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Un memoriale per i sopravvissuti di Luka

lager della Bosnia-Erzegovina

Nella località bosniaca di Brčko è stato inaugurato il primo memoriale della Bosnia-Erzegovina situato all'interno di un luogo di detenzione utilizzato durante il conflitto degli anni '90. 3.000 persone furono internate qui e solo poche hanno fatto ritorno. 

Nel memoriale sono state esposte foto di prigionieri e articoli di giornale su tutto ciò che concerne il campo. C'è anche una targa che menziona l'aggressione serba, ma è stato necessario collocarla in un luogo poco esposto perché le autorità di Belgrado, come spiega la fondatrice di Gariwo Sarajevo Svetlana Broz, considerano "politicamente scorretto" dire la verità sul comportamento delle autorità militari serbe. In evidenza c'è una targa oggi più accettabile anche "da chi non accetta la verità", che riporta una condanna agli ustascia croati, i fanatici fascisti della seconda guerra mondiale. 

La Broz, autrice del celebre libro I Giusti nel tempo del male sui salvataggi tra persone di diversa nazionalità o religione durante la pulizia etnica nella ex Jugoslavia, ha ricordato il serbo Đoko Stevanović, che cercò di salvare il compagno di prigionia musulmano Smail Ribić e fu ucciso insieme a lui. 

Fadil Redžić, Presidente dei detenuti del campo di Luka, ha ricordato l'importanza per le autorità locali di cominciare a indagare sui colpevoli della detenzione e delle torture. Uno dei problemi è che in Bosnia non esiste un riconoscimento specifico per le vittime di tortura. I presenti hanno potuto anche ascoltare i resoconti dei testimoni oculari Džafer Deronjić  e Šefik Hasanović.

20 maggio 2013

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Dialogo e riconciliazione

tra vittime e persecutori sono i Giusti a parlare al futuro

Nel tessuto sociale lacerato di un Paese in cui è stato perpetrato un genocidio o altri crimini contro l'Umanità, è molto difficile, anche a distanza di anni, la ripresa di un dialogo per ricucire gli strappi e ricostruire una trama di convivenza civile tra chi appartiene al campo delle vittime - come i sopravvissuti o i familiari o i rifugiati e i loro eredi- e chi a quello dei persecutori, dei complici o degli indifferenti. A cui si aggiunge il ruolo primario dello Stato, dei suoi funzionari e governanti, che spesso cercano di negare l'accaduto e rifiutano di assumersi le responsabilità - pur evidenti - dei massacri. Solo la capacità di reazione e di ascolto di chi non si è piegato all'omologazione dei comportamenti nel gruppo dei persecutori e ha rifiutato di adeguarsi a condotte che la coscienza non approva, può garantire la ripresa di una comunicazione tra le parti che sappia coniugare l'esigenza della verità e l'assunzione di responsabilità con l'apertura al futuro e  a una comune progettualità. 
I Giusti sono gli unici ad avere le carte in regola per farlo.

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