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I due lupi in ognuno di noi

le parole di don Alessandro Andreini

Pubblichiamo di seguito l'intervento di don Alessandro Andreini, docente di cattolicesimo alla Gonzaga University di Firenze, al Forum internazionale Migranti e profughi di Agrigento, durante il quale è stato dedicato un albero a don Pino Puglisi

1. Vite di scarto

C’è un concetto che si è andato affermando in questi ultimi decenni e che ci chiama direttamente in causa nel momento in cui ci fermiamo a riflettere sui fondamenti della nostra visione dell’uomo. È l’idea che esistano “vite non degne di essere vissute”, vite di scarto, wasted lives (Z. Bauman).Ovvero, che non solo gli oggetti, ma anche le persone possano essere gettate via, thrown away, senza tanti scrupoli. Perché no, dopo tutto: se non funzioni, se dai problemi, ti cancello. Perché non dovrei poterlo fare?

Ci sono state pagine storiche recenti nelle quali questa idea si è affermata in modo puntuale e terribilmente concreto. Dopo tutto, il progetto hitleriano descritto nel Mein Kampf non era altro che una visionaria – e criminale – proposta di organizzazione sociale fondata su un ben preciso criterio di inclusione ed esclusione. Chi era degno di vivere e chi no. A dire il vero, tutte le ideologie moderne hanno messo in atto, in un modo o nell’altro, azioni determinate a includere ed escludere: in vista, nella loro prospettiva, appunto, ideologica, di un bene migliore, dell’edificazione di una società perfetta. E, tuttavia, si sono lasciate ogni volta alle spalle cumuli di macerie umane che, per molti aspetti, non hanno saputo reagire se non riproducendo gli stessi errori.

2. Nudità dell’essere umano

La domanda che rimane aperta è duplice: da dove è nata questa idea? E siamo sicuri che la si sia debellata per sempre? Una grande filosofa tedesca, Hannah Arendt, ha riassunto la questione con un’affermazione capitale, nata come commento all’analisi di un altro famoso filosofo della politica, l’inglese Edmund Burke, vissuto nel XVIII secolo, secondo il quale l’astratta nudità «dell’essere nient’altro che uomo» rappresenta il pericolo più temibile per l’umanità. A leggerla con attenzione, si tratta di un’affermazione terribile. Riferendosi ai diritti umani, divenuti una grande e bella bandiera, purtroppo lacerata da molte parti, e proprio per denunciarne l’inconsistenza, Burke intendeva sostanzialmente dire che l’umanità ha enormi problemi ad avere a che fare con gli uomini in quanto uomini. Con gli uomini nudi, privi di ogni rivestimento politico, sociale, religioso…

Hannah Arendt chiosava la riflessione di Burke con un’espressione ancora più chiara e forte: «il mondo non ha trovato nulla di sacro nell’astratta nudità dell’essere uomo».In altri termini, l’essere umano in quanto tale – l’essere umano nudo, non rivestito o protetto da una qualche appartenenza – non è nulla, non merita nulla. La vita umana nella sua nudità non è intoccabile. A ben pensarci, abbiamo qui una chiave di lettura – magari è una prospettiva che pecca di una certa presunzione e di eccessiva semplificazione, ma che forse può aiutare a pensare – di gran parte dei conflitti che hanno segnato la storia dell’umanità: etnici, religiosi, politici, economici. Donne e uomini che, toccando con mano la propria vulnerabilità e l’assenza di un vero diritto a vivere senza appartenere a un qualche gruppo di potere, si sono aggrappati a questa o a quella appartenenza, trasferendo la lotta individuale per sopravvivere in scontri di potere di dimensioni più grandi: genocidi razziali, guerre, persecuzioni religiose, sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Come se anche le religioni non avessero saputo far altro che proporre una soluzione di livello sussidiario alla questione. Curando i sintomi, non l’origine della malattia…

3. Un lupo all’altro uomo

Dicevamo che la frase di Burke e Arendt non è altro che la descrizione di una realtà di fatto. Non ci dice nulla del perché originario di questo stato di cose. Già: perché succede che homo homini lupus, come ci illustra potentemente il recente successo mediatico di Hunger games? Come accade che l’uomo sperimenti l’altro come un rischio e un pericolo alla propria sopravvivenza?

