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Tra il Marocco e il Museo della Shoah di Washington progetti comuni

"per gestire i problemi del presente alla luce delle lezioni del passato"

Re Mohammed V

Re Mohammed V Instapaper

Il 25 ottobre 2017, il fratello di re Mohammed VI del Marocco, Sua Altezza il Principe Moulay Rachid, spesso incaricato di compiti diplomatici nel regno, ha ricevuto la visita ufficiale della Direttrice del Museo della Shoah di Washington (USHMM) Sarah J. Bloomfield.

Il principe ha affermato che la decennale cooperazione esistente tra l'USHMM (United States Holocaust Memorial Museum) e il regno, che ha già portato a un lavoro comune sugli archivi riguardanti la Shoah, sarà ora completata da azioni "rivolte al presente secondo le lezioni del passato", in particolare, come ha riportato il giornale israeliano Haaretz, "contro l'intolleranza".   

Da parte americana è stato ricordato l'impegno del sovrano marocchino Mohammed V durante la Seconda Guerra Mondiale. Dal Marocco era partita la ricerca che ha portato il professore e diplomatico americano Robert Satloff a pubblicare nel 2007 l'importante saggio Tra i Giusti. Storie perdute dell'Olocausto nei Paesi arabi, tra i primi contributi alla questione del riconoscimento dei Giusti arabi

Il Marocco aveva una fiorente comunità ebraica di cui tuttora si ammirano i quartieri in città come Rabat e Marrakech. Tuttavia come molti altri Paesi del Nordafrica conobbe l'occupazione del governo collaborazionista francese di Vichy e l'istituzione di campi di lavoro e di prigionia sul suo territorio. In difesa degli ebrei marocchini si levò però la voce del re, Mohammed V.

Il sovrano in particolare rifiutò di consegnare ai filonazisti una lista degli ebrei del Paese e si oppose a ogni forma di discriminazione e di deportazione. 

Anche oggi esistono comunità ebraiche in Marocco e, nonostante la minaccia del fondamentalismo e del terrorismo, i rapporti tra loro e la popolazione araba sembrano in via di miglioramento. 

2 novembre 2017

Dialogo e riconciliazione

tra vittime e persecutori sono i Giusti a parlare al futuro

Nel tessuto sociale lacerato di un Paese in cui è stato perpetrato un genocidio o altri crimini contro l'Umanità, è molto difficile, anche a distanza di anni, la ripresa di un dialogo per ricucire gli strappi e ricostruire una trama di convivenza civile tra chi appartiene al campo delle vittime - come i sopravvissuti o i familiari o i rifugiati e i loro eredi- e chi a quello dei persecutori, dei complici o degli indifferenti. A cui si aggiunge il ruolo primario dello Stato, dei suoi funzionari e governanti, che spesso cercano di negare l'accaduto e rifiutano di assumersi le responsabilità - pur evidenti - dei massacri. Solo la capacità di reazione e di ascolto di chi non si è piegato all'omologazione dei comportamenti nel gruppo dei persecutori e ha rifiutato di adeguarsi a condotte che la coscienza non approva, può garantire la ripresa di una comunicazione tra le parti che sappia coniugare l'esigenza della verità e l'assunzione di responsabilità con l'apertura al futuro e  a una comune progettualità. 
I Giusti sono gli unici ad avere le carte in regola per farlo.

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Multimedia

Memoria e attualità dei Giusti. Come vedere il nemico con gli occhi dell'amico

servizio sul Convegno Internazionale per il Giorno della Memoria

La storia

Pinar Selek

sociologa turca e attivista per la pace e i diritti umani