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"Perdono mio padre e il Sudafrica"

lettera di Desmond Tutu

L'arcivescovo sudafricano ha scritto una lettera aperta dove ricorda le botte del padre alcolizzato alla madre, "un'esperienza che non augurerei a nessuno, e meno che mai a un bambino. Quando mi soffermo su questi ricordi, mi trovo a desiderare di fare del male a mio padre come lui lo faceva a mia madre, e come io non ero in grado di fare da bambino". 

Da questa riflessione nasce la sua grande esperienza di perdono, che il sacerdote ha saputo coniugare anche come scelta pubblica assieme al grande Nelson Mandela, che Gariwo ha onorato quest'anno nel Giardino dei Giusti di Milano non solo come artefice della lotta antiapartheid, ma anche come uomo che ha salvato il Sudafrica dal bagno di sangue aprendo la via alla riconciliazione dopo la fine del regime bianco.


"Se scambiassi la mia vita con quella di mio padre, se avessi provato le tensioni e le pressioni che provò lui", continua Tutu, se avessi dovuto sopportare i fardelli che sopportò lui, mi sarei comportato come si è comportato lui? Non lo so. La mia speranza è che sarei stato diverso, ma non lo so". 


Forse solo un grande sacerdote può interrogare l'animo umano nel profondo, per capire fino a che punto il male riesce a cancellare il bene insito nell'essere umano e come poi questo bene, grazie agli esempi di giustizia e di umanità che incontriamo, possa tornare a riaffacciarsi. 


Tutu scrive: "Negli anni '60, il Sudafrica era nella morsa dell'apartheid. Quando il governo promulgò il Bantu Education Act, istituendo un sistema scolastico di grado inferiore per bambini neri, io e Leah smettemmo di insegnare in segno di protesta. Giurammo che avremmo fatto tutto quello che era in nostro potere per garantire che i nostri figli non fossero mai sottoposti a quel lavaggio del cervello che in Sudafrica spacciavamo per istruzione". Il sacerdote anglicano e la moglie iscrissero i figli alle scuole del confinante Swaziland, e quindi dovettero affrontare molti lunghi viaggi in macchina per prendere e riportare i figli dalla scuola alla casa dei nonni. 


"Durante uno di questi viaggi, mio padre mi disse che voleva parlare. Io ero sfinito. Eravamo a metà del viaggio e avevamo guidato 10 ore per lasciare i bambini a scuola. Il sonno si faceva sentire. Avevamo altre 15 ore da fare [...]. Dissi a mio padre che ero stanco e avevo mal di testa. "Parleremo domani mattina", gli dissi. Andammo nella casa della madre di Leah, a mezz'ora da lì. Il mattino dopo, mia nipote venne a svegliarci con la notizia che mio padre era morto". 


Dal dolore, dal senso di colpa, dalla rabbia verso se stesso oltre che dalla sofferenza per le angherie che il padre faceva alla madre, Desmond Tutu ha tratto una grande lezione: "Nessuno nasce bugiardo, o stupratore, o terrorista. Nessuno nasce pieno di odio. Nessuno nasce pieno di violenza. Nessuno nasce con meno gloria o meno bontà di voi o di me. Ma ogni giorno, in ogni situazione, in ogni dolorosa esperienza di vita, questa gloria e questa bontà possono essere dimenticate, messe in ombra, perdute. È facile farci soffrire, distruggerci, ed è bene ricordarsi che è altrettanto facile essere quelli che fanno male e distruggono. [...] "Ti chiedo scusa" sono forse le tre parole più difficili da pronunciare".


Eppure, sulle scuse individuali e collettive dei carnefici verso le vittime dell'apartheid, grandi atti di libertà umana commessi anche dalle persone macchiatesi dei delitti peggiori, il Sudafrica di Mandela e Tutu ha ritrovato la voglia di rinascere e di vivere insieme tra le diverse anime della "nazione arcobaleno". 

27 marzo 2014

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