Gariwo: la foresta dei Giusti

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"Mio fratello, quel terrorista"

La lunga di Abdelghani Merah dopo l'attentato perpetrato da suo fratello

Marsiglia – Parigi, oltre mille chilometri percorsi a piedi da Abdelghani, con 18 chili di zaino in spalla ed un cognome altrettanto pesante da portare: Merah. Suo fratello minore, Mohamed Merah, uccise 4 persone, di cui tre bambini, nella scuola ebraica Ozar Hatorah di Tolosa. Altri 6 rimasero feriti. Il giovane Mohamed, che il giorno prima aveva già ucciso tre militari a Tolosa e Montauban, morì poco dopo in uno scontro armato contro le forze speciali francesi.

A cinque anni di distanza dalla strage, Abdelghani è arrivato a Parigi dopo due mesi di una marcia estenuante. Un marcia per svegliare le coscienze e il dialogo, come spiega lui stesso: “La Francia non è perfetta. C’è del razzismo e dell’antisemitismo, questo è sicuro, ma è meno caotica di quanto non dicano alcuni predicatori”.

Abdelghani, già nel 2003, aveva denunciato un altro suo fratello Abdelkader alle autorità: un giovane notoriamente radicalizzato che si faceva chiamare Bin Laden nel quartiere. Oggi Abdelkader sta aspettando di esser processato in quanto complice di Mohamed nella sua strage. Per Abdelghani la colpa di questa radicalizzazione proviene prima di tutto dai genitori, una coppia di immigrati algerini analfabeti che tenevano in casa atteggiamenti apertamente antisemiti ed ostili verso l’Occidente. Come racconta Merah “Mia madre diceva sempre che gli arabi sono nati per odiare gli ebrei” e i suoi genitori avevano festeggiato l’11 settembre 2001. Abdelghani non si sa spiegare come abbia resistito alla radicalizzazione della sua famiglia - che ha contagiato anche sua sorella più giovane Souad, attualmente in esilio in Algeria – e ha pagato duramente il suo pensiero indipendente. Suo fratello Abdelkader lo accoltellò 7 volte quando venne a conoscenza del fidanzamento di Abdelghani con una donna nipote di un ebreo. “Chiamavano mio figlio “il bastardo”, davanti a me - spiega - Mia madre parlava di mia moglie come della “sporca ebrea””. La rottura definitiva con la famiglia arriva quando Abdelghani ha pubblicato il proprio libro “Mio fratello, quel terrorista”.

Abdelghani, ormai quarantenne, ha perso la propria famiglia, sua moglie e ha vissuto anni difficili nella povertà, ma non vuole perdere la speranza. Si augura che con la sua marcia possa scuotere le persone e le coscienze, e risvegliare nelle persone il pensiero rivoluzionario di “libertà, eguaglianza e fratellanza”. Si rivolge ai giovani, soprattutto i musulmani o di origini straniera in Francia : “Io dico loro: uscite dal vostro silenzio, dal vostro ghetto, dai vostri quartieri, dimostrate il vostro attaccamento al vostro paese di accoglienza o di nascita, e vedrete, la Francia non rimarrà indifferente”.

21 marzo 2017

Dialogo e riconciliazione

tra vittime e persecutori sono i Giusti a parlare al futuro

Nel tessuto sociale lacerato di un Paese in cui è stato perpetrato un genocidio o altri crimini contro l'Umanità, è molto difficile, anche a distanza di anni, la ripresa di un dialogo per ricucire gli strappi e ricostruire una trama di convivenza civile tra chi appartiene al campo delle vittime - come i sopravvissuti o i familiari o i rifugiati e i loro eredi- e chi a quello dei persecutori, dei complici o degli indifferenti. A cui si aggiunge il ruolo primario dello Stato, dei suoi funzionari e governanti, che spesso cercano di negare l'accaduto e rifiutano di assumersi le responsabilità - pur evidenti - dei massacri. Solo la capacità di reazione e di ascolto di chi non si è piegato all'omologazione dei comportamenti nel gruppo dei persecutori e ha rifiutato di adeguarsi a condotte che la coscienza non approva, può garantire la ripresa di una comunicazione tra le parti che sappia coniugare l'esigenza della verità e l'assunzione di responsabilità con l'apertura al futuro e  a una comune progettualità. 
I Giusti sono gli unici ad avere le carte in regola per farlo.

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Multimedia

Memoria e attualità dei Giusti. Come vedere il nemico con gli occhi dell'amico

servizio sul Convegno Internazionale per il Giorno della Memoria

La storia

Hrant Dink

giornalista che promosse il dialogo e la riconciliazione tra turchi e armeni