Gariwo: la foresta dei Giusti

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La resistenza della principessa sufi Noor Inayat Khan

la sua storia in un sito Web che presenta molte figure esemplari musulmane

Noor Inayat Khan

Noor Inayat Khan Daily Mail

Il sito americano I am Your Protector. org è una miniera di storie antiche e nuove sui migranti, e in particolare i musulmani, che hanno condiviso con gli occidentali l'impegno a rendere questo mondo un posto migliore, spesso sacrificando la loro stessa vita. Proponiamo di seguito la storia di Noor Inayat Khan, una principessa musulmana che ha dato la vita per la lotta contro il nazismo. 

Noor Inayat Khan nasce a Mosca, dentro il Cremlino, il 1° gennaio 1914. Suo padre è il nobile Hazrat Inayat Khan, un artista e maestro religioso di origini aristocratiche che era stato chiamato dall'India alla corte degli Zar per far conoscere il sufismo, una corrente mistica interna all’Islam che predica l'unione con Dio attraverso lo stimolo della musica, il dialogo interiore e il distacco dai beni mondani.

Sua madre è l'americana Meena Ray Baker, del New Mexico, che aveva conosciuto Hazrat negli USA, si era convertita all'Islam e lo aveva sposato a Londra nel 1913, andando incontro al ripudio da parte della sua famiglia d'origine, che la diseredò.

L'Inghilterra fu la nuova patria della famiglia a partire dal 1916. Poi, dal 1921, i Khan si spostarono a Parigi. Fu proprio per la libertà della Francia che Noor, assieme a un fratello arruolatosi in Marina, decise di lottare durante la seconda guerra mondiale. Lei, che per il suo rango avrebbe avuto tutte le possibilità di vivere al sicuro in Inghilterra (tra l'altro la famiglia era sostenuta da ricchi "fan" del sufismo), si fece paracadutare dall'esercito inglese nella Francia occupata, dove sotto il falso nome di Jeanne-Marie Regnier fece l'operatrice di radio clandestine per gli Alleati.

Purtroppo i suoi collaboratori cominciarono a essere tutti arrestati solo dopo una settimana dall'arrivo in Francia. Noor Inayat Khan ancora una volta rifiutò di tornare in Inghilterra e rimase da sola a gestire la radio resistente. 

A causa di un errore di trasmissione che l'aveva costretta a prendere alcune note scritte circa un messaggio, fu catturata anche lei dalla Gestapo e rinchiusa prima in un carcere e quindi a Dachau, dove fu uccisa il 13 settembre 1944, dopo essere stata violentemente picchiata, con un colpo d’arma da fuoco alla nuca da un ufficiale delle SS, tale Friedrich Wilhelm Ruppert, poi condannato all’impiccagione a Norimberga. 

Pare abbia tenuto un altissimo contegno fino alla fine e sia morta gridando "Liberté". Il suo corpo fu bruciato in un forno crematorio, accanto ai cui resti oggi c'è una lapide che la ricorda assieme alle compagne che furono assassinate con lei: Yolande Beekman, Eliana Plewman e Madeleine Damerment.

Ogni anno, il 14 luglio, la banda che suona alle celebrazioni per la Presa della Bastiglia della città di Suresnes, dove Noor visse per un periodo in Francia, passa davanti a casa sua per ricordarla.

9 febbraio 2017

Dialogo e riconciliazione

tra vittime e persecutori sono i Giusti a parlare al futuro

Nel tessuto sociale lacerato di un Paese in cui è stato perpetrato un genocidio o altri crimini contro l'Umanità, è molto difficile, anche a distanza di anni, la ripresa di un dialogo per ricucire gli strappi e ricostruire una trama di convivenza civile tra chi appartiene al campo delle vittime - come i sopravvissuti o i familiari o i rifugiati e i loro eredi- e chi a quello dei persecutori, dei complici o degli indifferenti. A cui si aggiunge il ruolo primario dello Stato, dei suoi funzionari e governanti, che spesso cercano di negare l'accaduto e rifiutano di assumersi le responsabilità - pur evidenti - dei massacri. Solo la capacità di reazione e di ascolto di chi non si è piegato all'omologazione dei comportamenti nel gruppo dei persecutori e ha rifiutato di adeguarsi a condotte che la coscienza non approva, può garantire la ripresa di una comunicazione tra le parti che sappia coniugare l'esigenza della verità e l'assunzione di responsabilità con l'apertura al futuro e  a una comune progettualità. 
I Giusti sono gli unici ad avere le carte in regola per farlo.

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sociologa turca e attivista per la pace e i diritti umani