In effetti, quando si arriva alla soglia di domande così radicali non può venirci in aiuto che il racconto simbolico che magari non dice il perché di una cosa, ma lascia intuire che ci troviamo di fronte a una questione molto profonda e nella quale siamo, in definitiva, personalmente chiamati in causa. Da dove viene, dunque, tutto questo? La tradizione ebraico-cristiana ha un racconto delle origini la cui ricchezza non cessa di sorprenderci. Non possiamo fermarci a rileggerlo, solo trarne alcune, rapidissime evocazioni. Una creazione meravigliosa, esseri perfetti creati a immagine di Dio. Ed ecco l’incrinatura del sospetto e la decisione di mangiare dell’albero sbagliato. Poi due fratelli, fra i quali si innesca la competizione, e l’invito di Dio a Caino di dominare la sua gelosia: il romanziere americano John Steinbeck vi ha costruito sopra uno dei suoi capolavori, East of Eden, La valle dell’Eden. La decisione di Caino, però, sarà un’altra. E sarà l’inizio di una catena molto lunga…

C’è un bellissimo racconto della tradizione dei nativi americani che può darci ulteriore luce su questo punto. È la conversazione tra un nonno e suo nipote, e che parte proprio dalla nostra domanda: “Nonno, perché gli uomini combattono?”.Il vecchio, parlò con voce calma: “Ogni uomo, prima o poi è chiamato a farlo. Per ogni uomo c’è sempre una battaglia che aspetta di essere combattuta, da vincere o da perdere. Perché lo scontro più feroce è quello che avviene fra i due lupi”.“Quali lupi nonno?”. “Quelli che ogni uomo porta dentro di sé”.

Dopo un momento di silenzio, il vecchio riprese con il suo tono calmo. “Ci sono due lupi in ognuno di noi. Uno è cattivo e vive di odio, gelosia, invidia, risentimento, falso orgoglio, menzogna ed egoismo”.Il vecchio fece di nuovo una pausa, questa volta per dargli modo di capire quello che aveva appena detto. “E l’altro?" domando il bambino. “L’altro è il lupo buono. Vive di pace, amore, speranza, generosità, compassione, umiltà e fede”.Il bambino rimase a pensare un istante a quello che il nonno gli aveva appena raccontato. Poi diede voce alla sua curiosità e al suo pensiero: “E quale lupo vince?”. Il vecchio Cherokee si girò a guardarlo e rispose con occhi puliti: “Quello che nutri di più”.

4. Ecce homo

Nel discorso al Convegno ecclesiale di Firenze papa Francesco ha affermato: «Noi sappiamo che la migliore risposta alla conflittualità dell’essere umano del celebre homo homini lupus di Thomas Hobbes è l’“Ecce homo” di Gesù che non recrimina, ma accoglie e, pagando di persona, salva». È una sintesi davvero folgorante. E anche un’apertura straordinaria sulla questione di fondo intorno alla quale ci siamo interrogati.

C’è forse una via d’uscita all’impasse nella quale la storia si trova? Una via d’uscita non politica, non economica, non religiosa? Dopo tutto, questa via esiste ed è precisamente la persona di Gesù. È in lui che è stata pronunciata la più alta, incancellabile parola in difesa dell’uomo, di ogni uomo. È in Gesù che l’essere umano si trova custodito e difeso nella sua nudità e unicità. Non che tale appello sia stato ancora pienamente accolto e compreso e che la Chiesa non continui a rimandare la decisione di rinunciare a qualsiasi logica di appartenenza e di distinzione. Non di meno, il magistero del vangelo punta al primato dell’uomo in quanto tale. Gesù – sono ancora parole di papa Francesco a Firenze – è il nostro vero umanesimo. Perché è Dio che si è fatto uomo e, proprio per questo, ha definitivamente posto il proprio sigillo su ogni persona umana. Cristo è la via. E anche una sana e costante provocazione per una Chiesa che fa fatica a diventare veramente cristiana!

Tornano in mente, in forma di conclusione, le espressioni di Paolo VI in quella sua commovente preghiera dal titolo Tu ci sei necessario Cristo. Sì, «Tu ci sei necessario, fratello primogenito del genere umano, per ritrovare le ragioni vere della fraternità fra gli uomini, i fondamenti della giustizia, i tesori della carità, il bene sommo della pace». 

don Alessandro Andreini, Comunità di San Leolino

15 dicembre 2015

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