English version | Cerca nel sito:

I nuovi scenari dopo la sconfitta di Netanyahu

di Gabriele Eschenazi

Da diverso tempo il sistema politico israeliano sembrava ingessato con al centro saldo e immarcescibile Bibi Netanyahu. A queste elezioni il primo ministro si era presentato senza avversari, incoronato primo ministro per i prossimi quattro anni con molto anticipo e con il riconoscimento degli avversari, che non erano stati in grado di opporgli un'alternativa unica e credibile. 


Gli elettori israeliani hanno, invece, smentito in parte queste previsioni. Netanyahu sarà di nuovo primo ministro, ma nella sua coalizione i partiti di destra e ultraortodossi non avranno quel peso che speravano di avere condannando il paese a una deriva antidemocratica. Peserà invece e molto Yair Lapid con i 19 deputati del suo partito Iesh Atid (C'è un futuro). 


Lapid, popolarissimo ex-giornalista e conduttore televisivo, è riuscito a convogliare su di sé i voti del ceto medio israeliano, quello che già in passato votò per il Shinui, il partito di suo padre Tommy, per il Kadima di Sharon, Olmert e Livni. Il mantra di Lapid è stato "io rappresento il ceto medio, che non è rappresentato, quello che ha sulle sue spalle il carico maggiore di questo paese". Non ha quasi mai detto molto di più, e poco ha parlato del conflitto con i palestinesi. Il ceto medio, che si sente tartassato dalle tasse, che vede gli ortodossi evitare il servizio militare e ricevere sostanziosi sussidi, che non vuole più sentir parlare di guerre, ha creduto in Lapid, uomo del cambiamento senza riferimenti ideologici. "Ieri Israele ha detto chiaramente cosa vuole. Non vuole nulla. Chiede solo di essere lasciato in pace", ha commentato Ghidon Levy, giornalista di Haaretz.


Adesso viene da domandarsi se saprà Lapid rispondere alle aspettative di chi lo ha votato o se sarà l'ennesima meteora del panorama politico israeliano. I suoi elettori lo vogliono in una posizione dove sia in grado di pesare e quindi molto probabilmente andrà al governo con Netanyahu. La sua trattativa sarà già un esame molto duro e difficile. Non dovrà sbagliare la scelta del ministero come fece, per esempio, il leader laburista Amir Peretz che con Olmert andò alla Difesa senza averne i requisiti. 


La presenza di Lapid nel governo sarà una garanzia contro la deriva religiosa del paese. Non sarà invece una garanzia per la ripresa del processo di pace e questo permetterà la coabitazione sotto lo stesso tetto di Iesh Atid con Habait Haieudì (La Casa ebraica) di Naftali Bennet, l'altro vincitore di queste elezioni. Con i suoi 11/12 deputati Bennet terrà alta la bandiera dei coloni, che hanno molti sostenitori anche dentro il Likud. D'altra parte gli israeliani, che pure secondo i sondaggi sarebbero in maggioranza favorevoli a uno stato palestinese, non credono più di tanto al processo di pace. Guardano oltre ai loro confini e vedono più minacce alla loro sicurezza che non mani tese. Non è un caso che Tzipi Livni, che si è presentata alle elezioni con un programma tutto basato sulla ripresa dei negoziati ha preso solo sei seggi come il Meretz, l'unico vero partito sionista di sinistra ancora presente nella mappa politica israeliana. 


Dai banchi dell'opposizione è riuscito nella scorsa legislatura a far approvare molte leggi sociali e civili. Gli elettori se ne sono accorti e non sono rimasti indifferenti all'appello "La sinistra a casa" stampato sugli autobus. Amaro il risultato ottenuto dal partito laborista, che nonostante gli sforzi di Sheli Yachimovich di puntare tutta la sua campagna sui temi economici e sociali ha guadagnato solo due seggi in più. Adesso la leadership del partito di Ben Gurion e Rabin torna in discussione. Contro la Yachimovich potrebbe candidarsi l'ambizioso ex-capo di stato maggiore Gaby Ashkenazy. Il Kadima travolto dal fallimento di Mofaz potrebbe essere resuscitato dall'ex-capo del governo Ehud Olmert, che aspetta di risolvere le sue pendenze legali per tornare in politica. Si stanno, insomma, già scaldando i motori per le prossime elezioni, che potrebbero essere anticipate se gli israeliani fossero chiamati a pronunciarsi su un nuovo piano di pace americano per il Medio Oriente. La situazione politica israeliana, come direbbe, il sociologo Zygmunt Bauman è estremamente "liquida".

Gabriele Eschenazi, giornalista e scrittore

Analisi di Gabriele Eschenazi, giornalista e scrittore

23 gennaio 2013

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Questo sito è protetto da reCAPTCHA e si applicano le norme sulla privacy e i termini di servizio di Google.

Dialogo e riconciliazione

tra vittime e persecutori sono i Giusti a parlare al futuro

Nel tessuto sociale lacerato di un Paese in cui è stato perpetrato un genocidio o altri crimini contro l'Umanità, è molto difficile, anche a distanza di anni, la ripresa di un dialogo per ricucire gli strappi e ricostruire una trama di convivenza civile tra chi appartiene al campo delle vittime - come i sopravvissuti o i familiari o i rifugiati e i loro eredi- e chi a quello dei persecutori, dei complici o degli indifferenti. A cui si aggiunge il ruolo primario dello Stato, dei suoi funzionari e governanti, che spesso cercano di negare l'accaduto e rifiutano di assumersi le responsabilità - pur evidenti - dei massacri. Solo la capacità di reazione e di ascolto di chi non si è piegato all'omologazione dei comportamenti nel gruppo dei persecutori e ha rifiutato di adeguarsi a condotte che la coscienza non approva, può garantire la ripresa di una comunicazione tra le parti che sappia coniugare l'esigenza della verità e l'assunzione di responsabilità con l'apertura al futuro e  a una comune progettualità. 
I Giusti sono gli unici ad avere le carte in regola per farlo.

leggi tutto

Il libro

Nel segno dei padri

Giacomo Marinelli Andreoli

La storia

Taner Akcam

uno dei primi accademici turchi a riconoscere e parlare del genocidio armeno