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Faiza Abdul Wahab ricorda suo padre Khaled

salvatore di ebrei durante la Shoah in Tunisia

La figlia di Khaled Abdul Wahab, Faiza, risponde all'articolo di Eva Weisel sul New York Times dove si rievocava il salvataggio di ebrei compiuto dal padre nella città di Mahdia, in Tunisia durante la Seconda Guerra Mondiale e si chiedeva a Yad Vashem di accettare la sua candidatura a primo arabo "Giusto fra le nazioni". 



"Khaled Abdul-Wahab era mio padre, anche se non ha mai parlato del suo atto di  eroismo con noi figli. Una volta gli ho domandato degli anni di guerra, ma lui ha  detto soltanto che alcune famiglie ebree avevano alloggiato presso la nostra fattoria.  Sempre modesto, ci disse soltanto questo. Come il racconto di Eva ci conferma, si  trattava di un understatement.  
  
Mio padre morì nel 1997, portando il segreto della protezione offerta a Eva e alla sua  
famiglia con sé nella tomba. Non seppi del suo eroismo fino a cinque anni fa. Questa  
pagina della sua vita aggiunge ancora un livello di fierezza al mio legame con mio  
padre e un’altra pagina al libro dei lieti ricordi d’infanzia legati alla sua fattoria 
 che conservo nel cuore.  
  
YAD VASHEM, un’istituzione che rappresenta un faro di giustizia e di memoria per  le persone di tutto il mondo, ha rifiutato due volte la candidatura di mio padre a Giusto fra le  nazioni.   
  
Faccio appello ai dirigenti di Yad Vashem perché accolgano la richiesta di Eva e riconsiderano il caso mentre lei e altri suoi parenti salvati sono ancora vivi. Se Yad  Vashem riconosce mio padre come Giusto, sarei molto orgogliosa di recarmi a  Gerusalemme e accettare l’onorificenza a suo nome".  


Inoltre, se questa istituzione che Faiza definisce "faro di giustizia e di memoria", riconoscerà il titolo di Giusto a Khaled Abdul Wahab, non sarà più possibile negare la Shoah come si fa troppo spesso oggi nel mondo arabo e musulmano. 

31 gennaio 2012

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Dialogo e riconciliazione

tra vittime e persecutori sono i Giusti a parlare al futuro

Nel tessuto sociale lacerato di un Paese in cui è stato perpetrato un genocidio o altri crimini contro l'Umanità, è molto difficile, anche a distanza di anni, la ripresa di un dialogo per ricucire gli strappi e ricostruire una trama di convivenza civile tra chi appartiene al campo delle vittime - come i sopravvissuti o i familiari o i rifugiati e i loro eredi- e chi a quello dei persecutori, dei complici o degli indifferenti. A cui si aggiunge il ruolo primario dello Stato, dei suoi funzionari e governanti, che spesso cercano di negare l'accaduto e rifiutano di assumersi le responsabilità - pur evidenti - dei massacri. Solo la capacità di reazione e di ascolto di chi non si è piegato all'omologazione dei comportamenti nel gruppo dei persecutori e ha rifiutato di adeguarsi a condotte che la coscienza non approva, può garantire la ripresa di una comunicazione tra le parti che sappia coniugare l'esigenza della verità e l'assunzione di responsabilità con l'apertura al futuro e  a una comune progettualità. 
I Giusti sono gli unici ad avere le carte in regola per farlo.

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