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Aitzaz Hassan Bangash

il Braveheart pakistano

Pakistan, una terra di contraddizioni. Da un lato la modernizzazione e l’alleanza storica con gli USA, dall’altro il terrorismo rampante che attacca anche i bambini, come la piccola Malala che fu colpita alla testa a soli 11 anni per avere difeso il diritto allo studio delle ragazze. In questo Paese dove la dignità di studiare e la convivenza civile sono sotto continua minaccia talebana, è nato, per morire troppo presto, a 15 anni, un altro giovane “Braveheart”: Aitzaz Hassan Bangash, lo studente sacrificatosi il 9 gennaio per sventare un attentato contro la sua scuola. Aitzaz, bravo negli studi e sempre molto coraggioso come lo ricordano gli amici, realizza che uno sconosciuto con l’uniforme del suo istituto sta chiedendo dove sia la scuola. Una faccia mai vista, una domanda senza senso. Intravede la cinta esplosiva e capisce che è un terrorista. Contro il parere del cugino che ha paura, parte per fermare il kamikaze. “Ci sono duemila ragazzi davanti alla scuola”, spiega, prima di raggiungere l’attentatore, strattonarlo, buttarglisi addosso e infine esplodere con lui, salvando con il suo corpo tutti gli altri ragazzi. 

Ma questa può sembrare retorica.  La concretezza e la durezza delle parole del padre raccontano il valore del suo gesto più che mille considerazioni: “Ha fatto piangere di disperazione sua madre, ma ha evitato ad altre decine di madri di piangere i loro figli”. Popoli abituati a strappare alla terra ogni goccia d’acqua, a dissodare le zolle in terreni montuosi, a camminare chilometri la mattina per andare a scuola sanno ancora fugare quel senso di impotenza che è acuito per noi dal non poter essere lì, dal parlare di cose e persone lontane. 


Eppure il terrorismo in anni non lontani ha colpito anche in Italia. Quello di matrice islamista ha colpito Madrid, Londra, Il Cairo, Marrakech, e New York, ovviamente, l’11 settembre 2001. Senza recarsi personalmente in ognuno di questi luoghi, dovremmo conservare la capacità di vedere gli spagnoli, gli inglesi, gli egiziani, i marocchini e i newyorkesi, oltre a tutti coloro che si muovono ogni giorno in questi crocevia di popoli, come persone, e provare almeno il desiderio di difendere loro e le loro città dall’orrore di qualcuno che non ha più rispetto nemmeno della propria vita e manda a fuoco tutto, vite, averi e affetti delle persone. 


Aitzaz ha avuto questo coraggio di andare fino in fondo nel difendere duemila ragazzi, che non poteva conoscere uno a uno. Ha difeso le persone, le famiglie, la scuola, il suo Paese – che ha una medaglia al valore per questi casi, ma solitamente la assegna solo ai militari – e la voglia di studiare e di conquistare un futuro al riparo dalla violenza. Ora gli utenti Twitter hanno lanciato l’hashtag #aitzazbraveheart per ricordare questo ragazzo che è stato vigile, ha osservato, ha pensato con la sua testa e ha agito, sacrificando la vita ma salvandone molte altre, concrete, fatte di sangue e di lacrime (grazie a lui risparmiate) delle madri. E salvando il cuore della società civile pakistana che non vuole sprofondare nel caos come è successo a molti Paesi vicini, tra cui l’Afghanistan.  Questo è e dovrebbe essere un Giusto.     

di Carolina Figini

10 gennaio 2014

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Difesa della dignità umana

contro le derive totalitarie

In Protesi, della raccolta I racconti di Kolyma, Varlam Shalamov fa dire al protagonista, detenuto nel gulag, rivolto ai carnefici che volevano spogliarlo di tutto: "No, l'anima non ve la do!".In questa frase è racchiusa l'essenza dei Giusti: coloro che rifiutano di "vendere l'anima" nelle situazioni estreme, pur con la paura di passare nel campo delle vittime o di non avere più scampo, di fronte alle persecuzioni, all'odio, alle discriminazioni.
La difesa della dignità umana risulta così innanzitutto difesa di se stessi, della propria integrità morale, anche nel momento in cui si soccorre un altro essere umano. Per questo possiamo affermare che è giusto il gesto di chi salvaguarda la dignità delle vittime e insieme la propria umanità. Parafrasando la celebre frase del Talmud: "Chi salva una vita salva il mondo intero", possiamo dire che "salva il mondo intero chi salva se stesso", non difendendo la propria vita, ma l'anima, in ascolto della voce autentica della coscienza
Nel gulag raramente si poteva compiere un gesto di soccorso verso un altro prigioniero, ma ogni giorno si poteva cercare di opporsi al processo di disumanizzazione messo lucidamente in moto dal meccanismo perverso del campo di lavoro.

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