinesi conoscano solo i coloni e i soldati israeliani  e che gli israeliani identifichino i palestinesi solo con i terroristi o con i militanti di gruppi armati. Nessuno dei due conosce la parte normale dell'altro". 

Una forma di dissenso che non è però la sola. Nel territorio israeliano si moltiplicano i casi di giovani che si rifiutano di prestare il servizio militare per motivi di coscienza. Contrari all'uso delle armi ma anche convinti che Israele stia violando i diritti umani dei palestinesi dei territori occupati. 

Ma in Israele la leva è obbligatoria per tutti, uomini e donne, tra i 18 e i 29 anni. Poche sono le eccezioni, principalmente riservate agli ultra-ortodossi e agli arabi. L'obiezione di coscienza non è però un'ipotesi contemplata. E così numerosi giovani come Natan Blanc, Noam Gur, Omar Sa'ad finiscono in carcere per essersi rifiutati di adempiere a un obbligo di legge. 
Una situazione che ha scatenato un ampio dibattito all'interno della società israeliana, dove se da una parte c'è chi propone la possibilità, su richiesta, di sostituire la leva militare con il servizio civile, dall'altra viene chiesto un ampliamento dell'obbligo anche per coloro che fino ad ora venivano esentati.

Un tema che sicuramente farà ancora molto discutere. Ma che può trovare un segnale positivo proprio nei gesti degli ex soldati di Combatants for Peace e di tutti coloro che stanno incoraggiando la strada del dialogo all'interno di un conflitto che purtroppo non sembra ancora avere fine. 

3 aprile 2013

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sociologa turca e attivista per la pace e i diritti umani