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La donna che ha riportato in vita la comunità ebraica di Monaco

storia di Charlotte Knobloch

Charlotte Knobloch

Charlotte Knobloch dpa

La Zeit del 21 novembre 2016 ha intervistato Charlotte Knobloch, presidentessa emerita delle Comunità ebraiche tedesche. Nasce a Monaco nel 1932 come Charlotte Neuland, figlia di un celebre avvocato ebreo. Siamo già nel pieno delle persecuzioni naziste. Charlotte, sotto il nome di "Lotte Hummel", sarà nascosta da una famiglia di contadini cattolici della Franconia per nove anni, mentre i suoi genitori moriranno nella Shoah. 

Nel 1948, a 15 anni e mezzo, Charlotte desidererebbe emigrare, ma conosce il suo futuro marito Samuel Knobloch e decide di rimanere in Germania. Inizia così una carriera che la porterà alla presidenza delle Comunità ebraiche tedesche e a diventare una figura simbolo della Germania rinata dalle ceneri della guerra, spesso intervistata dai media per avere lumi sull'etica e sulle questioni più scottanti, come quella dei migranti al giorno d'oggi. Di recente è infatti intervenuta sulla Sueddeutsche Zeitung per elogiare la scelta di accogliere i profughi, dicendo che "fa bene" agli ebrei tedeschi vivere l'esperienza di una Germania che diventa "sinonimo di sicurezza e speranza" per chi soffre la persecuzione. 

Il clou della sua carriera si ha quando riporta con determinazione la comunità ebraica di Monaco al centro della vita sociale e civile. Riesce a far erigere la nuova sinagoga di Monaco, con 9.500 posti, e un centro per la vita comunitaria. Sua anche la creazione del Museo ebraico di Monaco di Baviera.

Charlotte Knobloch ha raccontato la sua storia in un libro, Angekommen in Deutschland ("arrivata in Germania"). Ha saputo agire come una figura di riconciliazione tra ebrei e non ebrei particolarmente cara al pubblico tedesco, quindi al contesto dove si era sviluppato l'odio più feroce verso gli ebrei.

Nell'articolo di questa settimana, chiama "il mio salvataggio" la vicenda che la portò a decidere di non emigrare, cioè l'incontro con il marito, che alla loro prima uscita insieme fece un incidente con la macchina che li portò a conoscersi ... in ospedale. Questo atteggiamento anti-retorico, per cui valorizza il concetto di salvataggio riportandolo anche a eventi di vita quotidiana non riconducibili sempre al tema del nazismo (qui il "salvataggio" è ciò che le ha impedito di fare la scelta di lasciare la Germania), l'ha portata a diventare molto popolare e a promuovere con una certa leggerezza l'immagine degli ebrei tedeschi, pur facendo sempre capire come questi siano sempre leali alla patria, alla democrazia, allo Stato di diritto e all'Occidente.

25 novembre 2016

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Dialogo e riconciliazione

tra vittime e persecutori sono i Giusti a parlare al futuro

Nel tessuto sociale lacerato di un Paese in cui è stato perpetrato un genocidio o altri crimini contro l'Umanità, è molto difficile, anche a distanza di anni, la ripresa di un dialogo per ricucire gli strappi e ricostruire una trama di convivenza civile tra chi appartiene al campo delle vittime - come i sopravvissuti o i familiari o i rifugiati e i loro eredi- e chi a quello dei persecutori, dei complici o degli indifferenti. A cui si aggiunge il ruolo primario dello Stato, dei suoi funzionari e governanti, che spesso cercano di negare l'accaduto e rifiutano di assumersi le responsabilità - pur evidenti - dei massacri. Solo la capacità di reazione e di ascolto di chi non si è piegato all'omologazione dei comportamenti nel gruppo dei persecutori e ha rifiutato di adeguarsi a condotte che la coscienza non approva, può garantire la ripresa di una comunicazione tra le parti che sappia coniugare l'esigenza della verità e l'assunzione di responsabilità con l'apertura al futuro e  a una comune progettualità. 
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