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Con gli occhi aperti

ritratto di Nadezhda Mandel'shtam

La scrittrice Marina Argenziano firma una vivida biografia della moglie di Osip Mandel'shtam, il grande poeta russo. 
Nadezhda si innamora di lui, lo sposa e non smette mai di stargli accanto, senza abbandonarlo nemmeno durante le persecuzioni del regime. Il poeta si spegne nel 1938, in un Gulag. La donna per molti anni non saprà nulla della sorte del compagno.

Marina Agenziano scrive: "Dopo la morte del marito, Nadezhda, vedova di un nemico del popolo, è costretta ad una fuga perpetua, si ferma ora qui ora lì con le valigie sempre pronte; ad ogni segnale di pericolo, deve partire di nuovo, senza perdere tempo. In questo continuo spostarsi, la sua corporatura già esile, si assottiglia ancora di più; Nadezhda, 'l’amica mendicante', come l’ha definita Osip in una poesia, è quasi senza peso per assecondare i suoi continui 'voli'. D’altronde non è forse vero che lei vive in una condizione di non persona, non essendo iscritta all’anagrafe? Senza casa, Nadezhda riesce a salvarsi. Vive insegnando o facendo l’operaia. 

'Bisogna lottare contro l’oblio, anche a costo della morte', le diceva spesso Osip. E Nadezhda ripete nella memoria, appena può, le parole delle poesie del marito, perché non vadano perse. Ricorda Nadezhda nelle sue memorie: “Di notte, mentre correvo su e giù per l’enorme reparto a sistemare le macchine, mormoravo versi. Dovevo imparare tutto a memoria […] La memoria era un mezzo supplementare di custodia, e mi è servita moltissimo nella mia difficile impresa.'
Ma la memoria, in quell’epoca 'pregutenberghiana', come la definisce l’Achmatova, in cui lasciare qualcosa di scritto è pericolosissimo, spesso diventa l’unico, prezioso mezzo di custodia".

3 dicembre 2010

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Difesa della dignità umana

contro le derive totalitarie

In Protesi, della raccolta I racconti di Kolyma, Varlam Shalamov fa dire al protagonista, detenuto nel gulag, rivolto ai carnefici che volevano spogliarlo di tutto: "No, l'anima non ve la do!".In questa frase è racchiusa l'essenza dei Giusti: coloro che rifiutano di "vendere l'anima" nelle situazioni estreme, pur con la paura di passare nel campo delle vittime o di non avere più scampo, di fronte alle persecuzioni, all'odio, alle discriminazioni.
La difesa della dignità umana risulta così innanzitutto difesa di se stessi, della propria integrità morale, anche nel momento in cui si soccorre un altro essere umano. Per questo possiamo affermare che è giusto il gesto di chi salvaguarda la dignità delle vittime e insieme la propria umanità. Parafrasando la celebre frase del Talmud: "Chi salva una vita salva il mondo intero", possiamo dire che "salva il mondo intero chi salva se stesso", non difendendo la propria vita, ma l'anima, in ascolto della voce autentica della coscienza
Nel gulag raramente si poteva compiere un gesto di soccorso verso un altro prigioniero, ma ogni giorno si poteva cercare di opporsi al processo di disumanizzazione messo lucidamente in moto dal meccanismo perverso del campo di lavoro.

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Approfondimento

L'esperienza storica del totalitarismo sovietico: i Giusti dentro e fuori dal GULag

Documento del Comitato Foresta dei Giusti-Gariwo su "Giusti e GULag"

Il libro

Il guardiano. Marek Edelman racconta

Rudi Assuntino, Wlodek Goldkorn

La storia

Pavel Florenskij

il pensiero contro l'ideologia di un filosofo del gulag